Diciamolo subito, fosse stato scritto da una donna sarebbe stato diverso. Un bello strappo al piagnisteo – al dolorismo, come lo abbiamo definito altrove – di troppa letteratura femminile, una sana dimostrazione di coraggio, e di buon gusto perché no.
L'opera prima di Marco Mantello, scrittore romano classe 1972, è una sanguigna tragicommedia generazionale, caustica e distruttiva e capziosetta, politicamente sbilanciata su un radicale antagonismo, fondata sulla robusta contrapposizione tra un padre narciso, scrittore e intellettuale apprezzato e riconosciuto, ma in piena crisi sentimentale-esistenziale, e un figlio, amorfo e inquieto e quando autodistruttivo quando incosciente, mezzo bambacione, come diremmo a Roma [altro che bamboccione: è proprio “bambacione” la parola che quel ministro ulivista non seppe dire, forse per pudore borghese].
"Per dieci anni, dal '58 al '68, mi sono dedicata all'internazionalismo, ossia alla conoscenza partecipante del mondo “altro” previa cancellazione dell'eurocentrismo.” È la frase iniziale di questo interessante volumetto che ci dà conto del frutto più prezioso colto dalla scrittrice in questa sua fase “terzomondista” e “decolonialista”, Nazım Hikmet. Egli è anche il tramite che la consegnerà poi a quella causa che la scrittrice ha fatto propria con entusiasmo e coraggio, la causa curda. Per Joyce la scoperta di un nuovo poeta è qui anche scoperta di un nuovo modo di fare poesia e l'apertura di una nuova finestra sullo scenario delle tragedie dei popoli.
Ma guarda scrivo di nuovo di poesia, e di nuovo di Francesca Matteoni. Scrivevo, delle poesie di "Artico", un anno e passa fa “Sono poesie che osservano le ferite, ne fanno uscire il sangue, quindi le disinfettano, e la pulizia brucia, ci brucia, ma è necessaria per guarirle.” e questo vale anche per quelle di questa raccolta. Una raccolta disomogenea, tenuta insieme dalla scrittura. Siccome parliamo, io e Francesca, e le dico le mie impressioni, tempo fa le dicevo, di questa raccolta, che era frammentaria, ogni poesia come una porta su di una stanza che lei ci permette di sbirciare dal buco della serratura. Come se ogni buco fosse uno squarcio su di un mondo, o per dirla con termini inglesi, a rabbit hole.
Conosco la scrittura di Demetrio da qualche anno, avendo condiviso esperienza comune in una mailing list, di Bombacarta, e in una web-zine trimestrale, Bombasicilia. Ciò che colpisce, o meglio, ciò che mi ha sempre colpito, nella sua scrittura, sono la naturalezza e la sicurezza con le quali afferma i propri dubbi. Forse mi spiego in modo più appropriato se scrivo che lui, quando scrive, sembra “dire”. In un certo senso, non afferma, non dubita, non c'è una intonazione, c'è un “dire”.
I malati di calcio e di letteratura hanno avuto poche opportunità di apprezzare una simbiosi tra le loro passioni: naturalmente “Febbre a Novanta” di Nick Hornby, qualche pagina di Soriano, certi articoli di Gianni Brera e Gianni Mura; qualche raccolta di racconti di giornalisti sportivi, tendenzialmente ultraterritoriale, e infine, fuori categoria, agiografiche autobiografie in odore di ghost, da “Io presiden
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