“Frontiera cambogiana – La sua testa penzola sulle mie spalle come un vaso vuoto. Il suo braccio pieno di pustole sbatte sul mio petto come un ramo spezzato. Ma è viva perché sul collo continuo a sentire il suo respiro leggero. Non la conosco; è solo un orribile pacco di ossa che ho raccolto nel bosco ormai diventato un cimitero” (pag.202, La Repubblica, 3 novembre 1979).
“Il mio lavoro in Vietnam era uccidere la gente. Quando, dopo due o tre mesi dal mio arrivo, per la prima volta fui ferito in combattimento, mi ero già reso direttamente responsabile della morte di diverse centinaia di persone. E oggi, giorno dopo giorno, vedo ancora la faccia di molte di loro” ( C.A.T.)
“Che cosa potranno rimproverarci le generazioni future? Di non aver protestato a sufficienza contro l'occupazione del Tibet? Di aver lasciato che la Russia devastasse indisturbata la Cecenia? Del fatto che nel mondo ogni giorno trentamila persone muoiono di fame? Che milioni di bambine e donne vengono venduti come schiavi sessuali?” – si chiede e ci chiede il giornalista e scrittore svedese Peter Fröberg Idling, classe 1972. Guardandosi indietro, infatti, Idling ha una certezza: possiamo rimproverare a gran voce, a tanti intellettuali dell'ultima generazione, d'averci mentito sulla tragedia in corso in Cambogia, la tragedia del regime “più brutale e incapace del Ventesimo secolo”.
Ci sono due modi per presentare un libro doloroso e documentato come questo. Primo modo. “Guerre politiche” è l'ultimo frammento di Parise ragazzo, reporter adulto che prende e va a raccontare le guerre, in prima linea. Tornato, smette di sentirsi giovane. Era partito per amore del rischio, per inquietudine, per curiosità. Per informare i lettori della sorte di ragazzini di quindici, sedici anni, mandati al macello in guerra. Ma quando questo volume vede la luce, nel 1976, Parise non ha più voglia di viaggiare. Perché giovinezza è anche resistenza della mente e del cuore di fronte ai grandi dolori dell'umanità (p. 15). E non è una resistenza infinita.
Invisibile come la verità che si nasconde tra le pieghe dei significati. Invisibile come il desiderio che distorce la percezione della realtà, confondendo i ricordi. Invisibile come la coscienza che domanda e tormenta e rimesta tra i pensieri senza tregua. Invisibile come il tempo che si consuma, spingendoci tra le braccia della morte. Invisibile come lo scrittore che scompare nella distanza che passa tra l'io e il lui delle sue pagine.
Auster sceglie l'ermetismo di un titolo che sa offrirsi quale chiave di lettura polivalente, in grado di sintetizzare l'essenza stessa del suo ultimo libro: un eccellente romanzo in quattro parti che ne confermano talento e ingegno.
Senti pallottole che ti schivano e ti sfiorano, schegge e detriti che ti perforano e ti si conficcano da tutte le parti, visi gialli e musi gialli, e sei nella buca, la tua buca, e devi sparare, continui a sparare, fino alla fine e fino alla morte, fino a che non ti ammazzano o non ammazzi qualcuno, fino a quando non arrivano le bombe al napalm a spazzare via tutto. Chi vive e chi muore. Granate, mine antiuomo, dinamite, strappi e bagliori, trappole tese in ogni esplosione, serpenti che si arrampicano sugli stivali, il respiro che si dimezza, si strozza in gola, le gambe cedono, la mente si oscura, il cuore pompa a singhiozzo. E quando dormi, non dormi, perché la pioggia ti scava e ti assorda il cervello.
Chomsky, in “Rethinking Camelot” (1993; IT, “Alla corte di Re Artù”, Eleuthera, 2009) si concentra sul periodo 1961-1964, cruciale per la storia moderna: “ha portato la guerra americana in Vietnam dal terrore di Stato all'aggressione, preparando il terreno al successivo e ben più distruttivo attacco” (p. 7). Lo studioso ricorda che la guerra di Kennedy suscitò, nel momento, scarsi entusiasmi (stampa esclusa) e nessuna protesta: “fino al 1964, e anche più tardi, gli incontri sulla guerra si tenevano spesso letteralmente nel soggiorno di qualcuno, oppure in una chiesa in cui era presente una mezza dozzina di persone” (p. 9). Le prime proteste si verificarono sotto la presidenza Johnson, nel 1965, quando per la prima volta erano apparse, sul campo, forze americane da combattimento.
"Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo. E non ho più paura".
Chomsky non vuole appartenere a nessuna tradizione.
«Nel 1918, tanto per cominciare da questa data, i consigli dei lavoratori e dei soldati tedeschi conquistarono la giornata lavorativa di otto ore. Nel 1967 le nostre operaie, i nostri operai e i nostri impiegati non lavoravano che quattro o cinque miserabili ore in meno alla settimana. E ciò malgrado il gigantesco sviluppo delle forze produttive e delle conquiste tecnologiche, sviluppo che in realtà avrebbe potuto consentire una grandissima riduzione dell’orario di lavoro».
Alcune noterelle su Hoi An, cittadina medievale Patrimonio dell'Umanita'.
Hoi An, 15 gennaio 2008
Da lontano, non vedresti niente di complesso o di innaturale; c’è un adulto che sta badando a un bambino: magari, a poca distanza, c’è la sua compagna che sorride, e osserva la scena. Avvicinandoti, apprezzeresti qualcosa di radicalmente diverso. Quell’adulto ha una ferita antica sul cranio, e non parla: non scrive, non legge, non conosce il linguaggio dei segni. Mugugna, mima.
Quel bambino non è suo figlio, è il figlio d’una sua ex, del suo unico grande amore: gliel’ha affidato, ché si trova in clinica per disintossicarsi dalla cocaina. Quella donna che li osserva, invece, è l’affittuaria dell’uomo ferito; è sua amica, adesso, lo aiuta nell’amministrazione e nella quotidianità, come può.
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