Nota: quest’articolo vuole presentare una fotografia delle conoscenze attuali sull’evoluzione del ceppo umano. Questa tematica non manca mai di toccare corde profonde dell’animo e scatenare le più accese discussioni. Inoltre pochi soggetti potrebbero essere più lontani dalla mia branca di specializzazione, la genomica vegetale. L’insieme dei dati da me presentati proviene quindi quasi interamente dagli articoli citati in bibliografia. Non possedendo di mio una capacità di critica sufficiente a giudicare la qualità dell’articolo, ho attinto unicamente alle fonti più nobili ed autorevoli, ossia Nature e Science. Alcune conclusioni personali sono anche riportate; queste non vogliono essere né categoriche né definitive ed al contrario favorire una prolifica discussione. Buona lettura.
L’uomo è un piccolo grande miracolo della natura. Almeno così ci è sempre piaciuto credere: un essere pensante, con una coscienza di sé, una cultura e un’arte propria alla propria specie. Un evento unico nell’evoluzione, qualcosa di infinitamente superiore alla misera accozzaglia di organismi che popolano il pianeta e che spendono l’intera loro vita nel misero tentativo di procacciarsi un pasto o un compagno per l’accoppiamento. Esseri senza alcuna coscienza di sé, senza alcuna ragione, animali interamente dominati dall’istinto e dagli ormoni.
L’uomo ovviamente è diverso, biologicamente lontano da quella rarefatta rete di neuroni che rappresenta il primitivo centro nervoso della maggior parte degli animali, l’uomo ha nel suo cervello quello che le tigri trovano nelle proprie unghie: l’arma migliore.
L’uomo però, al contrario della tigre, è l’unico ad aver fatto della ragione e della cultura, un meccanismo di trasmissione delle informazioni non genetico, la sua arma principale. Scavate nel nostro ecosistema e troverete unghie, denti, corna e pungiglioni di ogni tipo. Ma di cervelli come quello dell’uomo c’è solo quello dell’uomo.
La specie umana non manca mai dunque, di sentirsi spaventosamente sola. Sembrerebbe che l’uomo rappresenti per certi versi una singolarità evolutiva, qualcosa di unico, irripetibile e in qualche modo estremamente improbabile.
Se da un lato è indiscutibile che l’uomo sia oggi estremamente solo al mondo una rapida occhiata all’albero evolutivo dell’uomo mostra chiaramente come questa non sia sempre stata la realtà dei fatti. Si conoscono per esempio tre specie di australopiteco, l’antenato primo dell’uomo, l’anello di congiunzione tra scimmia e uomo. Una sola di queste specie ha poi dato origine al primo Homo, mentre le altre due si sono estinte senza discendenza. Anche l’evoluzione del genere Homo ha poi subito molti scossoni, con un notevole numero di branche laterali che si sono separate del ceppo principale, evolute separatamente e poi estinte. Se si considera che già l’australopiteco era capace di fabbricare rozzi utensili in pietra, si vede come la nascita della ragione sia piuttosto antica e non forzatamente vincente.
Resta il problema di cosa si debba considerare veramente umano. Che caratteristica nobilita (?) un organismo al livello di essere umano? Il fabbricare pietre scheggiate (male per giunta) è sufficiente ad essere considerati umani? Bisogna seppellire i propri morti? È necessario aver sviluppato una qualche forma d’arte? O forse possedere una connessione internet?
Limitiamoci dunque. L’organismo in questione dovrebbe almeno dimostrare un’intelligenza sufficiente a produrre oggetti utili ai suoi fini, ed aver sviluppato almeno una certa forma di simbolismo e di arte. È stata inoltre più volte avanzata l’ipotesi che si possa far coincidere l’inizio della produzione artistica umana con la nascita di un linguaggio complesso ed articolato. L’arte, anche la più primitiva (specialmente la più primitiva), va spiegata ai propri simili.
Applicando questa definizione si ammette facilmente che oggi l’uomo è l’unica specie umana (scusate l’ovvietà). La domanda che è importante porsi a questo punto è se questa è sempre stata la realtà delle cose. È mai esistita un’altra specie di uomo, che non fosse l’homo sapiens? Milioni di anni fa esistevano molte specie di australopiteco. Ma milioni di anni non è una scala a cui l’uomo ama confrontarsi. Migliaia è molto più alla sua portata. L’uomo è veramente solo da migliaia di anni?
Candidato primo per il titolo di Uomo non sapiens sarebbe l’uomo di Neanderthal. Sopravvissuto sino a convivere per lungo tempo con l’uomo moderno il Neanderthal assomigliava a quest'ultimo per moltissimi tratti. È stato più volte suggerito che, adeguatamente abbigliato, un Neanderthal potrebbe vagare libero per una nostra città senza dare troppo nell’occhio. Certo apparirebbe decisamente massiccio e un tantino irsuto, ma nella squadra di rugby francese si è visto di peggio. I Neanderthal oltre che nell’aspetto, assomigliavano all’uomo moderno, per moltissimi tratti, tanto da meritare l’appellativo uomo secondo la definizione da noi prima proposta. Siamo dunque di fronte ad una seconda specie di uomo o si tratta solo di una razza locale che è poi confluita nel ceppo principale? La domanda ha un certo interesse. Se arte e cultura sono ciò che tanto nobilita l’uomo, è interessante sapere se si tratta di un evento unico nell’evoluzione o se la cosa si è ripetuta più volte. Insomma se il Neanderthal è solo una razza del sapiens, l’arte resta cosa nostra, se invece è una specie separata, se sono due scimmie differenti, più precisamente dei primati, l'arte non è più appannaggio dei sapiens. L’uomo sapiens e il Neanderthal avrebbero evoluto due volte questo tratto separatamente. Questo non è più dunque una caratteristica unica al sapiens, un evento irripetibile. L’uomo non sarebbe sempre stato solo nella sua unicità.
L’uomo moderno nasce in africa circa 160'000 anni fa, almeno da un punto di vista anatomico questi esseri umani sono del tutto indistinguibili dall’uomo attuale. Eccetto una fugace colonizzazione di alcune zone dell’attuale Israele, che data ormai di circa 100'000 anni l’uomo moderno non sembra essersi spostato dalla sua culla africana prima di 40-45 mila anni fa. Questo periodo coincide anche con l’apparire dei tratti più caratteristici dell’uomo. Utensili di pietra attentamente scheggiati in forme complesse, decorazioni e monili di diverse forme e materiali, e l’apparizione di arte figurativa ed astratta.
Il Neanderthal è più antico. Fisicamente più massiccio e dotato di un volume cranico superiore, il ceppo dei Neanderthal si è separato almeno 300'000 anni fa da quello che avrebbe poi dato origine all’uomo moderno. Sopravvissuto con successo alle ere glaciali il Neanderthal era già da tempo presente in Europa quando i primi uomini moderni fecero la loro apparizione. Poco dopo però l’uomo di Neanderthal scompare bruscamente. Tecnologicamente inferiore ai nuovi venuti il Neanderthal è però capace di adottare, almeno parzialmente, i progressi tecnologici portati dagli immigranti, suggerendo così di non essere cognitivamente inferiore ai nuovi venuti. Poi il Neanderthal scompare bruscamente senza lasciare tracce.
Due ipotesi possono spiegare questo fenomeno. O i Neanderthal si sono semplicemente fusi nella nuova popolazione, la scomparsa di questa razza sarebbe soltanto un fenomeno di diluizione nel flusso degli immigrati o i Neanderthal e i Sapiens si sono ritrovati a competere per le stesse risorse, con risultati disastrosi per gli autoctoni. Questa guerra, vuoi per un vantaggio tecnologico vuoi per un vantaggio biologico, sarebbe stata vinta dai sapiens che, di fatto, avrebbero estinto i Neanderthal.
Questo genere di domande manda in solluchero gli archeologi, ma è di scarsa rilevanza per il biologo. I progressi nelle biotecnologie, specie quelli legati alla genomica, hanno però permesso di dare una risposta biologica ad una domanda che da sempre aveva acceso le dispute fra gli archeologi.
Si è più volte posto l'accento sul fatto che il DNA sarebbe una molecola di straordinaria inutilità se non fosse così incredibilmente stabile. Esso, infatti, ha l’intrinseca capacità di conservarsi spettacolarmente bene. Non sorprende quindi che i biologi siano attualmente in grado di estrarre piccole quantità di DNA dai resti dei Neanderthal. Certo si tratta solo di frammenti di taglia molto ridotta e la qualità del DNA risente pesantemente del tempo trascorso. Non sarebbe infatti verosimile estrarre DNA nemmeno da un cadavere vecchio di 100 anni se questo si fosse completamente decomposto. Ovviamente però il DNA è estratto dai resti ritrovati oggigiorno, resti che ovviamente non si sono completamente decomposti. Il DNA estratto dai resti di Neanderthal è stato in seguito amplificato e sequenziato. Da un totale di 1,5 milioni di lettere di DNA lette si è riusciti a ricomporre frammenti di taglia compresa tra 20 e 200 lettere, per un totale di 54'302 lettere di DNA neanderthaliano. L’enorme differenza tra le cifre proposte (1,5 milioni 54'000) deriva dalla necessità di sequenziare molte volte questo DNA di cattiva qualità, passo reso essenziale da limitazioni di ordine tecnico.
Le sequenze così ottenute sono state comparate con le sequenze omologhe di uomo sapiens e scimpanzé (il nostro più prossimo cugino). L’allineamento delle sequenze delle tre specie ha rivelato che, durante l’evoluzione 502 lettere erano state sostituite in almeno una delle specie (supponendo il Neanderthal una specie a sé stante) mentre il resto della sequenza era condiviso dalle tre specie esaminate. Solo 27 di queste mutazioni erano presenti solo nell’homo sapiens e quindi specifiche alla nostra specie. Conoscere il tasso di mutazione permette pure di calcolare il momento in cui le due specie, o razze, si sono separate. L’uomo moderno e il Neanderthal hanno cominciato a separarsi probabilmente 700'000 mila anni fa, con una separazione netta fra i due ceppi risalente almeno a 370'000 anni fa. Questo periodo precede i 40'000 anni sopra citati che segnano l’espansione dell’uomo moderno fuori dall’Africa. Un’ipotesi eccitante può quindi essere avanzata. Se il Neanderthal è, in effetti, confluito nell’uomo moderno, mutazioni uniche ai Neanderthal (diffuso solo in Europa) dovrebbero essere molto più frequenti nell’europeo che nell’asiatico o nell’africano. Se invece il Neanderthal è stato estinto dal Sapiens, allora questa differenza non sarà osservata. Grazie ad una collezione di sequenze umane chiamata HapMan, questa ipotesi ha potuto essere testata. Ebbene la contribuzione dei Neanderthal all’uomo moderno è stata stimata essere zero. Va però detto che la dimensione relativamente ridotta della sequenza (si ricordi che il genoma umano consta di 3,2 miliardi di lettere) non permette di escludere con assoluta certezza che una contribuzione minima esista. I due ceppi di uomo sarebbero quindi di fatto separati geneticamente uno dall’altro e devono quindi essere considerati due specie distinte.
È quindi verosimile ammettere che almeno due specie di uomo, specie senzienti e capaci di adottare le tecnologie tipiche dell’uomo, siano in effetti esistite. Una di queste è stata con ogni probabilità sterminata in maniera capillare dall’altra. Se quindi l’uomo oggi è tanto solo nella sua unicità, ciò è solo dovuto alla violenza con cui si esprime il suo spirito di competizione.
Bisogna infine notare che l’uomo di Neanderthal ha in comune con l’homo sapiens circa il 99,5%del suo DNA, ciò che pone l’homo sapiens e il Neanderthal in un legame di parentela estremamente stretto.
Il putiferio scientifico è stato immediato e di proporzioni cosmiche. Per qualche strana ragione, ammettere che l’uomo potesse a tal punto essere preda della selezione naturale, con ceppi separati che evolvono caratteristiche esotiche in contesti d’isolazione genetica tipica della dispersione insulare, mandava in bestia molta gente. Certo, per chi crede che l’uomo sia il frutto unico di un disegno intelligente, è difficile giustificare l’esistenza di Homo floresiensis. Qualche appiglio per confutare le ipotesi di chi aveva frettolosamente classificato il nuovo scheletro come una specie a parte esisteva. In primo luogo si sta parlando di un singolo scheletro. Ce ne fossero stati due (improbabile data la scarsa probabilità di fossilizzazione e le dimensioni dell’isola) non si potrebbe supporre che si trattasse semplicemente di un’anomalia genetica, ma come escludere che il nostro Homo floresiensis non sia altro che un povero deforme? E come potrebbe, un uomo dal cervello piccolo come quello di una scimmia, aver creato i manufatti trovati sull’isola?
Doccia fredda, un articolo del 2005 fa notare come la microcefalia sia generalmente associata a una semplificazione della struttura del cervello. Esso possiede infatti numerose circonvoluzioni, che tendono ad essere molto semplificate nei casi di microcefalia. Ora le tracce lasciate dal cervello sul cranio di H. floresiensis assomigliano in tutto e per tutto a quelle di un cervello sano, e dallo sviluppo normale se non fosse incredibilmente piccolo. Nemmeno il tempo di pubblicare, sullo stesso numero di Science, appare una nota tecnica, firmata da un gruppo rivale, in cui si fa notare come la microcefalia sia sì correlata ad una semplificazione del cervello, ma che eccezionalmente questa riduzione possa anche non incorrere.
D’altro canto un articolo del 2006 fa notare come i ritrovamenti di utensili e oggetti di chiara origine umana associati all’homo floresiensis siano in perfetta continuità con i reperti fossili molto più antichi associati alle popolazioni di H. erectus della stessa zona.
È insomma verosimile considerare l’homo floresiensis come una specie a parte? A mio parere sì. Innanzi tutto il dibattito si è concentrato soprattutto su nanismo e microcefalia, nessuna spiegazione alternativa è stata portata per la moltitudine di tratti ancestrali che l’homo floresiensis sembra mostrare. Questi tratti sono mischiati a tratti moderni cosicché un’evoluzione alternativa sembra molto probabile. Le spiegazioni addotte inoltre indicano che lo scheletro ritrovato sarebbe un’eccezione, anzi considerando il suo cervello, un’eccezione tra le eccezioni. Volendo contestualizzare sembra inoltre piuttosto improbabile che una popolazione di uomini primitivi si sia presa la briga di allevare un figlio notevolmente deforme e probabilmente gravemente ritardato. Un’isola indonesiana dovrebbe inoltre garantire una gamma di pericoli sufficienti a garantire la morte prematura di un tale individuo, in una società primitiva. Siamo quindi di fronte ad una terza specie di uomo. Lo scheletro ritrovato è stato datato a 20'000 anni fa, ma sembra verosimile che l’homo floresiensis sia sopravvissuto fino a poche migliaia di anni fa.
Alcune speculazioni sono quindi possibili. In primo luogo è spesso stato addotto (soprattutto da filosofi e antropologi) che la possibilità di trasmissione culturale delle informazioni (in contrapposizione a quella genetica) avrebbe, di fatto, tolto l’uomo dalla selezione naturale. Questo sembra esser certamente falso nel caso dell’homo floresiensis. Davanti all’evoluzione l’uomo sarebbe solo un organismo come un altro, il suo bagaglio culturale sarebbe da includere negli effetti ambientali cui l’organismo si deve adattare. Tutte le ipotesi di disegno intelligente volte a garantire l’unicità dell’uomo moderno si trovano in grave imbarazzo di fronte all’uomo florensiesis e all’uomo di Neanderthal che apparirebbero come grossolani colpi di spugna su schizzi sbagliati. Infine l’immagine dell’uomo sapiens come specie desolatamente sola in una foresta di vita subumana sembra poco a poco essere rimpiazzata da quella della specie fratricida e insanguinata cha ha eliminato tutti i suoi simili che non sapevano tenere il passo.
Non siamo sempre stati i soli esseri pensanti sulla terra. 30'000 anni fa ce n’erano almeno tre. Il fatto che homo floresiensis sia potuto esistere suggerisce che forse ce ne sono state molte di più sperdute fra le isole.
Forse, a ben pensarci non siamo nemmeno tanto eccezionali.
Bibliografia:
- J.P. Noonan et al. 2006. Sequencing and analysis of Neanderthal genomic DNA. Science.
- Brown et al. 2004. A new small-bodied hominin from the late Pleistocene of Flores, Indonesia. Nature.
- D. Falk et al. 2005. The brain of LB1, homo floresiensis. Science
- J. Weber et al. 2005. Comment on “The brain of LB1, homo floresiensis”. Science
- A. Brumm at al. 2006. Early stone technology an Flores and its implication for Homo floresiensis. Nature.
MM
Commenti
Tralsciando il fatto che il sito non lo giustifica malgrado i numerosi tentativi...
mi sono lasciato abbastanza andare. mi aspetto una bella discussione. Questo articolo mi ha preso una quantità inumana di tempo. Franco spero corrisponda a quello che ti aspettavi. intanto sento che nonosctante tutti i miei sforzi sentirai a lungo suonare i flauti...
ah che splendore. Adesso ho di fronte solo un paio di commissioni, poi niente mi separa da questo pezzo che aspettavo da mesi. Sei un grosso.
Grazie.
L'arte va spiegata ai propri simili (nasce il linguaggio, poi nasce l'arte?) In ogni caso è l'Ipertesto (o il comizio) che da una certa "nobiltà" all'autore (quindi l'arte, l'opera da sola non è capita?) Il Neanderthal non parlava; il Cromagnon sì (forse per questo il primo si è estinto). La parola sostiene l'Uomo e lo fa vincere.
impaginato... dipende dal computer che uso...
intanto chiarisco le parti ambigue:
" Nemmeno il tempo di pubblicare, sullo stesso numero di Science, appare una nota tecnica, firmata da un gruppo rivale" nulla di alieno. gli articoli sono disponibili online quando vengono accettati, ossia due-tre mesi prima della pubblicazione cartacea. inoltre spesso è la rivista stessa ha chiedere pareri tecnici ad altre èquipe di ricerca.
"30?000 anni fa ce n?erano almeno tre" secondo la definizione biologica. non sono a conoscenza di nessun ritrovamento che confermi la produzione artistica di H floresensis
>però il Neanderthal fu capace di assimilare almeno parzialmente le tecnologie del Cromagnon. quindi forse parlava pure lui... non esiste alcuna prova contro questo fatto. inoltre già gli scimpanzé mostrano un linguaggio di una certa complessità ed ad un gorilla si è riusciti ad insegnare un rudimentale lunguaggio dei segni. non sono molto sicuro che il neanderthal non parlasse. i cromagnon avevano un netto vantaggio tecnologico. pensa agli indiani d'america. non furono biologicamente ïnferiori ma oggi sono quasi scomparsi in termini percentuali. se si guardasse alla loro storia si noterebbe che poco prima di sparire avevano iniziato ad adottare le tecnologie dll'uomo bianco...
L'argomento è estremamente affascinate e complesso. Da profano leggo tutto quello che mi capita sottomano, anche eretico, sull'argomento. Troppo facile un'evoluzione meccanicistica, troppe razze, troppi pigmoidi (e negritos) ricacciati nelle isole, o al centro collinare montuoso di queste, da altre popolazioni più "moderne", in tutti continenti (Africa, Andamane, Filippine, Malesia). Forse una volta eravamo tutti alti un metro, un metro e venti? Le cose sono molto più intricate di quello che si crede. Grazie di questo articolo.
2° par: "Un essere pensante, con una coscienza di se, una cultura e un’arte propria alla propria specie." > Sé
e ocio a "Un" che dovrebbe essere "un"
"La specie umana non manca mai dunque, di sentirsi spaventosamente sola. Sembrerebbe che l?uomo rappresenti per certi versi una singolarità evolutiva, qualcosa di unico, irripetibile e in qualche modo estremamente improbabile."
> E' la prima volta che ti trovo lirico nella divulgazione scientifica, sono impressionato.
"Il fabbricare pietre scheggiate (male per giunta) è sufficiente ad essere considerati umani? Bisogna seppellire i propri morti? È necessario aver sviluppato una qualche forma d?arte? O forse possedere una connessione internet?"
> Il linguaggio, ha ragione il Professor, e mi viene in mente lo studio di Volker Sommer che ti linko subito per addentrarci meglio nella questione (prendo intanto atto delle tue osservazioni nel commento 5, ricche e importanti):
www.lankelot.eu/index.php/2006/11/10/sommer-elogio-della-menzogna/
"Se arte e cultura sono ciò che tanto nobilita l?uomo, è interessante sapere se si tratta di un evento unico nell?evoluzione o se la cosa si è ripetuta più volte. Insomma se il Neanderthal è solo una razza del sapiens, l?arte resta cosa nostra, se invece è una razza separata, se sono due scimmie differenti, più precisamente dei primati. Ossia se l?uomo sapiens e il Neanderthal hanno evoluto due volte questo tratto separatamente. Questo non è più dunque una caratteristica unica al sapiens, un evento irripetibile. L?uomo non è sempre stato solo nella sua unicità."
> Ecco fatto.
"Eccetto una fugace colonizzazione di alcune zone dell?attuale Israele, che data ormai di circa 100?000 anni l?uomo moderno non sembra essersi spostato dalla sua culla africana prima di 40-45 mila anni fa."
> Fugace colonizzazione? Cioè?
"Non sarebbe infatti verosimile estrarre DNA nemmeno da un cadavere vecchio si 100 anni se questo si fosse completamente decomposto."
> "si" > di
" due ceppi di uomo sarebbero quindi di fatto separati geneticamente uno dall?altro e devono quindi essere considerati due specie distinte.
È quindi verosimile ammettere che almeno due specie di uomo, specie senzienti e capaci di adottare le tecnologie tipiche dell?uomo, siano in effetti esistite. Una di queste è stata con ogni probabilità sterminata in maniera capillare dall?altra. Se quindi l?uomo oggi è tanto solo nella sua unicità, ciò è solo dovuto alla violenza con cui si esprime il suo spirito di competizione."
> Impressionante.
"Homo floresiensis (affettuosamente chiamati hobbit), la terza specie di uomo attualmente conosciuta."
> !!! Indonesia, 2003. Questa mi mancava del tutto. Spettacolare.
"In primo luogo è spesso stato addotto (soprattutto da filosofi e antropologi) che la possibilità di trasmissione colturale delle informazioni (in contrapposizione a quella genetica)"
> Coltur. > Cultur.
"Non siamo sempre stati i soli esseri pensanti sulla terra. 30?000 anni fa ce n?erano almeno tre. Il fatto che homo floresiensis sia potuto esistere suggerisce che forse ce ne sono state molte di più sperdute fra le isole.
Forse, a ben pensarci non siamo nemmeno tanto eccezionali."
> Complimenti con tutto il cuore, è un articolo magnifico.
>7,12,15
corretti. ho riletto 4 volte ma non sono dotato di un'archestra di flauti come te...
> 11
fugace nel senso che l'avamposto è stato colonizzato per breve tempo e poi abbandonato.
18,11. Quali le testimonianze? Perché proprio lì?
>16
grazie dei complimenti. ora vediamo le altre reazioni...
17 - 7,2, 15
> Credo di avere qualche misteriosa predisposizione a stanarli, me ne sto convincendo:).
>8
il linguaggio scientifico ha come massima espressione la spersonalizzazione dell'autore. I dati devono essere presentati in maniera oggettiva e senza personalismi. tende ad annicchilirti dentro...
>19
questione di vicinanza. la colonizzazione ha seguito la costa. credo siano stati rinvenuti scheletri e artefatti di pietra.
non so dirti molto di più decisamente non è il mio ramo...
>21
stai lontano dai biologi animali(affettuosamente rattomani) o finisci con degli elettrodi in testa... ;)
ma tu sei eccezionalmente vivo e pieno di passione. si sente.
Articolo molto interessante, chiaro e ben esposto.
Un dubbio:
"Certo, per chi crede che l?uomo sia il frutto unico di un disegno intelligente, è difficile giustificare l?esistenza di Homo floresiensis."
Possibile che la scienza sia influenzata ancora da queste cose, oppure è solo la solita diatriba sulla metodologia usata per stabilire se l'affermazione, è esistita una terza terza specie, è dimostrabile o meno?
Mi auguro la seconda per il bene di tutti.
Sul Neanderthal hai spiegato con una efficace sintesi le due ipotesi sui motivi della loro scomparsa e le importanti implicazioni che queste hanno ai fini dello studio della possibile appartenenza ad un'altra specie di uomo. Mi chiedo se esistano già delle simili ipotesi anche per i poveri Hobbit?
23, 19. Cerchiamo di approfondire, che forse la vicenda nasconde rivelazioni religiose. Ci pensi?
23, 24. Sarei volentieri esaminato, ti dico, soprattutto per l'attività onirica:)
>26
negli stati uniti la corrente di intelligent design è molto, molto forte. qui da noi il dibattito invece è molto più ridotto...
>127
100'000 anni sono proprio un bel po'... non saprei. inoltre la popolazioni si è verosimilmente estinta. poi tutto è possibile...
Probabilmente sono tarda io, ma non riesco a capire questo periodo:
"Insomma se il Neanderthal è solo una razza del sapiens, l?arte resta cosa nostra, se invece è una razza separata, se sono due scimmie differenti, più precisamente dei primati".
Mi sembra resti sospeso, ma forse mi sbaglio.
Illuminami.
"È quindi verosimile ammettere che almeno due specie di uomo, specie senzienti e capaci di adottare le tecnologie tipiche dell?uomo, siano in effetti esistite. Una di queste è stata con ogni probabilità sterminata in maniera capillare dall?altra. Se quindi l?uomo oggi è tanto solo nella sua unicità, ciò è solo dovuto alla violenza con cui si esprime il suo spirito di competizione".
Due specie di uomo...
Però!
"l?uomo florensiesis e l?uomo di Neanderthal che apparirebbero come grossolani colpi di spugna su schizzi sbagliati".
Gran bell'articolo.
Davvero interessante anche per chi, come me, fa fatica a leggere di scienza.
>30
va migliorato... edesso dovrebbe essere meglio anche se un po' ripetitivo. domani lo ritocco.
>31
probabilmente anche tre...
>32
grazie di cuore
>6 se ti interessa l'evoluzione umana ti consiglio "Il terzo scimpanzé" di Diamond. Sono mesi che mi dico che sarebbe ora di recensirlo in questo sito. Il libro è apertamente rivolto ad un pubblico di non specialisti ed ho raramente trovato della divulgazione scritta così bene. Inoltre Diamond in generale presenta tutte le teorie e le discutee e non si limita alle sue preferite...
lo recensirò un giorno... dopo il 25 gennaio però...
ora che ci penso. I primi tre capitoli sono decisamente i migliori, anche se il primo è un po' meno frizzante del resto del libro. dal qaurto in poi la cosa si fa più discorsiva e si tentano anche parallelismi più azzardati. mi sembra che il quarto capitolo sia un'analisi comparata linguistica ed evolutiva...
Dopo il 25 gennaio sapremo, allora. Intanto memorizziamo il titolo. Grazie per la nuova integrazione!
ANTROPOLOGIA: RIDATA LA VOCE ALL'UOMO DI NEANDERTHAL
Dopo 30.000 anni di silenzio i Neanderthal parlano di nuovo. Un gruppo di ricercatori guidato dall'antropologo Robert McCarthy, della Florida Atlantic University, ha ricostruito la laringe di un uomo di Neanderthal partendo dai modelli fossili rinvenuti in Francia e in Inghilterra. Un sintetizzatore vocale ha poi simulato le vocali e le consonanti che quella laringe poteva produrre. Le conclusioni contraddicono la teoria che vuole i Neanderthal incapaci di un vero linguaggio. Spiega il professor McCarthy: "Probabilmente avevano un linguaggio simile al nostro, certo con meno suoni, cui probabilmente corrispondeva un significato". I Neanderthal comparvero in Europa, Asia centrale e Medio Oriente 170.000 anni fa sino a circa 30.000 anni fa. Sulla loro scomparsa la scienza ha due teorie: furono sopraffatti dall'homo sapiens che aveva un'organizzazione sociale piu' avanzata anche grazie a maggiori capacita' di linguaggio; i tratti genetici dei Neanderthal si sono via via incrociati con quelli dell'homo sapiens. Se fosse vera questa seconda ipotesi, alcuni tratti del genoma dei Neanderthal sarebbero quindi ancora presenti nel nostro corredo genetico.
(REPUBBLICA)
Una voce profonda, certo non bella
Così parlava l'uomo di Neanderthal
di BENEDETTA PERILLI
Una voce profonda, certo non bella
Così parlava l'uomo di Neanderthal
"SE SI POTESSE reincarnare un uomo di Neanderthal e mandarlo nella metropolitana di New York, opportunamente lavato, sbarbato e modernamente vestito, dubitiamo che potrebbe attrarre alcuna attenzione". Non ha dubbi il paleontologo statunitense William Strauss: tra un uomo moderno e il suo più illustre antenato, estinto circa trentamila anni fa, non ci sarebbero poi tante differenze nell'aspetto ma nella voce si. Eccome.
I ricercatori della Florida Atlantic University di Boca Raton, guidati dall'antropologo Robert McCarthy, si sono domandati cosa accadrebbe se, per assurdo, l'uomo di Neanderthal dovesse poi aprire bocca e chiedere informazioni ai passanti? E si sono messi al lavoro. Con i loro risultati ritengono di aver messo a tacere in un sol colpo tutte le teorie che per secoli hanno sostenuto l'incapacità di comunicazione dell'uomo di Neanderthal.
Ecco come è andata. In seguito al ritrovamento in Francia e nel Regno Unito di alcuni importanti fossili, che riproducono parti dell'apparato vocale dell'uomo, gli studiosi sono stati in grado di ricostruire la sua laringe. Da qui poi, grazie alle più recenti tecnologie in materia di campionamento e sintesi sonora, il team di scienziati è riuscito a simulare con un sintetizzatore il suono che quel tipo di laringe avrebbe potuto riprodurre.
"Il linguaggio dei Neanderthal secondo le nostre ricostruzioni - ha spiegato Robert McCarthy - mancherebbe del suono delle vocali estreme, /a, i, u/, vocali che invece contraddistinguono il parlare contemporaneo. Le vocali estreme sono le basi del linguaggio, facile capire quindi che ascoltare un uomo di Neanderthal oggi potrebbe apparire lievemente differente dalla nostra maniera di riprodurre suoni".
L'eccezionale scoperta del team di studiosi californiani arriva dopo più di trent'anni dall'ultimo studio illustre in materia che, condotto dal linguista Phil Lieberman della Brown University, aveva concluso che il linguaggio dell'uomo di Neanderthal, date le dimensioni della sue laringe rispetto a quelle del suo cervello, non poteva avere la ricchezza e le sfumature del linguaggio moderno. Da allora le critiche alla teoria di Lieberman si sono moltiplicate. Fra la comparsa dell'uomo, avvenuta circa centosettanta mila anni fa in Europa, Medio Oriente e Asia centrale, e la sua scomparsa, che si può far risalire a circa trenta mila anni fa, sono state rintracciati elementi archeologici inequivocabili che testimoniano la presenza di una cultura orale.
Resta da capire però se questa cultura orale si limitasse a grugniti, gesti ed elementi pre-linguistici o se fosse un reale linguaggio articolato. Una risposta viene dallo studio della Florida Atlantic University: affidandosi a tre fossili di laringe risalenti a circa cinquanta mila anni fa e rinvenuti in Francia, McCarthy ha realizzato tre nuove ricostruzioni dell'apparato vocale. Grazie ad un sintetizzatore ha cercato poi di riprodurre il suono di una semplice lettera, la e, in attesa, assicura McCarthy, di riuscire a riprodurre un'intera frase. Rispetto alla "e" di un umano moderno, la versione di Neanderthal non ha un marchio forte, lo stesso che invece aiuta un ascoltatore a distinguere il suono della parole inglese "beat" da "bit". Insomma, sebbene sottile, l'assenza di vocali estreme avrebbe limitato linguistamente il discorso di un uomo di Neanderthal. Seppure dunque il vocabolario dell'uomo di Neanderthal fosse stato limitato dall'impossibilità della riproduzione delle vocali estreme questo non sarebbe necessariamente la dimostrazione di un'assenza di linguaggio. Esistono infatti molte lingue moderne che usano appena il 20% dei suoni che gli umani che le parlano potrebbero produrre.
La notizia della prima chiacchierata dell'uomo di Neanderthal, che arriva a trentamila anni dalla sua scomparsa, ha riaperto un dibattito mai chiuso sulle reali capacità di questo ominide primitivo: le dimensioni eccessive del suo cranio e la possibile presenza del gene Foxp2 continuano a far pensare a una sua difficoltà di verbalizzazione ma non ad un'impossibilità. Il grande cranio potrebbe, secondo alcuni studiosi, essere la dimostrazione di un adattamento al linguaggio, mentre il gene Foxp2, presente anche nell'uomo moderno, sarebbe responsabile di difficoltà e disordini linguistici. Dall'Inghilterra poi arrivano le prime perplessità sulla ricerca: secondo Chris stringer, professore del Natural History Museu di Londra il lavoro del professor McCarthy sarebbe qualcosa di molto creativo.
(17 aprile 2008) - REPUBBLICA
Neanderthal, decifrata una nuova sequenza
I ricercatori del Max-Planck Institute di Lipsia hanno sequenziato l?intero Dna mitocondriale di un Neanderthal. Su Cell i primi risultati dell?analisi
Il Dna mitocondriale di un Neanderthal di 38mila anni fa è stato completamente sequenziato. Ad aprire un?altra finestra sulla storia evolutiva di questi ominidi sono stati i ricercatori del Max-Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia (Germania), che hanno pubblicato il loro studio su Cell.
I mitocondri sono strutture presenti in tutte le cellule e forniscono l?energia necessaria a garantire il loro funzionamento. All?interno di questi organelli vi è del materiale genetico (che non ha niente a che vedere con quello del nucleo) organizzato in un unico cromosoma. Questo Dna, chiamato mitocondriale, viene trasmesso alla prole solo per via materna.
Guidati da Mark Green, gli antropologi hanno estratto il materiale genetico da un reperto osseo e hanno individuato e ordinato tutti i nucleotidi (le unità funzionali del Dna, ovvero le lettere del codice) che lo costituivano. Poi la loro attenzione si è concentrata su una proteina in particolare: la citocromo-c ossidasi (anche conosciuta come complesso IV), che è coinvolta nella produzione di energia e che mostra un numero di mutazioni sorprendentemente alto.
Questa nuova sequenza genomica, appena individuata, va ad aggiungersi ad altre analisi compiute sul Dna dei Neanderthal, e conferma che questo ominide ha subito un numero di modificazioni genetiche maggiore rispetto ai cambiamenti morfologici cui è andato incontro durante la sua storia. Secondo gli evoluzionisti, una possibile spiegazione starebbe nelle dimensioni della popolazione neandertaliana: il gruppo sarebbe stato tanto piccolo da rendere la selezione naturale meno efficace nel ?rimuovere? le mutazioni.
?Per la prima volta siamo riusciti a costruire un?intera sequenza genomica senza errori? affermano gli autori dello studio, ?e le informazioni acquisite contribuiranno a chiarire alcune questioni ancora aperte sulla storia evolutiva dell?Homo neanderthalensis e il tipo di relazioni che può aver avuto con Homo sapiens. I due ominidi hanno infatti convissuto in Europa e in Asia Minore per migliaia di anni, e molti studiosi attualmente ritengono che le due specie siano sempre rimaste geneticamente separate?
www.galileonet.it/news/10416/neanderthal-decifrata-una-nuova-sequenza
Più papà che mamme tra i nostri antenati
Gli esseri umani contemporanei discendono da gruppi formati prevalentemente da uomini, che migrarono dall?Africa tra cento e sessanta mila anni fa. Lo rivela un?analisi dei cromosomi X
Nell?Africa di 60 mila anni fa, gruppi formati quasi esclusivamente da uomini si spostavano verso la Penisola Arabica e l?Egitto, per poi conquistare le altre terre asiatiche ed europee. Che fossero mossi da motivi bellici è solo un?ipotesi, ma una nuova analisi del genoma umano lascia pochi dubbi sul fatto che discendiamo da popolazioni in cui vi erano molti più uomini che donne.
Lo rivela uno studio dell?Harvard School of Medicine (Usa) pubblicato su Nature Genetics e condotto da un gruppo di ricerca guidato dal genetista Alon Keinan. I ricercatori hanno analizzato il genoma di uomini contemporanei africani, europei e asiatici, e comparato oltre centomila differenze del cromosoma sessuale X (che insieme all?Y determina il sesso negli esseri umani).
In una popolazione monogama in cui uomini e donne sono presenti in ugual numero, la variabilità genetica dei cromosomi X è alta. Ciascuna donna infatti possiede due cromosomi X, mentre gli uomini posseggono un cromosoma X e uno Y: questo implica che tutte le varianti genetiche presenti sui tre cromosomi X (quelli di ciascuna coppia monogama) hanno la stessa probabilità di passare ai figli.
Se però una popolazione è composta prevalentemente da uomini, il numero di cromosomi X cala drasticamente e con esso la variabilità dei geni presenti su quel cromosoma.
Keinan e colleghi hanno trovato che questa riduzione della variabilità è vera per tutte le popolazioni attuali tranne che per quelle africane. Ne hanno dedotto che gli antichi gruppi di esseri umani - che migrarono dall'Africa tra i centomila e i sessantamila anni fa - fossero composti soprattutto da uomini. Gli autori, per pura speculazione, ipotizzano che questi uomini fossero mossi dalla sete di conquista di nuovi territori, dove lasciavano prole.
I dati di questo studio contraddicono quelli di un?altra ricerca, pubblicata all?inizio di quest?anno su PlosGenetics, secondo la quale tutti gli uomini discendono da un minor numero di maschi rispetto a quello delle femmine. Gli autori avevano allora fornito come spiegazione la poligamia, in cui pochi maschi fanno figli con più donne.
Secondo David Reich, che ha condotto l?analisi insieme a Keinan, la discordanza potrebbe dipendere dai campioni considerati, forse ancora troppo piccoli. Ma è possibile che le ipotesi siano vere entrambe e che si siano verificate in momenti molto diversi della storia degli esseri umani. (s.m.)
http://www.galileonet.it/news/10965/piu-papa-che-mamme-tra-i-nostri-ante...
Neanderthal, un ritratto in Dna
(GALILEO)
Presentata la bozza del genoma dei nostri antichi cugini. L'annuncio di Svante Pääbo del Max Planck Institute di Lipsia
Abbiamo una prima bozza del genoma dell'Uomo di Neanderthal. Lo ha annunciato questo pomeriggio Svante Pääbo, direttore del dipartimento Evolutionary GeneticsAnthropology del Max Planck Institute di Lipsia, in una conferenza stampa svoltasi nella città tedesca e trasmessa in in diretta all'incontro annuale dell'American Association for the Advancement of Science (Aaaa) in corso a Chicago.
Pääbo e colleghi del centro di ricerca 454 Life Science hanno sequenziato più di un miliardo di frammenti di Dna estratti da tre fossili ritrovati in Croazia, che rappresentano oltre il 60 per cento dell'intero genoma. Secondo il paleoantropologo, i risultati chiariranno le relazioni tra gli esseri umani e i Neanderthal, e aiuteranno a identificare le mutazioni genetiche che hanno consentito alla nostra specie di sopravvivere e diffondersi al di fuori dell'Africa.
Il sito del Neandertal Genome Project
http://www.eva.mpg.de/neandertal/index.html
Science, 24 maggio.
I ritrovamenti di utensili di marca Hobbit, e di utensili più recenti di marca Homo sapiens, presentano molte somiglianze (12'000 campioni analizzati in tutto). Da qui l'ipotesi che le due specie abbiano convissuto sull'isola per un certo periodo e che la seconda abbia copiato parte delle capacità tecniche dei primi. Resta un mistero come degli ominidi dal volume cranico decisamente ridotto, possano aver posseduto intelligenza sufficiente a fabbricare oggetti in pietra.
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LONDRA - La Bbc ha preparato uno straordinario documentario, presentato da David Attenborough, in cui rivelerà la scoperta di uno scheletro fossilizzato che rappresenterebbe l"anello mancanté dell'evoluzione umana. Secondo il Mail on Sunday il documentario è top secret, ma fonti negli Usa dicono che la rivoluzionaria scoperta verrà presentata il prossimo 19 maggio da un gruppo di scienziati e documentaristi a New York.
In quell'occasione verrà presentato il primo scheletro intero mai trovato di un particolare tipo di un animale che si chiamava Adapide, battezzato Darwinius masillae: le ossa fossilizzate, che hanno dai 37 ai 47 milioni di anni, sono stati trovati nella cava Messel in Germania, un sito famoso per i suoi fossili. L'animale, una femmina, somiglia a un lemure (il mammifero dalla lunga coda che vive in Madagascar). Attenborough spiegherà che i ricercatori hanno concluso che quell'animale non è semplicemente un antenato dei lemuri (mancano diverse caratteristiche), ma fa parte di un gruppo collegato di primati che si sarebbero evoluti in scimmie ed esseri umani.
Lo studio cui fa riferimento la Bbc verrà pubblicato dalla rivista angloamericana Public Library of Science. Philip Gingerich, presidente della Us Paleontological Society, co-autore dello studio, ha dichiararo al Mail: "Ho esaminato questo scheletro, è incredibilmente completo e datato con precisione. Lo abbiamo tenuto nascosto perché non si può parlare di qualcosa finché non la capisci a fondo. Ora abbiamo capito, farà progredire la nostra conoscenza dell'evoluzione". Interpellato sul documentario Bbc, Sir David ha risposto: "temo di non essere autorizzato a parlarne".
(ANSA)
Nuovo articolo su Nature.
L'homo florensis è ormai considerato specie a parte. In appoggio allo scheletro base, altri 18 scheletri parziali sono stati ritrovati. Una popolazione di sapiens deformi non è verosimile.
Il volume cranico è stato rettificato a 405 cm3, molto meno di quello di homo sapiens (1500) e di tutte le specie di ominidi precedenti.
Confermata la presenza di tratti antichi e moderni nello scheletro di homo florensis. Il volume cranico, oggetto di fortissime polemiche è ora probabilmente spiegato da uno studio... sugli ippopotami. Il cervello consuma infatti, da solo, il 20% delle nostre risorse energetiche, pur non rappresentando il 20% del peso corporeo. La pressione sulla miniaturizzazzione del corpo in contesto insulare è quindi non omogenea su tutte le parti del corpo. Sono infatti dei resti di ippopotami fossili del madagascar, che hanno mostrato, a fianco del tipico nanismo insulare, anche una microcefalia, in linea con quella di Homo florensis, a fornire indizi sulla possibile spiegazione del piccolo cervello di Homo florensis.
Si discute sul ceppo umano che avrebbe originato Homo florensis. O homo abilis o homo erectus. La struttura del piede suggerirebbe origini molto antiche. Se così fosse Homo florensis sarebbe uscito dall'africa molte centinaia di migliaia di anni prima del primo colonizzatore umano noto. A questo punto emerge una questione basilare. Dove sono tutti gli altri? Perché dall'etiopia all'oceania è un bel percorso...
(fonte Nature 7 maggio)
Molto interessante. Anche se leggendo mi è venuto il dubbio che gli homo lupus siano una specie di ominidi. La ricerca scientifica ci saprà dire.
Un sottogruppo dell'Homo italicus per caso?
(ANSA) - ROMA, 1 GIU - E' nato nel Mediterraneo e non in Africa il piu' antico antenato dell'uomo: e' Lluc, ominide vissuto 11,9 mln di anni fa e scoperto in Spagna.Lluc, scoperto in Catalogna, e' vissuto nel Miocene medio ma i suoi resti, parte della faccia e della mandibola ben conservati, rivelano un aspetto moderno con un prognatismo molto ridotto. 'Il ritrovamento fornisce elementi nuovi nella comprensione della storia delle origini della nostra famiglia, Hominidae',osserva Lorenzo Rook dell'universita' di Firenze.
Grande segnalazione. Pare che l'articolo sia di PNAS, ottimo giornale.
Mi sto dando da fare per trovarlo...
dai dai.