Maestro d'avanguardia dell'arte del dissenso, l'artista democratico Shepard Fairey s'è inventato un poster, “Hope”, che è diventato una bandiera. Una bandiera solare e sentimentale. L'icona massima del primo presidente nero degli Stati Uniti è stata ideata da un giovane artista che s'è formato aderendo e sperimentando l'antica lezione costruttivista russa, ibridandola con i capricci della pop art; è infine è andata a combattere il gran torpore d'una nazione che si fonda sull'obbedienza all'egida del consumo, sul rifiuto dell'autonomia di pensiero, sulla necessità del debito.
Il sottotitolo scelto dall'editore italiano ha il merito di essere estrememante chiarificatore per quel che riguarda la personalità dell'autore e gli scopi del suo scritto: "Diario 1913-1916. Le memorie dell'ambasciatore americano a Costantinopoli negli anni dello sterminio degli armeni". Immigrato in America dalla Germania all'età di dieci anni, avvocato di successo, l'ebreo Henry Morgenthau legò le fortune della sua carriera diplomatica a quelle del Presidente W. Wilson, di cui sosteneva le campagne elettorali.
C’è stata una parte di me che ha quasi rimpianto di aver letto il libro inchiesta “Lo sa il vento – Il male invisibile della Sardegna” dei giornalisti Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti, con l’appassionata prefazione del musicista Paolo Fresu, perché le sue 218 pagine mi hanno fatto davvero male e ho avuto quasi voglia di prendere il libro e di gettarlo dalla finestra come per allontanare tutto il dolore, i drammi, gli orrori che questo libro contiene.
Sembrerebbe di essere davanti a un classico caso di piano B. Nel decennio in cui si teorizza lo scontro di civiltà e la guerra al “terrore”, una famiglia fiorentina profondamente cristiana (padre, madre e figlia sui vent'anni) decide di abbandonare l'Italia e di andarsene a vivere in un paese la cui popolazione è al 90% musulmana sunnita: la Turchia. Per di più, scelgono di andare a vivere nell'est di questo paese, zona da trent'anni martoriata da un pesante e difficilmente solvibile conflitto etnico. Affatto spaventata, e anzi attratta e stimolata, la famiglia Ugolini compie questo splendido esperimento.
“Bé, così gli ho detto: “Vuoi morire?” e lui ha detto: “ Sì”. Ha fatto un paio di battute e ha cercato di abbracciarmi. Avevo ancora in mano l'accetta, così l'ho colpito in fronte. E' caduto. Era morto. Ora dammi quei cento dollari. Devo andarmene da questo Paese”
“Sai cosa ti è successo, Phil? Al ti ha aggredito. Ha cercato di stuprarti. Hai perso la testa. Non ci hai visto più. Lo hai colpito. E' barcollato all'indietro ed è caduto dal tetto. Trovati un bravo avvocato, nel giro di due anni sei fuori” (W. B.).
“Il mio lavoro in Vietnam era uccidere la gente. Quando, dopo due o tre mesi dal mio arrivo, per la prima volta fui ferito in combattimento, mi ero già reso direttamente responsabile della morte di diverse centinaia di persone. E oggi, giorno dopo giorno, vedo ancora la faccia di molte di loro” ( C.A.T.)
Senza dubbio il romanzo “Gotico americano” di William Gaddis, dato alle stampe nel 1985 e a cui Alet, dopo la prima edizione del 1990 presso la casa editrice Leonardo, con la traduzione rivista da Vincenzo Mantovani, restituisce piena dignità è una delle migliori opere letterarie che mi sia capitato di leggere da molto tempo a questa parte e che prevedo rimarrà tale per chissà quanto tempo a venire. Una volta terminata la lettura, nel giro di un paio di giorni avevo già steso una prima bozza di recensione pronta per essere pubblicata qui su Lankelot ma, mentre ultimavo le ultime correzioni, alcuni accadimenti hanno fatto sì che la prima stesura venisse cestinata senza nemmeno troppi rimorsi.
“Che cosa potranno rimproverarci le generazioni future? Di non aver protestato a sufficienza contro l'occupazione del Tibet? Di aver lasciato che la Russia devastasse indisturbata la Cecenia? Del fatto che nel mondo ogni giorno trentamila persone muoiono di fame? Che milioni di bambine e donne vengono venduti come schiavi sessuali?” – si chiede e ci chiede il giornalista e scrittore svedese Peter Fröberg Idling, classe 1972. Guardandosi indietro, infatti, Idling ha una certezza: possiamo rimproverare a gran voce, a tanti intellettuali dell'ultima generazione, d'averci mentito sulla tragedia in corso in Cambogia, la tragedia del regime “più brutale e incapace del Ventesimo secolo”.
“Siamo nella nostra stanza. Siamo in / una scatola da scarpe. Siamo in una scatola di sangue. / Delicatamente ci siamo lasciati dei lividi, eppure / non siamo vecchi e non siamo nati morti. / Siamo qui su una zattera, esiliati dalla polvere. / L'odore di terra è svanito. L'odore / di sangue è qui e la lama e il suo proiettile. / L'ora è arrivata e tu andrai dalla sua parte” (Anne Sexton, “Ora”)
“Logica del terrorismo” di Michel Bounan (“Logique du terrorisme”, 2003; IT, Duepunti, 2006) si fonda su un presupposto incontrovertibile: “L'esaltazione ideologica o il delirio pseudoreligioso possono condurre a ogni sorta di crimine, e l'eroismo individuale o l'omicidio di massa appartengono a tutte le società umane”. A partire da questa constatazione, l'intellettuale transalpino si impegna a stabilire cosa sia il terrorismo, quanti tipi di terrorismo esistano, quanto incidano lo Stato e i servizi segreti nel terrorismo e come fronteggiare questo “crimine contro l'umanità”, come lo definisce correttamente Giusto Catania (p. 74) nella sua nota.
La bellezza sa essere brutale. Sa essere brutale e magnifica quando s'accompagna alla denuncia. A una denuncia civile, a una denuncia politica, a una denuncia libertaria. La bellezza diventa brutale quando il linguaggio scende a patti con la verità: e allora si piega al male, per demistificare le menzogne della propaganda, e la distruzione della giustizia, e dell'innocenza di un popolo.
Undici articoli e saggi brevi di Gore Vidal, pubblicati tra 1992 e 2002, sono raccolti in questo “Le menzogne dell'impero e altre tristi verità” (Fazi, 2002), libretto che ha guadagnato tutte le caratteristiche del documento storico-politico a nemmeno dieci anni dalla prima edizione. Scopriamo perché, preparandoci sin d'ora a un po' di tumulto interiore per i contenuti dell'opera.
Tutto il blues dalla A alla Z. A scriverne, un esordiente d'eccezione: il musicista Fabrizio Poggi, armonicista classe 1958, anima dei Chicken Mambo, popolari più negli States che da queste parti. Il blues, "unica musica popolare realmente americana", nasce negli hollers e nelle work songs dei neri, diventate uno stile solo col passare del tempo. È uno dei pochi stili in cui i silenzi e le pause sono importanti quanto i suoni. "Less is more", insegnavano i vecchi maestri, e Poggi è uno di loro. Robert Johnson sarebbe orgoglioso di lui.
Undici sassate di Mark Twain: “Libertà di stampa” (Piano B Edizioni, 2010) è un'antologia di scritti dedicati alla libertà d'espressione, all'ingiusta popolarità dell'opinione pubblica, alla demistifazione del mito degli eroi di guerra, alla demolizione della propaganda bellica, al culto del sempre più difficile libero pensiero.
Sarà sicuramente una operazione commerciale, ma This is it non è una pellicola che lascia indifferenti. Sia chi ha amato Michael Jackson, sia chi non ha mai approfondito l’ascolto e la conoscenza di uno dei più importanti e famosi artisti pop di tutti i tempi, potrà ammirare – anche se solo nella sua fase embrionale – il concerto che MJ non ha mai realizzato, ma che stava provando maniacalmente ormai da tempo, per il suo grande, ultimo ritorno sulle scene, prima del definitivo addio.
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