Parigi, 16 luglio 1942, durante l’occupazione tedesca della Francia. Sarah Starzynsky, una bambina ebrea di dieci anni, sta giocando con il fratellino Michel quando, all’improvviso, sente bussare con energia alla porta; lì per lì pensa che sia il padre, salito dal suo nascondiglio in cantina.
Dopo 70 anni il soldato inglese, Denis Avey, decide di raccontare, insieme al giornalista della BBC Robert Broomby, la sua storia di guerra. Prende così via un lungo racconto che ci porterà a rivivere una lunga parte della storia dell'ultima guerra mondiale. Chi parla è Denis Avey, oggi novantatreenne, un soldato che si autodefinisce fin dall'inizio una persona ribelle e determinata. La sua storia inizia il 22 gennaio del 2010, giorno dell'assegnazione dell'onorificenza 'Eroi dell'Olocausto', da parte del premier inglese dell'epoca Gordon Brown. Denis Avey era stato incluso tra i ventisette inglesi che si potevano fregiare di quella medaglia d'argento 'per i servigi resi all'umanità'.
Se mi fosse chiesto di indicare fra i libri letti negli ultimi anni quale possa descrivere al meglio la deriva sempre più totalitaria intrapresa dagli Stati Uniti post-11 settembre citerei senza alcun dubbio “Callisto” di Torsten Krol, uscito nel 2007 e pubblicato nello stesso anno da Isbn.
Lucy Schwob, nipote del grande Marcel, padre delle adelphiane “Vite immaginarie”, rinunciò al suo nome, se ne spogliò, disinvolta, e divenne Claude Cahun; scelse il suo nuovo nome per diventare, come insegna il letterato siciliano Roberto Speziale, un'eroina sconosciuta, e combattere il nazismo che flagellava la Francia, e difendere la sua essenza; la sua essenza complessa e misteriosa di donna, di ebrea, di democratica e di libera cittadina. La sua essenza di artista avrebbe rivoluzionato l'idea stessa dell'autoritratto, in fotografia; la sua anima partigiana sarebbe scampata alla condanna a morte a un passo dall'esecuzione, nel maggio del 1945. Una vicenda leggendaria.
Questo è un romanzo di un ritorno. È il romanzo del ritorno a casa del soldato prigioniero di guerra: il ritorno di uno che aveva perduto la speranza, e s'era ingannato a dare coraggio agli altri, come poteva. Milano sembra un paese straniero: “case distrutte, muri sudici e neri per gli incendi” [p. 127], rovine a pochi passi da casa, alberi sradicati. La porta di casa, tanto attesa, è a un passo. L'interno della casa è intatto. La famiglia si raduna attorno al figlio ritornato. Lui si guarda allo specchio e si ritrova “una faccia ambigua: disorientata e goffa […]. Mi sembrava di avere polvere anche dentro gli occhi, ma doveva essere soltanto stanchezza” [p. 132]. Passano giorni, settimane. Il reduce rimane quanto più può a letto.
“Siamo stranieri; in questo paese ci chiamano ladri, traditori, vigliacchi, ci portarono su ammucchiati nei vagoni bestiame, tenuti a bada con i fucili. Un giorno hanno detto che eravamo liberi, non si capiva di cosa: di lavorare e patire come prima, da prigionieri […]. Siamo sperduti, parliamo, facciamo dei gesti senza conoscere delle parole, delle cifre di salvezza. Non sappiamo che quando si lavora e non si lavora, quando si mangia e si dorme. […] è sempre inverno. Questa guerra e questo assedio del cuore. […] Ogni sera è uguale, lo sconforto del giorno che verrà dopo, e non si può avere una speranza, fabbricarsela” [p. 9; p. 15; p.17; p. 24].
A quanto ho potuto constatare, "Un caso di ordinario coraggio" è l'unico libro di Pascale Roze tradotto in italiano. La scrittrice francese, nata a Saigon nel 1954, ha conquistato il prestigioso Premio Goncourt per "Le Chasseur Zéro", suo romanzo d'esordio, nell'ormai lontano 1996 ma di lei non avevo mai sentito parlare. Eppure merita.
La lettura di "Un caso di ordinario coraggio" (titolo originale "Itsik", anno 2008) è stata spontanea e continua, durata esattamente il tempo di un breve viaggio in treno. Le pagine scorrono docili e avvincenti, si arriva alla fine del romanzo senza quasi accorgersene.
Spiegare la guerra ai bambini non è semplice. Così come non è semplice far comprendere loro l'orrore della morte e della distruzione che ogni guerra porta con sé. Eppure è fondamentale che anche i più piccoli, giunti ad un'età adeguata, vengano messi a confronto con gli episodi più tristi della nostra storia.
Un libriccino sepolto ormai nella polvere del tempo: bellissimo perché lucido nella sua sostanza ideologica e soprattutto perché essenziale.
Scrive l’autore nella prefazione: Queste pagine, svolgendo rapidi appunti, - stenografia di vicende e pensieri più che di spiegate parole -, furono scritte dal 18 al 25 settembre del 1943.
Dunque giorni terribili per il nostro paese, dove la poca preparazione per l’improvviso armistizio e lo smarrimento, soprattutto dei militari, aumentò vertiginosamente la paura del domani.
Nella sciagura di un paese costretto a un armistizio disperato, di un popolo che non poteva più né fare la guerra né fare la pace, è possibile ancora cantare?
Ho conosciuto la strage di Babij Jar qualche tempo fa leggendo "La pianista bambina" di Greg Dawson. Poco tempo dopo, vagando tra gli scaffali di una libreria di Roma, sono incappata in questo libro il cui titolo non lascia spazio ad alcun dubbio. Kuznetsov c'era. Aveva solo 12 anni quando l'esercito tedesco invase Kiev, la sua città: il 19 settembre 1941 i nazisti entrarono nella capitale dell'Ucraina. L'occupazione si protrasse per due anni e due mesi prima che l'esercito di Hitler decidesse di ritirarsi.
Quinto libro di narrativa di Stelio Mattioni, “La stanza dei rifiuti” [Adelphi, 1976] è un romanzo breve che ha il passo della ballata: è una ballata del Novecento triestino, è una ballata di tre fratelli che nascono giuliani sotto bandiera austriaca, si ritrovano italiani da giovanotti, testimoniano il fascismo, e il rovesciamento del regime, e la provvisoria presenza difensiva angloamericana, e la nascita d'una frontiera innaturale, e i giorni dell'avvento della Dc; è la ballata della fortuna e della decadenza del porto di Trieste, e di tutta una serie di abitudini; è la ballata della sconfitt
Un libro inusuale, anche se materia e stile possono ricondurre ad una sorta di neorealismo appena ‘fuori’ dall’accademia. Inusuale nella sua costruzione rarefatta, in principio quasi ‘fiabesca’, nell’impegno a collocarlo in una dimensione più vicino al nostro sentire. Perché Sàito, pur raccontando di guerra, di resistenza e partigianeria è lungi dal mitizzare quest’ultima e la sua innocenza.
“Il libro dei mestieri” dello scrittore croato Bora Ćosić, classe 1932, venne originariamente pubblicato in Jugoslavia nel 1966. Si tratta di una raccolta di racconti che, per dirla con le parole della prefatrice della bella edizione italiana, Nicole Janigro, “procedono come un work in progress, mettono insieme dati diversi, utensili e attrezzi, montano oggetti simbolo e personaggi pubblici e privati in una sorta di enciclopedia del XX secolo capace di unire l'alto e il basso: due poli che hanno sempre in comune la dimensione umana”.
Ci sono porzioni di vita che, parafrasando Seneca, non sono vita, ma tempo. La vita di Massimo Venturi, il personaggio principale e voce narrante de "Il campo 29", dopo essere stato catturato in Africa e condotto prigioniero ai piedi dell'Himalaya, è divenuta essenzialmente tempo. Tempo da ammazzare, da annientare, da riempire in qualche modo.
Once there was…Es war einmal…C’era una volta una guerra, che suona più o meno come “c’era una volta un califfo per un un’ora”. Il titolo è volutamente provocatorio. John Steinbeck, scrittore americano versatile e fecondo, si è cimentato con un evento drammatico, la guerra, vissuta in prima persona, in quanto inviato al fronte. Da questa esperienza sono scaturiti una serie di “pezzi”, spesso scritti nei tempi impossibili richiesti dai giornali e in situazioni affatto comode, il cui contenuto non appare invecchiato neppure di un giorno.
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