Trilogia della montagna II. Secondo capitolo della Trilogia della montagna firmata negli anni Sesssanta da Yaşar Kemal, lo scrittore turco, di origine curda, più tradotto e conosciuto all'estero prima della comparsa del Nobel O. Pamuk. Scrittore prolifico e fluviale.
Trilogia della montagna I. Spesso apostrofato all'estero come “lo sciamano delle lettere turche”, Yaşar Kemal si appresta a compiere la veneranda età di ottantanove anni. Quaranta le opere al suo attivo, che comprendono romanzi, racconti epici, racconti per l'infanzia, reportage e studi sperimentali.
Un racconto leggero almeno quanto le 111 pagine (12,00 euro) che lo contengono. Yusuf Yeshilöz, curdo emigrato in Svizzera, ci racconta (in tedesco, traduzione di Claudia Zonghetti) la vita del villaggio curdo in cui trascorse l'infanzia. Con uno stile che stile non è, data l'estrema trasparenza e la quasi mancanza d'ogni artificio letterario, ricostruisce la quotidianità di un villaggio dell'est anatolico, pur facendo percepire sottotraccia la nostalgia di una gioventù lasciata, oltre che indietro nel tempo, lontano nello spazio.
Il sottotitolo scelto dall'editore italiano ha il merito di essere estrememante chiarificatore per quel che riguarda la personalità dell'autore e gli scopi del suo scritto: "Diario 1913-1916. Le memorie dell'ambasciatore americano a Costantinopoli negli anni dello sterminio degli armeni". Immigrato in America dalla Germania all'età di dieci anni, avvocato di successo, l'ebreo Henry Morgenthau legò le fortune della sua carriera diplomatica a quelle del Presidente W. Wilson, di cui sosteneva le campagne elettorali.
“Tanto tempo fa, l'Anatolia faceva parte dell'Impero Bizantino, abitata dalle genti greche e armene dell'epoca. Nel 1381 questa terra fu conquistata dai turchi, e da quel giorno greci e armeni sono stati minoranze, soggette ai conquistatori maomettani”. E la storia raccontata dal regista e scrittore Elias Kazanjoglou, alias Elia Kazan (nato a Costantinopoli da una famiglia di Cesarea, Cappadocia – oggi Kayseri, Turchia – nel 1909) ha inizio qualche secolo più tardi, nel 1898.
"Esistono molti modi di scrivere diari come questo. Comincio a diffidare delle descrizioni, e anche di quegli adattamenti spiritosi che trasformano l'avventura di un giorno in narrazione; mi piacerebbe scrivere non soltanto con l'occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze".
Sembrerebbe di essere davanti a un classico caso di piano B. Nel decennio in cui si teorizza lo scontro di civiltà e la guerra al “terrore”, una famiglia fiorentina profondamente cristiana (padre, madre e figlia sui vent'anni) decide di abbandonare l'Italia e di andarsene a vivere in un paese la cui popolazione è al 90% musulmana sunnita: la Turchia. Per di più, scelgono di andare a vivere nell'est di questo paese, zona da trent'anni martoriata da un pesante e difficilmente solvibile conflitto etnico. Affatto spaventata, e anzi attratta e stimolata, la famiglia Ugolini compie questo splendido esperimento.
Presentato fuori concorso all’ultima Berlinale, Almanya – Wilkommen in Deustschland si è rivelato, in Germania, un inatteso successo al botteghino, raccogliendo anche unanimi consensi di critica. Il film, diretto dalla tedesca di origine turca Yasemin Sandereli, co-sceneggiato insieme alla sorella Nesrin, ripercorre in forma di commedia, attraverso l’esperienza emblematica di una famiglia, la storia dell’immigrazione turca in Germania dal 1964 ad oggi, affrontando i temi classici dell’incontro, dell’identità, della società multietnica e dei profondi mutamenti delle culture che, incontrandosi, di influenzano.
Dopo il pogrom contro la minoranza Rom a Torino e la barbara uccisione di due senegalesi a Firenze, si rifa viva l'urgenza di parlare di minoranze etniche in Italia. I curdi non rappresentano numericamente un gruppo vasto. Sono molto più folte le comunità che si trovano in Germania, in Francia, in Inghilterra. Dato che però parlare di immigrazione nel nostro paese ci costringe proficuamente anche a parlare di altri luoghi, di tragedie che si consumano su altre terre, è giusto riconoscere il merito di questo volume apparso nel 2008 grazie all'impegno delle province di Milano, Roma, Venezia e dell'editore Terra Ferma.
Il sultanato di Abdühamit II (1876-1908) rappresenta senza dubbio per ogni turco un punto di svolta. Se non ufficialmente, almeno nei fatti esso è l'ultimo vero sultanato ottomano. Qualcosa di tremendamente lungo si chiude e qualcos'altro dolorosamente si apre. In quel trentennio, una strana schizofrenia, propria del sultano, si rifletteva in tutta la società di Istanbul. Nel corpo del “malato d'Europa”, un microbo esiziale era già a uno stato avanzato del suo corso; come una peste culturale, venuta dall'Occidente, da Parigi, sfondava le difese immunitarie, fatte di tradizionalismo, repressione cieca e conservatorismo.
Non furono pochi gli editori che nel 2009, sulla scia dello sconcerto per le violenze che repressero la così detta Onda Verde, provarono a pescare dal mazzo il loro cavallo vincente "iraniano". In genere puntarono tutti su scrittrici. La Rizzoli, nell'aprile di quell'anno, aveva già sugli scaffali la sua iraniana, Laleh Khadivi, trovata negli States dove era emigrata da bambina. Il suo L'età degli orfani (9.50 euro, pp.308), scivolò via dalla scena editoriale senza lasciare una traccia profonda o una ristampa. Cerchiamo di capire perchè.
Con l'espressione “delitto d'onore” si intende un delitto in cui, nove volte su dieci, la vittima è una donna e il carnefice è un uomo membro della medesima famiglia. Figlie, sorelle, persino madri uccise per essere incorse in comportamenti ritenuti socialmente indegni, che “macchiano” l'onore e la rispettabilità di una famiglia. Macchie che si pretende di lavare col sangue, infilandosi in un tunnel in cui si perdono sia il futuro, sia l'onore. A ben vedere il delitto d'onore ha due vittime concrete, l'ucciso e l'uccisore, e un mandante virtualmente astratto, ma socialmente concretissimo: l'onore.
Qualcuno la chiama “Armenia occidentale”; qualcun altro invece “Kurdistan del Nord”; piaccia o meno, secondo la cartografia corrente la terra in questione appartiene alla Turchia, ne costituisce la sua parte orientale e continentale. Secondo la definizione di de Bellaigue essa è Terra ribelle. Un luogo che da più di un secolo non conosce pace, né stabilità.
Chiunque, anche tangenzialmente, si sia accostato allo studio della letteratura curda, avrà dovuto scontrarsi con la scoperta della sua natura soprattutto orale. Popolo di pastori transumanti, di nomadi, di guerriglieri, i curdi nell'arco della loro storia hanno accumulato un patrimonio immenso, e soprattutto difficilmente quantificabile, di storie, narrazioni, canzoni, leggende. Pur non mancando esempi, anche alti, di letteratura scritta a partire dall'XI secolo, si può tranquillamente affermare che l'indole più genuina delle lettere curde sia legata all'oralità.
«Guardando i volti di certe persone si pensa, senza volerlo, che non abbiano nessuno al mondo. Sin dalla giovane età Akhbar aveva avuto quel viso.
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