Non sapevo che l'Italia fosse nella black list di Amnesty International. In questo libro, i giornalisti Alessia Lai e Tommaso Della Longa, saggisti esordienti, scrivono con grande chiarezza che il nostro Stato, “Paese europeo, membro del G8, espressione della cosiddetta civiltà democratica occidentale, finisce ogni anno sotto la lente d'ingrandimento di Amnesty”. Le cause? Maltrattamenti e omicidi a opera delle forze dell'ordine – spiegano nell'introduzione i due autori – decessi in carcere mai chiariti, ritardi nelle inchieste, addirittura la mancata ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.
Nell'immaginario collettivo, alla voce “carcere turco” corrisponde nove volte su dieci quella sorta di moderno inferno dantesco mostrato dall'angosciante Fuga di Mezzanotte, (Alan Parker, 1978); a poco sono servite le recenti scuse dello sceneggiatore1, tale Oliver Stone, che ha ammesso di aver posto in cattiva luce l'intero paese; nell'immaginario collettivo, a quella voce, rimangono associate quelle immagini.
“No, non ho alcun rispetto per la pena di morte. Si tratta di un’azione sporca, che non degrada solo i cani da forca pagati per compierla ma anche la comunità sociale che la tollera, la sostiene col voto e paga le tasse per farla mettere in atto. La pena di morte è un atto stupido, idiota, orribilmente privo di scientificità” (pag. 381).
Federico Zampaglione (1968) non è soltanto un regista, ma la sua attività principale è quella di cantautore, fondatore - nel 1989 - della nota band dei Tiromancino. Ricordiamo la colonna sonora de Le fateignoranti di Ferzan Ozpetek. Il connubio tra musica e immagini è sempre stato importante per Zampaglione, che ha curato in prima persona regia e sceneggiatura del videoclip Un tempo piccolo, vincendo il primo premio Cinecittà e Cinefestival di Ravello come “Miglior videoclip italiano”.
Dallas Mayr, alias Jack Ketchum, ci accompagna nell'inferno della vita di provincia degli USA, negli anni Cinquanta; in quel che poteva accadere ma non doveva essere raccontato, in quel che poteva succedere ma non poteva essere capito. “La ragazza della porta accanto” (1989; IT, Gargoyle, 2009) è una discesa negli inferi della piccola borghesia statunitense, della possibilità d'una sua segreta, micidiale malvagità, della liceità di quella cattiveria in una cultura in cui dominava un concetto principe: “Non dirlo a nessuno”.
Non sono moltissimi i film che hanno trattato il periodo della dittatura argentina degli anni Settanta e Ottanta. Personalmente ricordo la La notte delle matite spezzate di Hector Olivera, risalente agli Ottanta, e qualche documentario più recente.Garage Olimpo è sicuramente il più discreto. In un film che racconta la violenza in una delle sue forme più vili e bieche, questa non è quasi mai mostrata.
È una questione di civiltà, una questione di umanità, una questione di intelligenza: una Nazione che rifiuta la Convenzione di Ginevra (“sospendendola” nel 2002: p. 169), avalla e pretende di legittimare arresti arbitrari, interrogatori senza limiti e incarcerazione illimitata non può essere parte del consesso delle nazioni democratiche.
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