Carlo, Andrea e Giovanni stanno chiacchierando, per conto loro, chiusi in una stanza. Non aspettano ospiti. Hanno tre sedie, e sono giusto in tre, e stanno in quella stanza da tre giorni. Ogni tanto qualcuno dorme per terra. C'è un letto soltanto. Intorno a loro – “qui intorno”, dice Carlo – non c'è più niente. Ma qualcuno forse ha bussato. La questione è che non tutti hanno sentito. La questione è che quella, scrive Patrik Ourednik, non è una porta normale.
Dice che uno dei dolori più grandi, forse il più grande in assoluto, che possa toccare di vivere a un essere umano sia quello di perdere un figlio. Un dolore così grande che seppur faticosamente somatizzato nel corso degli anni non smette mai di far soffrire e sono sufficienti una foto, un momento di debolezza, un evento simile accaduto a qualcun altro per tornare con la mente a quel terribile momento e per sognare, forse, il giorno del possibile ricongiungimento con quella parte di se stessi prematuramente scomparsa.
Mangia la zuppa, amore. Il titolo mi ricorda vagamente Vuoi star zitta per favore? di Carver, ma è più debole, dà l'idea di due persone, a tavola, di cui una con qualcosa dentro da dire, ma che l'altra non ha così voglia di sentire, probabilmente perché già sa cos'è quel qualcosa dentro, e così dice: Mangia la zuppa, amore. Che una persona rimane con quel grumo dentro, e anche se l'altra sa, è lo stesso, perché certe cose dovrebbero comunque uscire.
“What a little buster!” Houdini aveva visto bene nelle evoluzioni del Wunderkind. Il bambino volante, il piccolo acrobata “cascatore”, messo sul palcoscenico a soli tre anni dai genitori, artisti del vaudeville, e da lì in poi lanciato verso un incredibile successo.
«La letteratura in ciascuno dei suoi generi comincia con la fiaba e con la fiaba finisce. Pure, la fiaba si avvicina soprattutto alla poesia. Per via di ritmo, ripetizioni, stringatezza, immaginazione, nostalgia, dramma, tragedia e trattazione penetrante delle cose dell'uomo, creazione di oggetti, persone, animali nuovi, unici in natura e nella società, recanti in sé la nostre speranze, paure e gioie profonde e ampie...».
Hallo Arno, um dieses Interview anzufangen würde ich gern etwas über Dich erfahren, Deinen Werdegang, Deine Herkunft und darüber, wie Deine Liebe für Literatur entstanden ist, welches Deine literarischen Bezüge gewesen und heute noch sind.
"Sez Ner", romanzo dello scrittore svizzero Arno Camenisch, è stata una, se non l'unica, delle migliori rivelazioni letterarie del mio 2010 e per questo motivo ho deciso di rivolgere alcune domande al giovane autore svizzero, resosi subito disponibile a questo confronto. Fondamentale per la buona riuscita di questa intervista è stata l'opera di traduzione di Roberta Gado, già traduttrice di Sez Ner. Ad Arno e Roberta va tutto il mio sincero ringraziamento.
Ecco a voi l'intervista:
“Il folle cabaret del professor Fabrikant” è stato un regalo. Un gran bel regalo, in tutta sincerità. Un libro che arriva dallo stand delle Edizioni Cargo, direttamente dalla Fiera della piccola e media editoria di Roma. Il nome di Yirmi Pinkus mi era del tutto ignoto, d'altro canto siamo di fronte ad un'opera prima e Pinkus, in genere, lavora come disegnatore e come graphic journalist.
Ha perfettamente ragione Gian Carlo Caselli quando nella prefazione di “Nomi, cognomi e infami” ci ricorda che la resistenza alle mafie parla molte lingue. Spesso ce lo dimentichiamo perché probabilmente, immersi nella propaganda e amnesie da disinformazione, non si sta troppo a sottilizzare.
L’inevitabilità del male. La considerazione costante e spietata della superfluità di ogni coscienza, della falsità smascherata senza appello di qualunque coscienza. La magnificenza e illimitatezza del male come espressione massima della libertà e della fantasia, di ogni crimine come compimento infallibile e immediato del gioco infantile, di quello che Freud chiamava gioco contrapposto allo scherzo dell’ètà adulta. Questo è Cenci, il Cenci di Shelley riscritto e scenografato da un Artaud che sarebbe di lì a poco naufragato nella follia. Quella violenta mania persecutoria che inscindibilmente come in nessun altro autore si fonde con la sua poetica.
Essere ancora essere allora. Krapp.
“Una volta in scena come capisce se lo spettacolo funziona, se interessa il pubblico?
Apparentemente la vicenda di "Palace of the End", prima traduzione in italiano di Judith Thompson ad opera di Neo Edizioni, potrebbe essere un ottimo esempio di ciò che Hannah Arendt definì come banalità del male. Le tre voci narranti ci accompagnano in altrettanti monologhi, originariamente scritti per formare un trittico teatrale.
Il vecchio mulino non è il titolo di una poesia nostalgica che rievoca gli anni di un’infanzia sotto il segno della natura, ma il titolo del copione di un film che una troupe hollywoodiana si appresta a girare in un paesino del Vermont. L’arrivo dei cinematografari provoca sconquassi e meraviglia nella quieta cittadina.
È una festa: quella che sancisce il sessantesimo compleanno del pater familias, quella che dovrebbe celebrare unità e tradizione e commemorare anche il trapasso di una figlia, Linda, e di una sorella, Linda, morta suicida, poco tempo fa, in quella casa che oggi è adibita a nuove funzioni per esorcizzare il passato. È una festa, almeno questi sono i presupposti: il primogenito, Christian, affermato ristoratore nel cuore della Francia, la sorella stravagante, Helene, fidanzata con un negro e strafatta di canne, il fratello minore, alcolizzato e collerico, Michael, sempre alla ricerca di approvazione paterna e violento con la moglie.
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