A quasi quattro anni di distanza da “Lavorare stronca”, l'anarchico e corrosivo outsider Angelo Zabaglio, alias Andrea Coffami, torna a pubblicare: e torna a pubblicare per la gioia e per il divertimento dei suoi lettori e dei suoi spettatori, conquistati sul campo, negli anni, da protagonista di eventi, letture e performance di vario ordine e grado in tutto il territorio nazionale. Zabaglio è pieno di personalità, di sentimento e di rabbia; di sofferenza e di voglia di vivere, e di divertire.
Questa raccolta di racconti sembra uscita da uno stato di dormiveglia. L'autore, nella sua premessa iniziale, pone l'accento su tre elementi portanti: l'acqua, il sogno, la follia; sono certo caratteristiche importanti all'interno del narrato, e facenti parte della sua scrittura, ma da lettore il senso complessivo che ne ho avuto, appena terminata la lettura, è stato quello di uno stato di dormiveglia. Sarà forse stato un influsso inconscio del primo racconto, che dà il titolo anche alla raccolta, dove “È una forma d'intimità, quella che più avvicina la scrittura al sonno.” (pag. 17).
Una raccolta di novelle nata per giustificare la disoccupazione di uno dei più spiazzanti, divertenti e intelligenti outsider della letteratura italiana: Angelo Zabaglio, scrittore, musicista e performer di Latina, classe 1979. “Lavorare stronca” è un libro scorrettissimo, crudo, coprolalico, intervallato da nonsense (“Il turno dell'accusa”), calembour (“Fossi fossa sarei biologica”), stravaganze e inattesi sprazzi lirici. L'esito delle vicende raccontate (“Ho semplicemente paura” è esemplare, in questo senso, almeno quanto “Il tempo perso”) è quasi sempre imprevisto, stralunato, sbracato.
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