“un poeta è difficile dire cos’è.
un poeta vede le cose.
un editore indipendente è un coraggioso.
un editore indipendente che pubblica poesia è un visionario.
i coraggiosi e i visionari servono a questo mondo molto più delle creme antirughe.
gli editori che pubblicano bei libri servono a questo mondo molto più delle creme antirughe.
io faccio uso di creme antirughe e scrivo poesie. a volte sono coraggiosa.
i bravi poeti servono a questo mondo più delle creme antirughe.
se io sono poeta e brava lo dovete decidere voi. io continuerò comunque a fare uso di creme antirughe” [Alessandra Racca].
Quando sono libera da impegni di lavoro partecipo ad una iniziativa gestita da volontari presso l'Hospice di Castel S. Pietro Terme (BO). Si tratta del “Thè del Venerdì”, un progetto pensato e promosso già da alcuni anni dal personale sanitario dell'Hospice stesso. Ogni venerdì pomeriggio nella “Tisaneria” dell'Hospice, che funge abitualmente da soggiorno per pazienti e le loro famiglia, si offrono thè, bevande, torte e chiacchiere a chiunque si trovi in quel momento all'Hospice, quindi i pazienti, i visitatori, il personale sanitario.
Intervistiamo Marianna Sansone, fondatrice e coordinatrice del progetto Econote (www.econote.it). Un progetto che mi riguarda da vicino, dal momento che collaboro con il sito dal momento della sua nascita, quando era ancora un blog sulla piattaforma blogspot e un programma radiofonico di approfondimento sulla web radio dell’Ateneo Federico II di Napoli.
Il dandy padre della Ballata del Carcere di Reading sosteneva che una mappa del mondo che non comprende Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché Utopia è l'unico paese al quale l'umanità approda. E da sempre, quando l'umanità raggiunge Utopia, allora si guarda intorno e si rimette in viaggio, perché capisce che può raggiungere nuove e più grandi Utopie.
Quando mi capitò questo libro tra le mani, nei primi mesi del 2004, quasi sette anni fa, quando stavo per affrontare e in parte avevo già affrontato uno dei periodi peggiori della mia vita, questo libro dico mi rimase strepitosamente impresso in mente come una silloge leggera e potente, e ringraziai la serietà di Antonio Veneziani, che allora conobbi, e mi sentii meglio nell’accorgermi che in Italia non esiste solo la vanagloria orgiastica di una mediocrità vergognosa. Non soltanto parrocchie e cricche di potere di mezze calzette politicizzate e ideologizzate con i loro piccoli e grandi privilegi mediatici e editoriali.
"Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti, come paragrafi immoti della sapiente sua legge. Umiliato dal destino, sacrificato alla inutilità, dalla bestialità corrotto (….) vorrò dipartirmi un giorno dalle sfiancate sèggiole dove m’ha collocato la sapienza e la virtù dei sapienti e de i virtuosi , e, andando verso l’orrida solitudine mia, levarò in lode di quelli quel canto, che, se ben grattato, potrà dare bellezza nel ghigno”. Così s’apre Tendo al mio fine, prosa d’arte al principio del Castello di Udine apparso a puntate su Solaria e raccolto per la prima volta nel 1934, secondo volume pubblicato dal Gadda.
“Abbiamo in noi quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra. L’uomo è un minerale perché ha in sé lo scheletro, formato da Sali e da sostanze minerali; attorno a questo scheletro è ricamato un corpo di carne, formato di acqua, di fermenti e di altri Sali. L’uomo è anche un vegetale, perché come le piante si nutre, respira, ha un sistema circolatorio, ha il sangue come linfa, si riproduce. È anche un animale, in quanto dotato di moralità e di conoscenza del mondo esterno, datagli dai cinque sensi completata dall’immaginazione e dalla memoria. Infine è un essere razionale, in quanto possiede verità e ragione”. (testimonianza di scuola pitagorica)
Patrizia Garofalo: La ricerca del protagonista indulge spesso a riflessioni che traggono spunto dall’arte; quale la valenza della cultura, a tuo avviso, come viatico al percorso umano?
“Ho perso mia figlia sedici anni fa, adesso le permetterò di morire per non continuare a subire un ‘indebita invasione del suo corpo e per non vivere una vicenda che lei stessa avrebbe reputato indegna” (Beppino Englaro, “Eluana, la libertà e la vita”)
Un giorno Everett aveva una terribile emicrania e avrebbe desiderato tagliarsi via la testa dal collo. Ovviamente ha dovuto ricorrere a metodi meno cruenti, ma sembra che il Frankenstein del suo “Deserto americano” sia venuto fuori proprio da lì. Da quella voglia inappagata di ghigliottinarsi che pare abbia trovato trasposizione nella vicenda di Theodore Street.
Undicesimo libro di un outsider, montanaro dal cuore onesto, buono (buono davvero), tenero e semplice, uomo che parla alla montagna, come un mistico, l'atipico Mario Martinelli, “Dalla vita di un jobrero” (giugno 2008) è il suo primo memoir. È la storia d'uno stile di vita montanaro e spartano (meglio: monastico), dopo vent'anni di vita cittadina caotica e sregolata. È la storia di uno che decide, dopo aver letto Mauro Corona, che non c'è niente di meglio da fare che eliminare il superfluo dalla propria vita. È la storia di uno che quando dà la parola la mantiene, da vero jobrero.
“Morire sarà una grande meravigliosa avventura”, scriveva Barrie in “Peter Pan”; forse perché, come cantava un poeta romano, giovanissimo, negli anni Settanta, “Ferirsi non è possibile / morire meno che mai / e poi mai” (“Pezzi di vetro”, 1975).
“Non credere nel silenzio, viaggiatore, non bisogna aver fede nel silenzio; è una truffa, una trappola, qui non c'è il silenzio e perché mai dovrebbe esserci? Provati a pensare, che moltitudine. Una moltitudine? Tu dimentichi troppo spesso. Tu hai fede nel silenzio. Perché una moltitudine dovrebbe restare in silenzio? È assurdo! Perchè? Rispondi! Dorme. Ed io non ho più parole” (Parise, “I movimenti remoti”, p. 73).
CREAZIONI
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