Siamo in Vallarsa in pieno autunno e il maestro Giacomo ha deciso di farsi una bella passeggiata fino al Passo Buole. La stagione accende di colori la vallata e nei boschi attorno a Obra risuonano i richiami degli uccelli, la natura si svela in tutta la sua armonia e pace.
Ho scoperto il libro di Carlo Pastorino andando in Vallarsa, tra quelle montagne dove lui ha combattuto e che traboccano ancora di memorie e di tracce della Grande Guerra, quell’immane carneficina che travolse un’intera generazione. Pastorino, originario di Masone nell’Appennino Ligure, fu inviato nel 1916 in Vallarsa come ufficiale e vi rimase per un anno, affezionandosi a quella terra aspra e bella,come quella che gli aveva dato i natali. Trasferito successivamente nel Carso, venne qui fatto prigioniero dagli austriaci e rinchiuso nella fortezza di Theresienstadt in Boemia fino alla fine del conflitto.
Marzo 1944. È la fine di un inverno particolarmente rigido e due giovani, Vittorio e Antonio, stanno scendendo attraverso un canalone del monte Kerle, in Vallarsa. Vittorio, il più giovane, scivola e Antonio lo trae in salvo per miracolo, infine insieme si riuniscono a un terzo amico, Luigi, in un baito nel quale stanno rintanati da quattro mesi.
Giovannino Zender, il protagonista di questo romanzo, si trova a un punto di svolta, uno di quegli snodi fondamentali che impongono delle scelte nella vita. Siamo in pieno fascismo, negli anni Trenta, è già partita la guerra d’Africa e Giovannino, un jobrero che tanti anni prima era emigrato con la famiglia, ritorna in Vallarsa con il suo carico di esperienza e i suoi traumi di guerra. Giovannino non vuole avere un passato, non vuole ricordare, perché la sua memoria è infestata dagli incubi e dai fantasmi dei suoi compagni morti sotto le bombe.
“Un raggio di sole sbuca dal primo mattino. E va a indorare le taglienti vette delle Dolomitine. Pone in risalto i diedri, i pinnacoli, i canaloni, frammentandoli in ombre e sfavillanti riflessi di nevai. Un fascio di luce che si fa strada nel velo opaco dell’umidità per immortalare quel miracolo della natura” (p. 109).
“Tu invece sei convinto di avere tutte le fascine al querto?” "Avere le fascine al querto, ossia avere la mente a posto, essere lucidi. E proprio di questo dubita il povero signor Dolfo – diminutivo di Rodolfo –che si ritrova vittima di una specie d’incantesimo dopo aver sbattuto la testa sul fo de la stria (faggio della strega) lungo il sentiero di guerra, tra i monti della Vallarsa.
"Tra le montagne, nel silenzio della natura, può capitare di sentire una strana voce, a volte un po’impertinente, ma saggia: è lo spirito del bosco, che si può manifestare ovunque ci sia un albero, ma si rivela in particolare tra i monti della Vallarsa, lì dove si è combattuto durante la prima guerra mondiale e tanti ragazzi sono morti.
Una “sinottica dello sguardo”, una panoramica a volo d’uccello presenta, nel primo capitolo, lo scenario del romanzo: la Schüsseltal o Val Scodella, sperduta vallata trentina formata da quattordici case, che hanno visto generazioni passare tra le loro mura, dominate dai ruderi di un antico castello, oggetto di sinistre leggende.Svetta sopra la valle il Grossherzog – il Granduca – una cima intatta e inviolabile, un nume dispotico e temuto, da trattarsi con rispetto e reverenza.
Storia di due amici che si ritrovano nel vecchio paese abbandonato dopo essere scampati alla guerra e recuperano il piacere di camminare insieme in montagna, di vivere un’avventura come succedeva ai tempi della loro giovinezza.
“Ho smesso di cercare di dimostrare di essere qualche cosa di diverso da quello che sono. E è stato l’inizio del vero silenzio. Della vera pace interiore”.
“Trovarsi lì, in mezzo a quei monti feroci, era tutt'altra cosa da quanto si era immaginato; e questo generava onde emotive di variabile intensità. Non era facile mantenere il governo della propria barca quando si affrontavano le più impervie; il rischio di venirne travolti poteva essere pesante. Così, sulla scia di una rotta senza meta, ma dalle incognite promesse, si svolgeva, di ora in ora più sorprendente, il cammino dell'uomo venuto in quel mondo a ritrovare il proprio passato” (Martinelli, “Il granduca”, p. 60).
Vallarsa, anni Trenta. Prati e boschi color smeraldo, le Piccole Dolomiti incappucciate dalla neve. Giovannino sta tornando a casa, sta tornando nel paesino di Obra. Dopo quasi quarant'anni di lontananza, ha voglia di rivedere la sua terra. È emigrato già in adolescenza, per necessità. È stato in Ungheria – dove s'è sposato, una prima volta. Poi ha combattuto in Guerra, è riuscito a portare a casa la pelle ma non ha dimenticato proprio niente, vent'anni dopo. Soprattutto, non ha dimenticato com'era la natura intorno al suo paese.
Fortunato Broz bivacca, guardando le stelle, dimentico delle cose della vita, dimentico delle preoccupazioni terrene. E mentre medita, prende a parlare con una voce. Quella voce è lo spirito del bosco. Non tutti sanno ascoltarla, eppure a tutti parla: soprattutto dai giorni in cui, da quelle parti, austriaci e italiani si prendevano a fucilate, e soffrivano e sanguinavano per difendere o conquistare quel confine. Fortunato ascolta quella voce.
Undicesimo libro di un outsider, montanaro dal cuore onesto, buono (buono davvero), tenero e semplice, uomo che parla alla montagna, come un mistico, l'atipico Mario Martinelli, “Dalla vita di un jobrero” (giugno 2008) è il suo primo memoir. È la storia d'uno stile di vita montanaro e spartano (meglio: monastico), dopo vent'anni di vita cittadina caotica e sregolata. È la storia di uno che decide, dopo aver letto Mauro Corona, che non c'è niente di meglio da fare che eliminare il superfluo dalla propria vita. È la storia di uno che quando dà la parola la mantiene, da vero jobrero.
Ho scoperto – complice la distanza dalla Vallarsa – Mario Martinelli solo grazie al “Montanaro” di Fiorenza Aste, seducente e piacevole libro-intervista tutto dedicato a questo narratore classe 1962, personaggio solare e vitale, nato per restituire la sua terra e la sua montagna nelle pagine dei suoi libri.
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