Sherman Alexie, nato nel 1966 nella riserva indiana di Spokane, Washington, è uno degli scrittori e artisti nativi più importanti e premiati attualmente in circolazione, con alle spalle ormai una vasta produzione narrativa e poetica e persino trasposizioni cinematografiche. Uno scrittore da sempre attento a descrivere nelle sue opere la condizione dei nativi dei giorni nostri (gli splendidi racconti di “Lone Ranger fa a pugni in paradiso” o le vicende di una rock band di soli nativi in “Reservation Blues”), con le loro contraddizioni, problematiche e aspirazioni, sempre con una scrittura delicata carica di critica sociale ma venata da una sottile vena ironica rivolta a 360°.
Sono trascorse diverse settimane da quando ho concluso la lettura di questo libro, lasciato ingiustamente sugli scaffali per tanto, troppo tempo, ed ancora non riesco a staccarmi dal pensiero del fiume di dolore che ho provato perdendomi tra le sue pagine. Avevo dimenticato il motivo per cui lo avevo acquistato; avevo dimenticato quelle prime soffocanti parole che aprono una voragine sui ricordi dell’allora bambino Hyok Kang, nato nel 1986: “se hai privato di tutto qualcuno, questi non è più in tuo potere. È di nuovo completamente libero” (Alexandr Solženicyn).
“In data 18 marzo 2003, non è ancora stato avviato alcun processo per giudicare il genocidio khmer rosso. Quasi due milioni di persone hanno perso la vita in tre anni, otto mesi e venti giorni d’inferno che il paese ha attraversato tra il 1975 e il 1979” (pag. 186).
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