Un artista inespresso pieno di talento e di stile, incresciosamente e inspiegabilmente dimenticato dalla piccola e media editoria di qualità e di progetto: un'intelligenza letteraria notevole, uno spirito indipendente e ultrasensibile, una grande e contrastata personalità autoriale. Questo, oggi, è lo scrittore Andrea Consonni, lombardo, anarchico, classe 1979. A quasi otto anni di distanza dal suo secondo romanzo, “Wrong”, un libro fiutato e pubblicato da uno scout laterale di lusso come Gordiano Lupi, esce adesso il suo terzo libro di narrativa, “La maledizione degli affetti”.
Tenuta a battesimo da Mino Maccari nelle stanze del “Mondo” di Pannunzio, “L'Italia dei poveri” è un'appassionata raccolta di racconti-inchiesta firmati dal giornalista salernitano Giovanni Russo. Si tratta di scritti composti tra 1950 e 1957, senza pensare ad una futura pubblicazione in volume: sono pagine che erano rimaste, tendenzialmente, al di fuori dell'articolo commissionato dal giornale o dalla rivista.
Notizie stravaganti, eventi e fatti di cronaca al limite del verosimile. E tuttavia reali, e molto italiani. Mauro Covacich, classe 1965, all'epoca (1999) giovane scrittore, viaggia per l'Italia per raccontare cosa succede senza inventare niente; committenti, “Panorama”, “Il Corriere della Sera”, “Diario”. Ne deriva questa raccolta di articoli dal vago retrogusto dell'intelligente esercizio di stile, foto di tante storie raccolte nella penisola – con particolare sensibilità nei confronti del confine orientale – e campione della tecnica di scrittura giornalistica di un buon letterato.
“Nella storia 'bene' e 'male', 'positivo' e 'negativo', 'giusto' e 'sbagliato' non esistono, rappresentano solo semplificazioni beatizzanti e demonizzanti, applicate dalle generazioni successive” (Guerri, “Antistoria d'Italia”, p. 5).
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Ave vini color clari, ave sapor sine pari
“Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria. Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può” (PIOVENE, “Viaggio in Italia”, 1953-1956. In “Bergamo”, p. 159 edizione Baldini Dalai, Milano 2003)
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“Ho cercato di descrivere le premure, la grazia dell'ospitalità corsa e certo non ho nessuna voglia di smentirmi; ma c'è in questa ospitalità qualcosa della vanità francese. L'ospitalità sarda ha tutto un altro carattere: è, se si può dirlo, più primitiva, più antica, più semplice, più universale” (Valery, Cap. VII, “Ospitalità sarda”, p. 43)
"Teresa dice: 'Il sole se ne sta andando'. E Chicca, sussurrandomi all'orecchio: 'In francese si dice entre chien et loup, capisci? Tra il cane, che è il giorno, e la notte, che è il lupo. Quell'ora in cui non si distingue'. E immagino, dietro al sole, denti aguzzi e un ululato spaventoso” (p. 47).
Terzo romanzo della saga di Nic Costa, detective nato dalla fantasia di David Hewson (Yorkshire, 1953), giornalista e scrittore inglese, “Il rituale sacro” racconta nuovamente un'indagine ambientata a Roma (proprio come nei primi due episodi, “Il sangue dei martiri” e “La villa dei misteri”). Nic C
Tobias Jones incontra un'italiana in Grecia, se ne innamora, si dimette dall'Independent e si trasferisce a Parma. Impara l'italiano frequentando la Curva Nord del Tardini, si mantiene come corrispondente dall'estero per la stampa britannica. Un bel giorno, si ritrova un libro commissionato: una lettura dell'Italia contemporanea, impossibile per chi l'aveva preceduto. Fatica molto a scrivere (“nessuno in Gran Bretagna, pensavo, crederebbe a certe cose”), e spiega ragionevolmente perché:
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