"Avevano spento anche la luna" è il romanzo d'esordio di Ruta Sepetys. La scrittrice è nata negli Stati Uniti ma ha origini lituane. Come capita a molti autori, di recente, anche la Sepetys deve aver deciso, un bel giorno, di mettersi a scavare nel passato della sua famiglia, probabilmente alla ricerca di quelle radici che, prima o poi, chiunque vuole recuperare e comprendere.
“La città è un grappolo di giada disteso su sette colli. Con un fiammifero faccio sciogliere un chicco di resina. Un fantasma si risveglia nel fluido denso e muove pian piano le membra. La bora fa volare i manifesti stracciati. La colonna per le affissioni nel Corso oscilla come un pallone” [scrittura lirica di Dragan Velikić, in “Via Pola”; Zandonai, 2009; p. 118]
Quando si dice una promessa mantenuta: 160 pagine (al lordo dell'indice) per raccontare il Secolo breve. Perché Europeana racconta la Breve storia del XX secolo. Una brevità che a scatola chiusa potrebbe suonare sospetta. Il libro non è un Bignami per passare esami di varia natura né un azzardato saggio che omette i fatti concentrandosi su qualche teoria astrusa. Patrik Ourednik ha davvero scritto, dieci anni orsono, una breve storia del secolo breve. E questa storia, in forma di agile libercolo, ha un potere seduttivo immane. Anche se i temi trattati, come dire, li conosciamo già. Ecco perché Europeana, almeno all'estero, è diventato un classico e merita una recensione anche adesso, a XXI secolo inoltrato.
La casa di vetro citata nel titolo di questo convincente ed appassionante romanzo di Simon Mawer esiste davvero. Si trova a Brno, nella Repubblica Ceca, si chiama Villa Tugendhat, è stata disegnata dall'architetto Ludwig Mies van der Rohe ed è entrata a far parte del patrimonio dell'Unesco nel 2001. La finzione letteraria ha mutato i nomi ed ha trasformato leggermente gli eventi, ma ci racconta attraverso un intreccio ben articolato la storia straordinaria di una casa e di una famiglia e, grazie ad esse, di un'intera epoca.
"Il saggio L’Unificazione Italiana (Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile) chiude con esemplare e non ovvia dilemmaticità l’anno non glorioso delle celebrazioni relative ai 150 anni dell’unificazione italiana.
Un giovane storico francese, Laurent Binet, ha scritto uno stupendo libro, a metà strada tra il saggio storico e il romanzo autobiografico. L’opera, uscita in Patria l’anno scorso per le Edizioni Grasset & Fasquel di Parigi, è valsa all’A. il Prix Gouncourt du premier roman 2010. Ora Einaudi lo fa conoscere al pubblico italiano col medesimo titolo originario.
Dopo la pubblicazione in Gran Bretagna nel giugno 2010 (200.000 copie vendute) e negli USA a inizio 2011 (7 edizioni in 8 mesi), esce nel nostro Paese, con Bollati Boringhieri, Un’eredità di avorio e ambra, che può essere definito uno dei casi letterari dell’anno. L’autore, Edmund de Waal - olandese per parte di padre, nato a Nottingham nel 1964, residente nella capitale britannica, dove vive e lavora - critico, storico dell’arte e docente di ceramica presso l’Università di Westminster, è uno dei più famosi ceramisti inglesi. Inoltre è curatore del Victoria & Albert Museum di Londra.
Ho conosciuto la strage di Babij Jar qualche tempo fa leggendo "La pianista bambina" di Greg Dawson. Poco tempo dopo, vagando tra gli scaffali di una libreria di Roma, sono incappata in questo libro il cui titolo non lascia spazio ad alcun dubbio. Kuznetsov c'era. Aveva solo 12 anni quando l'esercito tedesco invase Kiev, la sua città: il 19 settembre 1941 i nazisti entrarono nella capitale dell'Ucraina. L'occupazione si protrasse per due anni e due mesi prima che l'esercito di Hitler decidesse di ritirarsi.
Quando l'allora ventiquattrenne letterato giuliano Giani Stuparich [1891-1961] pubblicava “La nazione czeca”, era, come cittadino triestino, un cittadino austriaco, compatriota dei cechi e degli slovacchi: era un cittadino e un intellettuale triestino che aveva ideato e composto questo saggetto in un tempo in cui “prevedere il conflitto odierno era compito soltanto dei diplomatici, e prepararlo dei militari”, rivendicava con orgoglio nella premessa. Stuparich era un intellettuale che confidava si potesse dare vita, nel contesto austroungarico e in prospettiva in quello europeo, a una famiglia di nazioni confederate, ognuna espressione d'uno Stato democratico.
Il convento del titolo è quello di Mafra, un edificio mastodontico che i portoghesi oggi chiamano Palácio Nacional. A gettare le fondamenta del gigantesco convento fu, nel 1713, re Giovanni V per tenere fede ad un voto, quello che gli permise di ingravidare, dopo diversi tentativi inutili, la regina Donna Maria Giuseppa, sua consorte. Un'impresa edificatoria che fa da cornice e sfondo ad un romanzo che è storico ma è anche sociale, magico ed immaginifico.
Esse est percipi: non credo che lo storico Mario Isnenghi, autore della "Storia d’Italia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo", Laterza, pagg. 678, 30,00, volume ponderoso e certo non facile, condivida la celebre tesi del filosofo George Berkeley secondo la quale il mondo si esaurirebbe nella percezione di se stesso. L’assunto, seppure al netto del gravame teorico implicato nell’ontologia del pensatore settecentesco, in questi anni è andato per la maggiore.
Ci sono porzioni di vita che, parafrasando Seneca, non sono vita, ma tempo. La vita di Massimo Venturi, il personaggio principale e voce narrante de "Il campo 29", dopo essere stato catturato in Africa e condotto prigioniero ai piedi dell'Himalaya, è divenuta essenzialmente tempo. Tempo da ammazzare, da annientare, da riempire in qualche modo.
Un libro breve ma prezioso, "La strage dimenticata". Camilleri, un po' come spesso ha fatto Sciascia, va a scavare in quei pezzetti di storia che la Storia ha dimenticato o, più banalmente, ha deciso di trascurare. Si tratta di episodi minimi seppur impregnati di una tragicità che non dovrebbe permettere sconti di memoria.
"Ma perché nessuno mi chiede se nel ghetto c'era l'amore? Perché questo non interessa a nessuno? Sull'amore nel ghetto qualcuno dovrebbe fare un film. E' l'amore che permetteva di sopravvivere". Così Marek Edelman parla a Paula Sawicka.
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