“Misericordia, chi era? Dove, dov'era stata fino allora, cioè per cinque mesi, costei? Deglutii con molto indescrivibile sforzo. Lieve, sul palco, la dea snodava le membra secondo una concordanza ineguagliabile di misure e di ritmo. Le braccia lunghe opulente, dolci nell'andare; le gambe altissime, strette alle ginocchia, magre esili alle caviglie quanto pingui enormi all'inguine, colossali. Doveva costei tra l'altro essere molto giovane, considerato che il suo corpo appariva, pur nei movimenti, dotato di una straordinaria compattezza e di una straordinaria armonia: appunto solidissimo...” [p. 22].
Sono passati quasi 17 anni dall’uscita di questo disco. Era il maggio 1994 (il disco lo ascoltai compiutamente nella seconda metà dell’anno a ripresa delle scuole), l’anno dopo la morte di Kurt Cobain. 17 anni sono tanti, quasi la metà della mia vita e in questo disco c’è buona parte della mia esistenza, delle persone che mi hanno permesso di scrivere i miei due romanzi, di superare momenti complicati, di sorridere, di vivere nuove esperienze e ancora oggi, quando lo ascolto, mi si riempiono gli occhi di lacrime tanto sono luminosi i ricordi che mi prendono e si materializzano davanti ai miei occhi.
Iki dil bir bavul, ovvero Due lingue e una valigia, è un film documentario che racconta l'esperienza di un giovane insegnante turco (Emre Aydın), proveniente dalla parte occidentale e sviluppata del paese, catapultato in un villaggio del sud-est curdo per la sua prima esperienza di lavoro. Si tratta di un documentario appunto e quindi non c'è alcuna ombra di finzione, di sceneggiatura, o di dialoghi scritti: le immagini riassumono un anno scolastico intero e l'avvicendarsi delle quattro stagioni nell'alta Mesopotamia. Nel suo piccolo è davvero un capolavoro.
L'arte d'essere precario nei primi anni Sessanta: per precisa e consapevole scelta esistenziale, nel tempo e nella società in cui, per buona parte dei nostri compatrioti, era ancora possibile suicidarsi professionalmente con garbo, e con un certo stile. Sbagliando tutto, ma con qualche garanzia di restare in piedi. Beati loro. Il supplente (Isbn, 264 pp., € 15) di Angelo Fiore, dimenticato e rimosso artista siciliano, è la trasfigurazione estetica delle esperienze d'uno scrittore laureato in Letteratura Inglese, che per campare – proprio come il suo antieroe, in questo romanzo – lavorava come impiegato ministeriale, ma poi un bel giorno aveva deciso di accettare una nomina da supplente in uno sperduto paesino dell'isola.
A qualche anno di distanza dal suo brillante esordio, “Il diavolo custode” [Meridiano Zero, 2007], Luigi Balocchi torna a pubblicare una buona prova di narrativa, caratterizzata da una sempre credibile personalità autoriale, da una grande dedizione al territorio (e al suo amato dialetto lombardo) e da una profonda umanità.
Raoul Vaneigem, scrittore belga classe 1934, già protagonista del movimento situazionista, è un intellettuale eretico, apocalittico, visionario. Nella nuova edizione del suo “Avviso agli studenti” (1995), completa del saggio breve “Terrorismo o rivoluzione” (1972), possiamo apprezzare l'intelligenza dissacrante di un pensatore che ha saputo spiegare – per dirla con le parole del curatore, Sergio Ghirardi - “Come reagiscono le nuove generazioni al consolidarsi dell'alienazione, aggravata dal ricatto economico che un capitalismo alla deriva fa pesare sulla sopravvivenza economica, ambientale e persino fisica degli esseri viventi” (p. 17).
“Sono stato molto infelice, nella mia vita, da bambino, da ragazzo, da giovane, da uomo fatto; molte volte, se ci ripenso, ho toccato quello che si dice il fondo della disperazione. Ricordo tuttavia pochi periodi più neri, per me, dei mesi di scuola fra l’ottobre del 1929 e il giugno del ’30, quando facevo la prima liceo”.
Ventitre anni, giovane professore fresco di nomina, settentrionale. Una scuola sottoterra, dentro un precipizio, i pilastri come punte d'iceberg. Una scuola di paese, d'un paese che sembra vergognarsi che la scuola esista. Forse non è un caso che quella scuola sia sprofondata. E poi quella scuola è il viatico a una scuola peggiore, quella a cui il professore è stato assegnato, località San Francesco da Stimmate. Profondo sud – quello che le cronache si rifiutano di raccontare. Da quelle parti non c'è segnale per i telefonini, e nessuno tiene il telefono in casa: la scelta serve per evitare d'essere intercettati dagli sbirri. Da quelle parti manca il riscaldamento, spesso: perché le tubature vengono cambiate continuamente.
Truffaut esordì raccontando la storia di un bambino ribelle: Antoine era un ragazzino che soffriva l'istituzione scolastica, l'autorità, l'assenza della figura paterna – sostituita da un patrigno, freddo e indifferente – e la natura scostante della figura materna. Antoine era ribelle e deliquente senza mostrare cattiveria. Era un antagonista, sic et simpliciter. Anni fa, ne scrivevo questo: “L’autorità è metamorfica, ma ha una sola poetica. Quella dell’imposizione e della repressione.
Il titolo del libro di Giunta (docente universitario di letteratura italiana, non sociologo né mass-mediologo di professione) rivela già di per sé lo spirito ‘militante’ e poco accademico con cui è stato scritto: il presente cui si allude è quello dello strapotere pressoché incontrastabile della sottocultura mediatica (televisiva anzitutto); tanto pervasivo da configurare ormai una vera e propria ‘rivoluzione culturale’ nel senso più sinistro e minaccioso che questa espressione ha assunto a partire dall’esperienza cinese – cui vagamente si allude- di quaranta anni fa.
“GLI ULTIMI DINOSAURI”
L’autrice ha vissuto e si è confrontata con gli ultimi venti anni di cambiamento della scuola, cambiamento che è stato in realtà parallelo a quello di una società intera: si è riflesso nella crescita dei giovani e nella loro educazione implicando per gli educatori una flessione di linguaggio, stile, modalità e comunicazione diversa dalla precedente, peraltro ampiamente contestata in anni a tutti noti. Non vado indietro di molto ma l’uso indiscriminato di Internet per esempio, ha privato i ragazzi della lettura e quindi dalla parola scritta e comunicante.
Secondo, caustico pamphlet satirico del professor Paolo Mazzocchini sulle degradanti condizioni della scuola pubblica, post riforme americaneggianti sia uliviste che forziste, “Studenti nel paese dei balocchi” è un formidabile veicolo di informazioni per quanti, tra i genitori e tra gli intellettuali della nuova generazione, intendano assumere coscienza della decadenza dell’istituzione scolastica. Per correggere il tiro – a questo mira, infine, lo scritto del filologo di Castelfidardo – è necessaria un’azione congiunta: docenti e utenti.
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