Müller Thomas

Tempo e spazio a confronto

Autore: 
Müller Thomas


Premessa

Questa è una traccia di riflessione che è stata proposta ed accettata per un’eventuale tesi di dottorato in filosofia delle scienze. E in sostanza soltanto un assaggio, i dettagli arriveranno in seguito.
È una riflessione che richiede una buona conoscenza delle teorie di Newton, della relatività e della termodinamica. In merito mi è stata segnalato il libro di Ernst Junger, "Al muro del tempo" pubblicato da Adelphi.
 
Introduzione

In questa riflessione intendo confrontare tra loro tempo e spazio, evidenziandone i tratti comuni e le divergenze.
Ho intenzione di distinguere tra due diversi concetti di tempo e spazio:
-         tempo e spazio così come sono (esse)
-         tempo e spazio come vengono percepiti (percepi)
 
Intendo con la nozione esse non un qualche tipo di realtà o verità profonda e nascosta ai sensi, ma la nozione di essere nel mondo delle idee e dei modelli fisici. L’essere del tempo e dello spazio così come vengono intesi nella teoria classica di Newton .
Intendo con la nozione di percepi il tempo e lo spazio come sono percepiti dai nostri sensi, ovvero il modo in cui intuitivamente li immaginiamo nella nostra intercomunicazione con il mondo empirico. Intendo evidenziare l’esistenza di alcune differenze importanti tra queste due nozioni.
Intendo inoltre mostrare come la soppressione di una delle differenze importanti tra le due nozioni ha portato ad un radicale cambiamento nella concezione della fisica.
 
Il discorso (interessante) di come questa differenza si è creata non sarà invece trattato in queste poche righe. Resta però ovvio che uno studio in questo senso è certamente importante se si vuole affrontare il problema nella sua totalità.
 
Il problema

Tempo e spazio sono trattati, nella fisica classica, come due nozioni identiche da un punto di vista matematico. Sono cioè successioni continue di punti lungo una retta.
Le nozioni fondamentali sono:
- l’equivalenza di valore. Tempo e spazio possiedono lo stesso grado di realtà, fanno parte cioè nello stesso modo di ciò che i nostri sensi possono percepire.
- il tempo e lo spazio sono pensati nella loro totalità. In meccanica, presente e futuro sono concetti inesistenti. Conoscere il sistema studiato in un momento qualunque determina inequivocabilmente passato e futuro dello stesso. L’origine degli assi (del tempo e dello spazio) è arbitraria.
- la separabilità: tempo e spazio sono nozioni separabili tra loro. Gli avvenimenti spaziali non hanno nessuna dipendenza rispetto al momento in cui sono avvenuti.
- sia il tempo che lo spazio possono essere ridotti ad una struttura puntuale. Questo è in realtà un postulato (il poter parlare di un oggetto di volume a, centro di massa b, che si trova in c al momento d) da cui dipende la struttura del ragionamento in fisica.
 
Critica

Nella nostra percezione empirica tempo e spazio non si equivalgono per importanza. Il tempo sembra essere più profondamente radicato nella concezione del reale dello spazio. Ad esempio esistono concetti (quali “essere affamato” o “odorare di menta” o in generale qualsiasi pensiero o idea) che occupano un periodo nel tempo, e che possono essere percepiti come tali, ma che non occupano un spazio. Utilizzando un’espressione approssimativa potrei dire che la percezione del tempo è più profonda di quella dello spazio.
 
Inoltre esistono differenze fondamentali nel modo in cui viviamo questi due concetti.
Il tempo non è suscettibile di azione consapevole. Attraverso lo spazio mi posso muovere liberamente, in ogni direzione, accelerando, ecc…
Attraverso il tempo mi muovo in modo completamente involontario, senza nessuna possibile influenza su di esso (tempus fugit). Questo argomento non si riduce ad un semplice problema di determinismo/non determinismo. Anche se ammettiamo un determinismo di tipo Laplaciano, la differenza continua ad essere rilevante. Ad esempio una conseguenza è che il tempo (per la sua natura stessa) possiede un’origine (un punto zero) empirica, “l’adesso”, che è privilegiata rispetto ad una qualsiasi altra. Lo spazio no.
Una seconda differenza rilevante (che non può essere banalmente liquidata con un argomento determinista) è lo scorrere in un senso definito del tempo. Nella fisica newtoniana il tempo scorre per convenzione, ma non vi è nessun limite concettuale che impedisce di scegliere la direzione opposta. Lo spazio percepito esiste nella sua totalità (è una retta in senso unidimensionale), mentre il tempo esiste solo nel passato (ed è dunque una semiretta).
Infine tempo e spazio non sono indivisibili nel percepi. Un oggetto che immaginiamo occupare uno spazio è inevitabilmente collocato nel tempo e non vedo come sia possibile sfuggire a questo fatto.
 
L’intervallo
Un problema concettuale che ho passato sotto silenzio è quello di intervallo.
Whitehead ne fa un’analisi molto convincente. Spendo solo qualche parola per sottolineare come la nozione di esse ammetta istanti puntuali. Percepi invece ammette solo intervalli per quanto brevi essi siano. Non è un problema banale, proverò a delucidarlo in seguito.
 
Una annotazione che mi pare interessante: La meccanica di Newton ha, come credo di aver evidenziato in modo soddisfacente, delle differenze rispetto alla percezione empirica. Non possiamo insomma affermare esse est percepi.
Alcune delle differenze che ho mostrato possono però essere eliminate se si accettano altre teorie. Ad esempio se si accetta un’unica (e ben definita) direzione della freccia del tempo ecco la termodinamica. Il problema non è unicamente determinista.
Ho menzionato che solo un intervallo di tempo e spazio ha senso. Dunque qualsiasi condizione iniziale può essere data (e avere un senso empirico) solo come intervallo. Questo porta inevitabilmente all’irreversibilità. La termodinamica è dunque una teoria il cui modello tempo-spazio è più vicino a quello dei nostri sensi (e dunque migliore?).
Un’altra differenza tra esse e percepi che può essere eliminata è quella dell’inseparabilità. Nella teoria della relatività tempo e spazio non sono più inseparabili. Un riavvicinamento alla realtà empirica porta di nuovo ad una teoria, questa volta oggettivamente migliore di quella newtoniana.Verosimilmente le relazioni tra tempo e spazio nel mondo dell’esse e del percepi sono fondamentali. Uno studio in merito mi sembra degno di interesse.
 
 tm

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Commenti

Sono pienamente d'accordo con te :)

che ne dici di andare con ordine, sono cose che mi sono sempre piaciute:
lavoriamo sul primo concetto:
il percepi l esse e l intervallo.

ti propongo un tema. l esse è continuum, il percepi no, perché frutto di bilanci continui (il pensiero non è che una perpetrata tirata di somme, e su questo dovremmo essere tutti d accordo).
il tempo nasce dalla approssimazione dell esse in percepi, cioè dal passaggio che rende il continuo frammentario, negli stessi termini in cui lo spazio deve essere "atomizzato". (mi scuso per la rozzezza dei termini). meglio quantizzato, ecco quantizzato è meglio.

il passaggio cruciale tra esse e percepi è la chiave della distorsione e ho buoni dati per dire che questa forca caudina risiede nella struttra del pensiero umano, che è portato al confronto continuo, all aggiornamento che deduce. Lo stesso sistema di memoria è basato su questo principio.

poi c è l altro tema fondamentale della separabilità. Io credo che nasca da un ambiguo cartesianismo, che oggi a conti fatti potremmo anche lasciar andare. a me gli assi non sono mai piaciuti. ma per favore torniamo sul primo punto e ti ripropongo la domanda.
Per come hai correttamente posto tu l esse, è lecito, a tuo modo di pensare e architettare, affermare che la riduzione al percepi, e l argomentare su questo, risenta di una quantizzazione sporcata dai principi infine biologici che ci presiedono?

ohoooh, c'è nessuno?

mi sento una particella di sodio nel lete (il fiume)..

Premessa: scusa se non ti ho risposto prima. Non avevo visto i commenti. Se dovesse succedere ancora posta qualcosa nel forum, li mi arriva una email di avviso.
Fai attenzione ad un punto: ho definito "esse" come un modello fisico e non come una realtà oggettiva. In questo senso esse è effettivamente un continuum, ma è un continuum matematico, una successione di punti. La costruzione logica parte dall'ipotesi "esiste un istante" e "esiste un punto nello spazio". Da questi costruiamo il resto.
Il percipi (qualcuno poteva anche avvisarmi che si usa percipi all'infinito e non percepi al passato; mi hanno letto almeno cinque professori e mezzo lankelot e nessuno ha fatto commenti, abbiate pena io ho studiato latino quasi dodici anni fa) è più delicato, appunto perché essendo percepito è personale.
Mi sembra che nel percipi non ci siano istanti ne punti ma solo intervalli di spazio e di tempo.
E un'idea rubata a Whitehead ("The concept of nature"). Esiste una sua costruzione per ritrovare l'istante a partire dall'intervallo. E una sorta di passaggio al concetto di limite matematico (tu sei un matematico vero?) ma usando solo la logica elementare. Elegante.
Il fatto resta però che non possiamo percepire un istante.

Il punto centrale che forse dovrei esplicitare meglio è che io do per assunto che solo ciò che può essere percepito ha un senso ed esiste. La costruzione astratta è un'idea che ha sede in una stratificazione diversa e dunque meno "reale" e meno valida. Altrimenti detto, ciò che può essere osservato è più vero, più giusto di ciò che può essere immaginato. E un principio da ingegnere e mis embra valido fintanto che non sconfino dal mondo scientifico.
Se esistono solo intervalli però nel momento in cui passiamo da meccanica a termodinamica il tempo si trova avere una "freccia" in modo assolutamente naturale. E' automatico, pensa al coefficiente di Lyupanov.
Solitamente il fisico matematico guarda sempre alla sua misura come intervallo soltanto perché lo strumento di misura lo limita nella sua precisione. Lo strumento ideale misurerebbe idealmente un valore esatto.
Io contesto questo. Il valore esatto non esiste, la nozione di strumento ideale è un non senso, esiste solo l'intervallo.

Non parto dall'esse per costruire il percipi. Parto dal percipi per ricostruire l'esse. I diversi "esse" che corrispondono alle diverese teorie e modelli sembrano convergere verso il percipi. Ecco dunque un metro di giudizio dell'esse.

"il passaggio cruciale tra esse e percepi è la chiave della distorsione"
Si hai colto il punto.

Ti sembra un soggetto abbastanza profondo per una tesi? Se ti interessa continuerò a postare le mie riflessioni e possiamo discuterne.

trovo splendida l'idea di ritrovare l'istante partendo dall'intervallo, immagino fino agli o-piccoli, ricordo una splendida dimostrazione di Silov che il mio prof di analisi non apprezzò per nulla...

ragioniamo anzitutto su questo che dici.
"Il valore esatto non esiste, la nozione di strumento ideale è un non senso, esiste solo l?intervallo". è cosa antica e in un certo modo data per buona, al punto che tutte le scienze sperimentali lo prendono come fondamento.

Ma qui cado in imbarazzo: altrimenti heisenberg che ci sta a fare?

vediamo se ho capito: dici in sostanza di partire dal percipi (che è uno stato di cose soggetto ad approssimazione per definizione stessa) per poi valutare i molti esse possibili. Se fosse così dovresti spingerti un bel po' più in là perché è proprio questo lo spirito ingegneristico che (in fondo in fondo) tanto disprezziamo ma che tanto ci è utile.

abbi pazienza, provo a ridire: partendo dallo sperimentale e dalle sue imperfette misurazioni (imperfette ma completamente legittime) giudichi i modelli (puri, continui, matematici e se vogliamo eleganti, Keplero!). Ma con quali strumenti, visto che per definizione essi provengono dal percipi?

Come si può misurare il mondo delle idee -ovvero la distanza tra questo e il mondo delle cose- con un metro totalmente reificato, nato dalle briciole del mondo reale?

Il tema è importantissimo e altro che tesi... ma come è possibile accedere con scale di legno a regni di nuvole? (così facciamo pure poesia!) ;-)

non ti offendere se ho detto corbellerie; mi rimetto a te.

Heisenberg propone un principio di indeterminazione che riguarda spazio e velocità, oppure energia e tempo.
In sostanza ci dice che non è possibile una misura esatta di uno degli elementi della coppia, e che commettiamo un errore minimo su qualsiasi misura. In sostanza costruisce una teoria che nega l'esistenza del punto e accetta solo l'intervallo. Si avvicina quindi alla percezione intuitiva, mi da ragione.
La vecchia interpretazione probabilista del pensiero di H. diceva questo:
se facciamo passare da un apparecchio dei fotoni dando loro due percorsi possibili esiste una probabilità 1/2 per ciascuno dei percorsi e non è possibile conoscere in anticipo quale sarà la direzione presa.
Il dilemma veniva risolto supponendo che effettivamente la particella passasse o da uno o dall'altro percorso e quindi avesse una reale traiettoria, in senso classico. Solo non si poteva misurare "una particella", se ne misurava un campione statistico, dunque si aveva l'impressione di una distribuzione di probabilità.

Da circa vent'anni l'interpretazione di Copehnagen é caduta: nuovi esperimenti hanno evidenziato che una singola particella non passa da uno o dall'altro percorso, ma passa da entrambi CONTEMPORANEAMENTE. La particella è insomma sparsa su di uno spazio che ricopre entrambi i percorsi. E insomma più che mai un intervallo e non un punto.
Percipi non è uno stato di cose soggetto ad approssimazione. E' l'unico stato ad avere un significato. La costruzione di un modello è appunto una costruzione (ideale), non può avere nessun grado di realtà.
La distanza tra il modello e il reale la misuro dunque prendendo l'unico metro possibile, la distanza tra il modello e la percezione delle cose.
In questo senso posso ad esempio dire che la meccanica quantistica è migliore della fisica di NEwton, perché in essa non ci sono istanti puntuali. La relatività è migliorte perché non posso separare tempo e spazio.
La teoria CPT è migliore perché include la relatività e la freccia del tempo.
Eccetera eccetera.

come dire che la probabilità dell'essere è migliore dell'essere..

(se per intervallo intendi quantità di percentili, quelle che ti riesce di prendere col pollice)

quello che non capisco è: la misurazione è di tipo statistico; come faccio a confrontarla con un modello puntuale (eticamente, intendo) se un modello non può che essere puntuale (altrimenti è una sua approssimazione)?

"Percipi non è uno stato di cose soggetto ad approssimazione. E? l?unico stato ad avere un significato." Con quali certezze probatorie asserisci l'incontestabilità di questa condizione? Il percipi è stato suscettibile, fin da prima l'essere senziente umano, a cambiamenti e, forse con una qualche fondabilità, miglioramenti e affinamenti di percezione della realtà (e consapevolezza). La realtà obiettiva - logica (come direbbe Husserl) - è diversa da quella del percipi di una scimmia, o di un crostaceo? Esistono realtà diverse oggettive? Oppure è la stessa e non per forza ferreamente coincidente col percipi? Sento gocciolii di psicologismo. Non sarebbe forse più corretto sostenere che "ora", e con "queste condizioni", e con "questo osservatore, l'umano" il percipi è l'unica realtà ad avere senso? Ricordiamo che il percipi cambia e muta anche con la tecnologia che indaga l'esse.

Oppure semplicemente che non abbiamo possibilità, per la nostra situazione di precarietà analitica e sensoriale, di concepire e affrontare l'intero esse. Però non possiamo essere sicuri che l'unico modo di riconoscere l'esse sia nel percipi; il problema, ontologicamente, non si annulla con queste prese d'atto speculative dell'affrontabile. Certo, è più ragionevole (da un punto di vista strumentale) suggellare che il percipi sia l'unico senso possibile dell'esse, ma sotto il profilo puramente ontologico, estraneo ai motivi di ricerche progressiste su questa strada, il problema potremmo rimanere sempre e solo noi, con i nostri caratteri di sperimentabilità circoscritti (e non imperituri né totali né, per quel che non sappiamo, esemplari), e non l'esse in quanto estraneo e indipendente. Sono due ottiche, quella della realtà ultima del percipi e dell'esse, perfettamente attendibili, e a mio avviso non definitivi e non confutabili. Perché il pensiero dell'uomo non può occuparsi di ciò che sta oltre l'insieme del pensabile dall'uomo. E dall'insieme del percepibile, anche.

"Perché il pensiero dell?uomo non può occuparsi di ciò che sta oltre l?insieme del pensabile dall?uomo. E dall?insieme del percepibile, anche." E questo non significa che, per quanto inutile e ininfluente, l'estraneo all'insieme del percipi umano non esista eccome e sia puramente esterno e indipendente dal percipi, esistendo a prescindere dalla nostra insufficienza d'equipaggiamento mentale e tecnologico e logico (ma con possibilità inimmaginabili di allargamento dell'isieme del percipi in un futuro indefinibile).

9.1. caro arpaeolia, psicologismo, appunto. e bisogna starci attenti.
ma una questione è: come faccio a misurare l'esse con strumenti generati -e tarati- dal percipi, e ancora di più come faccio in base a questi a stabilire differenze di merito tra i due stati?

se facciamo certi discorsi il percipi è effettivamente l'unico ad aver senso sperimentale e, da quanto mi pare di capire dalle parole di bonaventura -che non vorrei travisare- l'unico indagabile e persino degno di concrete attenzioni. ma resta la necessità di saperne la bontà.

9-2 tu, arpaeolia, dici correttamente: non è detto che ci sia questo diavolo di esse, e anche se c'è, che senso ha se si trova "aldilà del pensabile": in buona sostanza: chissenefrega.

ma il problema di chi lavora sul campo è differente: bisogna dare risposte (io, da capo manovale lo so); e quanto più queste risposte sono esaustive e "maneggiabili" tanto meglio è.
non è discettazione ontologica quella di bonaventura che a quello sono meglio i filosofi, è chiedersi: ma quanto è legittimo un modello?

è tuttavia estremamente scorretto pensare che percipi non sia approssimazione. forse quello che vuole dire bonaventura è:
esiste un modello nel percipi, un modello puro, da cui per approssimazione posso far discendere i modelli operativi, oppure -mannaggia la pupazza- i modelli stanno solo tra triangoli pure e nuvole e cirri?

ma per questo 12 soprattutto chiedo al diretto interessato e artifex

Ottimo nevabop, in "9-2 tu, arpaeolia, dici correttamente: non è detto che ci sia questo diavolo di esse, e anche se c?è, che senso ha se si trova ?aldilà del pensabile?: in buona sostanza: chissenefrega." la conclusione che volevo suggerire non era questa. Era che, in polemica col ?Percipi non è uno stato di cose soggetto ad approssimazione. E? l?unico stato ad avere un significato.? di Thomas, volevo precisare che l'esse è sempre lo stesso, e fondamentalmente onesto e coerente con le osservazioni e col tempo, mentre il percipi è in perenne mutamento. Non intendevo dire chissenefrega, piuttosto l'esatto contrario ;) (la mia esposizione non era delle più sinteticamente limpide). Secondo me il percipi, pur se rimarrà l'unico filtro (perché anche a mio avviso di questo si tratta, approssimativo e distorto) da noi sperimentabile, non credo che la ricerca debba fermarsi solo ad un'analisi e ricerca e pensiero su di esso, ma anche in una prospettiva (filosofica, sì, più che scientifica) dell'esse in quanto realtà solo figurabile nell'immaginazione e non nel sensismo. In vista dei luoghi di apertura ai nuovi insiemi del pensabile e percepibile, che arriveranno prima o poi, tecnologicamente o evoluzionalisticamente (il nostro cervello).

In sostanza facevamo delle obiezioni sullo stesso punto di Thomas.

Forse Thomas voleva dire che non ha senso parlare di approssimazione quando non possiamo sapere se l'esse esiste davvero oltre il percipi. Supposizioni sono, che questo esse sia realtà. Logicamente dovrebbe esistere e il percipi essere l'approsimazione di questo. Ma scientificamente questo non lo possiamo dimostrare, quindi percipi ed esse sono stessa cosa, con lo stesso grado di precisione (e non approssimazione) (anche se, come ho insistito sopra, io non sono d'accordo con questo ragionamento - per lo meno non dev'essere l'unico valido, per tutti i campi di studio, diversi da quello sperimentale)

In merito a "come faccio a misurare l?esse con strumenti generati -e tarati- dal percipi, e ancora di più come faccio in base a questi a stabilire differenze di merito tra i due stati?" l'unico itinerario di analisi che mi viene in mente mi conduce all'affidarsi alle probabilità (e non sono poche) che con il progresso tecnologico e del nostro apparato di pensiero (ma qui si parla di fantascienza nei millenni, sempre però nel campo del probabile), potremo raggiungere gradi di efficacia e lucidità sul reale (la storia è un indice: batteri, scimmie, uomo; occhi, telescopio, spettrografo), e sempre maggiormente spingerci all'approssimazione infinitesimale. Io credo che un progresso in questa direzione sia in atto, e che non sia illusorio. E soprattutto mi sembra l'unica speranza per quel che riguarda il metodo scientifico di conoscenza. Filosoficamente possono essere impugnate armi diverse, ma certamente meno ecumeniche, e forse più vittime del contingente percipi, ancor più che nella scienza.

carissimo arpaeolia
uno. mi scuso per aver degradato le tue parole, e fraintese. ho forzato in una direzione che non ti era propria.

e due. c'è una cosa che però mi pare affrettata: dai per scontato che l'esse sia il limite superiore (asintoto, nel migliore dei casi) della bulimica attività del percipi.
in soldoni mi pare -ma a questo punto niente garantisce che io riesca a capire, per limite mio, quello che dici fino in fondo- che vorresti rassicurare thomas sul fatto che daje e ridaje, per approssimazioni successive, si arriverà, vedra che si arriverà.

per come concepisco io la questione, e per come mi pare l'abbia stesa thomas medesimo, non può essere così. Non è c'è neppure la volontà di spingersi fino a un modello ideale.
in termodinamica per es. si va da leggi purissime ed eleganti a leggi sempre più sporche e raffazzonate con fattori di correzione sempre più vistosi per far "quadrare" i risultati sperimentali.

sul 15. io sinceramente non credo che l'uomo stia sopra la scimmia, sopra i batteri: in certi casi un virus è estramemente più perfetto (complice anche la semplicità) del migliore degli homo sapiens. semplicemente funziona meglio.

allora: il nostro metro di evoluzione è l'evoluzionismo?
davvero chi è più complesso è più perfetto?
non sarà che siamo mostruosamente di parte?

La questione delle dimensioni quantistiche credo - ma non sono esaurientemente preparato - sia essenzialmente differente. Qui non è contradditorio tra esse e percipi, è lo stesso esse ad essere approssimativo (statisticamente). Non credo possa essere parificato con la questione che riguardava il problema dell'esse e percipi come componenti di incongruenti realtà (esterna, interna).

Se non ti riferivi ad Heisenberg forse intendi delle teorie deduttive che cercano di spiegare in sé, astrusamente, l'empirico che malamente vi rientra. Qui non ho argomenti al riguardo (si infrange il muro della formulistica matematica, e io mi arresto inchiodando), a parte l'innocua considerazione che forse è lo scienziato che desidera ardentemente un ordine della legge naturale che coincida con una simmetria elegante ed elementare. Ma non è detto che il progetto da svelare sia nella logica dell'estetica antropica.

Non dicevo una superiorità astratta dell'uomo sugli organismi meno complessi. Mi riferivo alla disposizione al percipi. L'uomo credo abbia percipi meno lontano dall'esse di un batterio, che consapevolezza immagino sia pressoché nulla. Era unicamete questione di percezione più consapevole e meno distorta della realtà.
Al di la di questo, penso non ci siamo prove che la complessità significhi perfezione (perfezione: nel miglior modo possibile). Anche se, nel momento dove c'è complessità, tutto mi sembra più interessante, e se vogliamo, intuitivamente, più vicino all'ipotetico essere perfetto divino, inconcepibile perché ragionevolmente troppo complesso (anche nell'agire e pensare). Anche se non credo troppo nelle registrazioni disponibili dell'agire e intenzionare degli dei rivelati ;)

Alcune osservazioni, sparse, caotiche e ovviamente insufficienti:
- ci siamo persi in una discussione sull'esistenza di una realtà sottogiacente alla percezione ed ai modelli, una realtà ideale, perfetta, incorruttibile, di stampo platonico. L'idea è, piuttosto classicamente, di considerare questa realtà ideale come qualcosa di puro e magnifico e di relegare il percipi a sensazione traditrice.
Questo non è il mio punto di vista; Io ritengo che esista una possibilità di comunicazione unicamente su quello che percepiamo, e che esistono forti e validi motivi per credere che percepiamo in buona misura le stesse cose se sottoposti agli stessi stimoli. Questa è la base del pensiero razionale e scientifico, contestabile ma pur sempre robusta.
Mi sembra che abbia senso unicamente discutere del percipi, dunque invertire i valori platonici. Percipi diventa il mondo infinitamente complesso, stupendamente variegato e mutevole che rappresenta la descrizione ideale, il tutto; ho poi parlato di modelli costruiti sulla base di un ragionamento, ragionamento fondato su criteri estetici innanzi tutto (cfr. http://www.lankelot.eu/?p=69) che è sottoposto al setaccio della prova empirica ma che è inveitabilmente semplificante rispetto alla totalità del percipi. Questa insieme (l'insieme di tutti i modelli elaborabili) l'ho chiamato esse. Non ha nulla a che vedere con una realtà ideale. Francamente non credo abbia assolutamente nulla a che vedere con il reale.
- la meccanica quantistica è una faccenda complicata; non sono un intenditore ma mi sembra che tu/voi abbia/te letto testi datati (magari d'Espagnat?). Belli ma un tantino superati. La probabilità non ha nulla a che vedere con la meccanica quantistica. Per fortuna. Trovo la probabilità orribilmente antiestetica. Tenterò (ma non subito) di scrivere qualcosa sulla MQ in un post su lankelot.
- alla luce di quanto sopra percipi non è approssimazione; quando diciamo che il righello misura venti centimetri solitamente pensiamo che siano venti centimetri piu o meno un decimo di millimetro o un centesimo o meno. Per quanto si possa avvicinarsi ad un valore esatto ammettiamo sempre che esiste un margine di errore dovuto allo strumento di misura. Sottintendiamo, retaggio platonico, che un valore vero ed esatto della lunghezza del righello esiste da qualche parte, che si tratta di una realtà nascosta ai sensi ingannevoli.
Io rinnego questo modo di pensare. Non penso esista nessun valore esatto della lnghezza del righello. L'idea stessa di una lunghezza esatta è priva di senso poiché rientra nel quadro della teoria della misura, teoria appunto, un modello che associa un valore numerico astratto ad una quantità concreta. La quantità concreta è (forse) reale. Il valore numerico non lo è di sicuro.

"Questa insieme (l?insieme di tutti i modelli elaborabili) l?ho chiamato esse. Non ha nulla a che vedere con una realtà ideale. Francamente non credo abbia assolutamente nulla a che vedere con il reale." Ok, adesso è chiaro. Platonici, sì, ma non così ideali, unicamente. Partivo dal presupposto che il percipi è variabile nel tempo e nelle epoche, mentre la realtà esterna no. Questa logica è attinente, o deturpo il significato di percipi?

"- la meccanica quantistica è una faccenda complicata; non sono un intenditore ma mi sembra che tu/voi abbia/te letto testi datati (magari d?Espagnat?). Belli ma un tantino superati. La probabilità non ha nulla a che vedere con la meccanica quantistica. Per fortuna. Trovo la probabilità orribilmente antiestetica. Tenterò (ma non subito) di scrivere qualcosa sulla MQ in un post su lankelot." Ho delle nozioni vecchie e sicuramente in certa corrispondenza semplificate ed equivocate. Ti sarei davvero grato se finalmente contribuissi a rimediare.

"Sottintendiamo, retaggio platonico, che un valore vero ed esatto della lunghezza del righello esiste da qualche parte, che si tratta di una realtà nascosta ai sensi ingannevoli.
Io rinnego questo modo di pensare." Qui non ne sarei tanto sicuro, perché non possiamo che fare esperienza del percipi odierno, a quanto pare. Quindi possiamo solo immaginare qualcosa di diverso. Immaginare però non significa anarchia della fantasia, ma percorso logico e razionale. L'idea di una realtà assai meno oscura di come ci appare nel percipi non è del tutto accantonabile. Abbiamo solo cinque sensi. Chi ci dice che sia la completezza? La tecnologia ci ha fatto vedere cose che il nostro percipi di un tempo si sognava di percepire. Non mi sembra poco. E non credo ci siano ragioni per sostenere che questo sia il limite estremo della nostra possibilità di percipi, nei confronti dei fatti dell'universo.

Oppure circoscrivi il concetto di percipi che intendi.

"Io ritengo che esista una possibilità di comunicazione unicamente su quello che percepiamo, e che esistono forti e validi motivi per credere che percepiamo in buona misura le stesse cose se sottoposti agli stessi stimoli. Questa è la base del pensiero razionale e scientifico, contestabile ma pur sempre robusta."

attenzione!riportiamo il discorso a questo punto, che mi pare essenziale. ma benché antirealista convinto ti dico: hai ragione, anche perché se io misuro A con a (cioè uno strumento che appartiene all'insieme A) è ragionevole pensare che percepirò elementi appartenenti alla stessa famiglia con una identica dis-percezione maggiore o uguale a zero.