Non deve essere stato facile per Roberto Di Giovan Paolo e Pietro Fabretti, i due autori di “I papi, la Chiesa e la pace”, scrivere un libro che è sintesi del magistero in materia di pace della Chiesa degli ultimi settanta anni. Da Pio XII a Benedetto XVI i documenti che hanno trattato questo tema sono innumerevoli, tra discorsi, encicliche, messaggi, lettere pastorali, e un profano (termine che in argomento si adatta benissimo) si potrebbe ritrovare perso in una mole di parole oltretutto spesso male interpretate con apparenti o reali ripetizioni e sottili distinguo.
Premessa doverosa: non sono un'appassionata di thriller. Non in questa fase della mia vita, almeno. "La santa verità", dello scrittore portoghese Luis Miguel Rocha, rientra a pieno titolo proprio in questa categoria letteraria. Rocha è al suo terzo romanzo. Prima de "La santa verità", infatti, ha conquistato moltissimi lettori in tutto il mondo grazie a "La morte del Papa", sulla misteriosa morte di Papa Luciani (Giovanni Paolo I), e "Pallottola santa", sulla intricata vicenda legata all'attentato perpetrato ai danni di Papa Giovanni Paolo II, entrambi pubblicati, in Italia, da Cavallo di Ferro.
Cantava Giovanni Lindo Ferretti: “In basso / In fondo / Giù / La mia testa tagliata / Porge / Uno sguardo / Fisso / Immutabile ormai / Sguardo Compassionevole / Replay / La mia testa / Tagliata”: erano le “Memorie di una testa tagliata”, metafora della sciagurata guerra tra i popoli balcanici, negli anni Novanta. L'aspetto più affascinante di questa canzone era nella consapevolezza che la “testa tagliata”, per qualche secondo, vive e pensa e ricorda ancora. Non è una congettura letteraria, non è un'invenzione.
Toscana, 1878. Predicava giustizia sociale e fratellanza: fu “socialista senza saperlo”, sognando una società basata sui “principii socialisti del Vangelo”; “riuscì tuttavia, sia pure per breve tempo, a realizzare ciò che altri profeti, santi o squilibrati, avevano cercato di realizzare nei secoli passati: una comunità cristiana primitiva che contestava e rifiutava il presente e che si isolava dal resto del mondo costituendo una società autosufficiente, cementata dalla fede comune, che basava la propria sopravvivenza sul lavoro collettivo, la reciprocità e il baratto” (p. 101).
Questo libro è un viaggio ai confini del cattolicesimo, un viaggio che conduce dinnanzi ad uomini e donne che vivono borderline e nel loro piccolo si “battono” per una Chiesa altra e non per un’altra Chiesa (il dettaglio non è di poco conto). Con coraggio e determinazione vanno avanti, vivendo con fatica spirituale la loro quotidianità perché hanno una visione spesso critica rispetto alle posizioni ufficiali del vaticano su tanti temi sociali (eutanasia, aborto, fecondazione assistita, ecc. ). Questi uomini e queste donne spingono dal basso e, consapevoli della scelta intrapresa, non rinunciano alle loro idee, anzi cercano di dargli eco. In questo viaggio in cui Riccardo Chiaberge ci fa da Caronte troviamo di tutto e di più.
Siamo nel 1993. Un viandante si trova a Rodez, zaino in spalle e porta con sé la desolazione negli occhi; attende che la funzione religiosa del Natale si concluda per nascondersi dietro un pilastro. Poco prima era stato quasi assalito da un altro disperato alle porte della cattedrale, facendo appena in tempo ad accorgersi che qualcuno, quasi un’ombra, lo stava spiando e non certamente per caso.
Ci sono due modi per presentare un libro doloroso e documentato come questo. Primo modo. “Guerre politiche” è l'ultimo frammento di Parise ragazzo, reporter adulto che prende e va a raccontare le guerre, in prima linea. Tornato, smette di sentirsi giovane. Era partito per amore del rischio, per inquietudine, per curiosità. Per informare i lettori della sorte di ragazzini di quindici, sedici anni, mandati al macello in guerra. Ma quando questo volume vede la luce, nel 1976, Parise non ha più voglia di viaggiare. Perché giovinezza è anche resistenza della mente e del cuore di fronte ai grandi dolori dell'umanità (p. 15). E non è una resistenza infinita.
Romanzo storico ambientato una manciata d'anni dopo l'anno Mille, in una fase di drammatica decadenza civile, sociale e culturale, “Il trono della bestia” è la trasfigurazione della corruzione, della fatiscenza e dell'abnorme disordine della Romana Chiesa nel momento di massimo declino: quando si poteva diventare papa magari a vent'anni, e non senza robusti giochi di potere.
“Quello del bene del pianeta non è un vero problema. È un blocco di pietra, abitato da ammassi di molecole autoreplicanti che chiamiamo forme di vita, lo scopo delle quali è di invertire l'entropia per il periodo più lungo possibile, catturando l'energia dal sole o da altre forme di vita. L'ecosistema non è altro che il flusso dell'energia intrappolata da queste forme di vita. Non ha valori, non ha desideri, né richieste, non offre né riconosce la crudeltà o la gentilezza. Come le altre forme di vita, viviamo solo per riprodurci. Siamo diventati così complessi solo perché questo ci consente di sfruttare più energia. Un giorno, la selezione naturale ci bandirà dal pianeta” (Monbiot, “Apocalisse quotidiana” , p. 69)
Ernesto Buonaiuti (Roma, 1881 – Roma, 1946), prete spretato dal Vaticano, “pastore del pensiero e non del popolo”, sognava un ritorno del cristianesimo alle origini: una revisione dei dogmi inventati dalla Romana Chiesa nel corso dei secoli, e un cristianesimo che fosse capace di sintetizzare socialismo moderato e spiritualità: “Antifascista per i fascisti, anticattolico per i cattolici, anticomunista per i comunisti, Buonaiuti non poteva essere accettato nell'Italia di allora – scrive Guerri – né lo sarebbe in quella di oggi, sempre impegnata a considerare stravagante e nemico chiunque cerchi di vivere fuori dagli schieramenti,
SANTA POLITICA
Radio Aut, radio libera di Terrasini, Palermo, attiva tra 1976 e 1978, era la radio di Peppino Impastato e dei suoi compagni. 98,800 mega hertz. La trasmissione principe era “fantapolitica”, “satirica” e “schizofrenica”: si chiamava Onda Pazza. Sigla, “Facciamo finta che tutto va ben” di Ombretta Colli. Si cavalcava l'Onda ogni venerdì: per rompere le scatole. In primis, a Tano Seduto – Tano Badalamenti.
Tobias Jones incontra un'italiana in Grecia, se ne innamora, si dimette dall'Independent e si trasferisce a Parma. Impara l'italiano frequentando la Curva Nord del Tardini, si mantiene come corrispondente dall'estero per la stampa britannica. Un bel giorno, si ritrova un libro commissionato: una lettura dell'Italia contemporanea, impossibile per chi l'aveva preceduto. Fatica molto a scrivere (“nessuno in Gran Bretagna, pensavo, crederebbe a certe cose”), e spiega ragionevolmente perché:
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