Sull’identità vicentina e altro – 2.
Ci sono un portoghese, un italiano e un inglese... È una barzelletta? No, se fosse una barzelletta ci sarebbero un tedesco, un italiano e un francese... O un tedesco, un francese, un italiano... Che è la stessa cosa. Già, cambiando l'ordine degli addendi...
Quando mi hanno segnalato l'esistenza di questo libro, con un sms proveniente dalla città in cui sono nato, e in cui vorrei tanto poter tornare a vivere, sono rimasto abbastanza interdetto: non capivo che interesse potesse avere avuto Giampiero Mughini, intellettuale irrequieto e non sempre decifrabile, un tempo comunista ma poi collaboratore di testate allineate al forzismo, un tempo attore nei film di Nanni Moretti ma poi catodico e sciagurato opinionista di calcio, a parlare di Trieste.
“Questa lettera non indica una direzione e non fornisce equipaggiamento. E' un tentativo di scoraggiamento di darsi alla scrittura”.
Lo scrittore napoletano incita così a non divenire scrittori. Il testo di De Luca dovrebbe far crollare speranze e frantumare aspirazioni. Riuscirà nell'intento solo con chi non sente la parola scritta come sua carne e suo sangue. Scrivere, a mio modestissimo avviso, non è arte da tutti e De Luca, tra le righe, lo conferma.
Vacillamenti di Cioran appare per la prima volta nel 1979 in duecento esemplari con trentadue litografie di Pierre Alechinsky, firmate dall’artista. L’opera è stata riproposta dallo stesso editore nel 1998. Questo libro è presentato per la prima volta al lettore italiano da Mimesis (a cura di Barbara Scapolo, pagine 76, 12 euro). Felice è l’incontro tra Cioran e Alechinsky che collaborarono insieme in diverse occasioni. Gli aforismi contenuti in Vacillamenti appartengono alla seconda parte di Accenni di vertigine, l’ultimo capitolo di Squartamento.
Raccolta di articoli, saggi brevi e frammenti di Jack London, “Pronto soccorso per scrittori esordienti” (Minimum Fax, 2005), curato da Monica Crassi, per la traduzione di Andreina Lombardi Bom, è un bignami del “Martin Eden” completo di qualche curiosità non sempre marginale o irrilevante. L'idea di avvicinare neofiti e curiosi al grande Jack con questa scorciatoia è simpatica – è carina – ma niente di più. Mi sembra pacifico.
Quando una storia racconta d'un inventore di storie (in questo caso, un plagiario di talento, già da minorenne) si ha sempre la sensazione di ritrovarsi a essere spettatori d'un quadro di Escher. La letteratura scrive della letteratura: meglio, del problema dell'invenzione della scrittura, della sua genesi, della sua essenza. Il meccanismo, eccezionalmente autoreferenziale, può dare vita a librotti allegri e vivaci, mai dinamitardi (Gaarder, “Il venditore di storie”) oppure a robuste iniezioni di esistenzialismo (il Bandini di Fante, per dire: o il “Martin Eden” di London): leggiamo di scrittori che non sanno cominciare a scrivere, oppure che confondono vita e scrittura. Leggiamo uno scrittore che scrive di uno che vuole scrivere e magari non riesce.
Conosco la scrittura di Demetrio da qualche anno, avendo condiviso esperienza comune in una mailing list, di Bombacarta, e in una web-zine trimestrale, Bombasicilia. Ciò che colpisce, o meglio, ciò che mi ha sempre colpito, nella sua scrittura, sono la naturalezza e la sicurezza con le quali afferma i propri dubbi. Forse mi spiego in modo più appropriato se scrivo che lui, quando scrive, sembra “dire”. In un certo senso, non afferma, non dubita, non c'è una intonazione, c'è un “dire”.
Cioran provocava: “Il diritto di sopprimere tutti quelli che ci infastidiscono dovrebbe figurare al primo posto nella costituzione della Città Ideale”.
Da oltre un secolo Svevo rivela, ai lettori e ai letterati, una figura esistenziale carica di significati, di dolorosa coscienza dei contrasti che la animano, di lancinante e splendida inadeguatezza all’esistenza: quella del modernissimo, grottesco, credibile intellettuale inadatto alla vita, l’inetto.
L’argilla che l’ha plasmato non s’è disfatta. La società postindustriale ha soltanto acuito ed esasperato le ragioni della sua esistenza, e della sua inadempienza alla vita. Alfonso Nitti potrebbe essere il mio vicino di casa o il mio collega. Alfonso Nitti potrei essere io. È un mio simile, lo riconosco e ne prevedo il comportamento, riesco a simularlo con discreta esattezza.
A volte, solo qualche volta, capita che un libro ti colpisca con tale intensità da toglierti il fiato. E' una fortuna rara, un privilegio che purtroppo è concesso a pochi. E' qualcosa che fa male ma che trasporta dentro sè il sublime: merita di essere affrontato e subito senza riserve, ma con la consapevolezza e la totale accettazione del fatto che questo romanzo è meraviglioso. Spietato, Ieri si concede come un amante che si spoglia per l'ultima volta; rarefatto, come sono certe emozioni che non danno mai abbastanza al cuore; triste, come tutto quello che descrive l'incompletezza dell'essere umano.
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