“Dimentica solo chi vuole dimenticare. Io non ho dimenticato nulla. E non voglio farlo”. Anzi Lev Razgon “sente il bisogno di raccontare almeno una parte del dramma che ha vissuto con la sua generazione” e sceglie di scrivere, di trasformare la propria “vita offesa” in un lungo romanzo. Le pagine, quindi, raccolgono i ricordi, ma non si tratta di mera esposizione dei fatti: ogni episodio, ogni stadio della sua terribile esperienza è sviscerato e commentato nella ricerca tenace di risposte impossibili.
"Sull’isola c’era una guardia di nome Kostja Venikov, era giovane. Faceva la corte a una bella ragazza, anche lei deportata. La proteggeva. Un giorno, dovendosi allontanare, disse a un compagno. ‘Sorvegliala tu’, ma quello, con tutta quella gente intorno non riuscì a fare granché… qualcuno la prese e la legò a un pioppo: le tagliarono il petto, i muscoli, tutto quello che si poteva mangiare, tutto, tutto… avevano fame. Bisognava pur mangiare"
Nell’immaginario occidentale la Russia è una presenza stabile, seppure velata inesorabilmente dalle luci e dalle ombre del mito. Tra Ottocento e Novecento, agli occhi dell’opinione pubblica colta rappresentava in Europa l’emblema della “terra di mezzo”. Il luogo dove la cultura occidentale, che a San Pietroburgo celebrava ancora una delle sue capitali, trascolorava nella barbarie delle steppe asiatiche e negli istituti feudali di immense campagne. Il Paese di Dostoevskij e Turgenev era lo stesso dell’autocrazia zarista, che nell’Europa delle fabbriche e delle prime conquiste sindacali non dava segno di voler abrogare la servitù della gleba.
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