Dalla cronaca di un fantastico incontro tra un marziano ed un siciliano in una sperduta campagna dell'interno della Sicilia, Filippo Martorana prende spunto per imbastire la trama di un'operetta civile dal sapore quasi anacronistico; tanto che il volume potrebbe considerarsi il tentativo di narrativizzare uno spaccato saggistico sul tema, in verità abusatissimo, della sicilianità.
Raimondo Lanza di Trabia. Pronunciato così, a freddo, questo nome può risultare altisonante, anacronistico, forse potrebbe far volare l’immaginazione fino a pensare che si tratti dello pseudonimo di qualche scrittore. Ma Raimondo Lanza di Trabia è stato un uomo, un italiano, una vita che ha intrecciato altre vite, che si è fatto interlocutore acuto e indimenticato della nostra storia vivendola fino in fondo. Come tutta la sua avventura terrena.
Roberto Mistretta è un ottimo narratore, scrive libri gialli ambientati in Sicilia con protagonista il maresciallo Bonanno, ispirati dai romanzi di Camilleri, e riscuotono un buon successo in Italia e in Germania. Mistretta è un buon narratore di storie per bambini, ma anche giornalista interessato ai problemi della sua terra che spesso affiorano dalle pagine dei suoi romanzi. In questo libro affronta l’universo mafia con una serie d’interviste ai protagonisti, a quei giudici di frontiera che lottano ogni giorno per garantire la possibilità di vivere in una vera democrazia, dove sia possibile andare a testa alta, senza timore di padrini, cosche e associazioni malavitose che condizionano la vita quotidiana.
“La parola “un avi ossa e rumpi l’ossa” (la parola “non ha ossa e rompe le ossa”). La parola onesta rompe le ossa al ladro di Stato. Di conseguenza la parola onesta è proibita e quella disonesta agevolata. Tre sono i comandamenti dell’uomo di comando: primo, non hai altro dio che la latitudine; secondo, il comandare è meglio del fottere; terzo, per annebbiare la testa alla popolazione organizza una commissione. E, così, dopo dieci anni di furti, spuntò la commissione.” (pag. 174)
Un libro breve ma prezioso, "La strage dimenticata". Camilleri, un po' come spesso ha fatto Sciascia, va a scavare in quei pezzetti di storia che la Storia ha dimenticato o, più banalmente, ha deciso di trascurare. Si tratta di episodi minimi seppur impregnati di una tragicità che non dovrebbe permettere sconti di memoria.
“Misericordia, chi era? Dove, dov'era stata fino allora, cioè per cinque mesi, costei? Deglutii con molto indescrivibile sforzo. Lieve, sul palco, la dea snodava le membra secondo una concordanza ineguagliabile di misure e di ritmo. Le braccia lunghe opulente, dolci nell'andare; le gambe altissime, strette alle ginocchia, magre esili alle caviglie quanto pingui enormi all'inguine, colossali. Doveva costei tra l'altro essere molto giovane, considerato che il suo corpo appariva, pur nei movimenti, dotato di una straordinaria compattezza e di una straordinaria armonia: appunto solidissimo...” [p. 22].
Paolo Ruffilli con il romanzo L’isola e il sogno (Fazi editore, pagine 195, euro 17,50) torna a occuparsi della figura di Ippolito Nievo. Dopo aver dedicato allo scrittore garibaldino una bellissima biografia, uscita da Camunia nel 1991 (sarebbe anche ora di ristamparla), e aver curato per Garzanti "Le confessioni di un italiano", Ruffilli in un romanzo intimista e suggestivo ripercorre gli stati d’animo e l’educazione sentimentale di uno dei più grandi e dimenticati scrittori italiani.
Ho scoperto l’esistenza di un gruppo italiano proveniente dalla Sicilia chiamato Moque grazie alla frequentazione del blog di Manfredi Lamartina, giornalista musicale e non solo, dotato di una penna graffiante che meriterebbe una maggiore visibilità, nonché chitarrista di questo gruppo ormai scioltosi, ed è stato proprio per la sua intercessione che sono entrato in possesso del loro debutto “Luna appesa con lo scotch” targato estate 2007.
“Eppure la Sicilia rimane bellissima. Non conosco nessun altro luogo che riesca non tanta naturalezza a fingersi mito; nessuno che in pochi emblemi significativi riassuma la vicenda commovente dell'uomo e ne incarni visibilmente i moti più vari, sacri e profani: l'ansia di felicità, l'ebbrezza e la miseria dei sensi, il desiderio, il rimpianto, il disamore, l'amore... Una femmina è la Sicilia e chi vi è nato la sente come un doppio di sé, una pelle senza la quale si sentirebbe scuoiato e nudo” (Bufalino, “La terra degli eccessi”, incluso ne “Il fiele ibleo”).
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“Là dov'è la vigna di uve nere, non ci sono strade. È per questo che non si odono voci né cigolii di carri, né picchiettii di zoccoli di bestie. Il mare è troppo lontano perché il rumore che la tempesta fa quando sbatte contro la costa arricciandola di bianco possa salire fin lassù. Se il vento è favorevole, ne arriva un ansimare fioco e tramortito come di persona soffocata da un bavaglio; un ansimare che, per non essere percorso da altre varianti di suono, diventa un'aggiunta di silenzio” (De Stefani, “La vigna di uve nere”, X, p. 99).
“Dalle parti degli infedeli” rientra tra le micro-cronache siciliane che Sciascia più volte ha messo al centro dei suoi libri. Episodi reali e dimenticati perché apparentemente trascurabili o perché volutamente tacitati ma che, come lo scrittore di Racalmuto tiene a sottolineare, portano con sé momenti di vita esemplari e tracce di storia tutt’altro che secondarie.
“Il pregiudizio ideologico è curiosità pornografica” (Buttafuoco a “La Stampa”, intervistato dalla Zucconi, qualche anno fa)
Sgombriamo il campo da un primo equivoco: il nuovo romanzo di Gian Luca Favetto, letterato torinese classe 1957, non è un noir e non ha niente o quasi a che fare con l'ecomafia, a dispetto della (nobile) collana di progetto in cui è inserito, quella di VerdeNero. Sgombriamo il campo con gioia – personalmente non ho nessuna simpatia per la letteratura di genere, e non l'ho mai nascosto; ma ne ho molta, senza dubbio, quando il genere si rivela “impegnato” e di denuncia, come in questa collana – e ci ritroviamo di fronte a un grande romanzo dedicato a (e concentrato in) un tema fondamentale: l'arte della fotografia.
C'è una figura dimenticata nella letteratura italiana contemporanea, quella del bandito-scrittore siciliano Lo Presti, esordio in Mondadori – con prefazione di Aldo Busi – nel 1990, omaggiato dalla critica a tutto spiano e quindi precipitato nel dimenticatoio: Lo Presti morirà, dopo altri giorni di vita un po' al limite, una manciata d'anni più tardi; morirà della peste del secolo.
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