Redgabriel

Sull'intervento dello Stato nell'economia [Terza parte]

Autore: 
Redgabriel
La critica keynesiana alla teoria neoclassica
In questa terza parte si evidenzieranno quali sono le principali critiche mosse alla teoria neoclassica da parte della scuola keynesiana.
 
 Riprendiamo innanzitutto la definizione di domanda aggregata fornita nella seconda parte di questo articolo:
 
Y = C + I(r)  Dove C sta per consumi e I per investimenti che sono in funzione del tasso d’interesse r. Se vi ricordate era stato detto che per la scuola neoclassica il risparmio totale S è sempre riportato all’uguaglianza con gli investimenti tramite dei meccanismi di aggiustamento automatici del saggio d’interesse. Keynes non riteneva corretta questa conclusione teorica sulla base di tre osservazioni della realtà:
 
  1. Al crescere del reddito, la sua porzione destinata al consumo aumenta ma in maniera meno che proporzionale mentre aumenta sempre di più la porzione destinata al risparmio. Quindi il risparmio dipende oltre che dal tasso d’interesse anche dal reddito. Questa osservazione ha l’importante conseguenza che all’avvicinarsi al reddito di piena occupazione il risparmio assumerà proporzioni sempre più ampie richiedendo dunque tassi d’interesse sempre più bassi per poter essere assorbito.
  2. Esiste un limite sotto il quale il saggio di interesse non può andare. Questa osservazione deriva dal fatto che Keynes riconduceva la formazione del tasso d’interesse non solo a fenomeni reali (domanda e offerta di risparmio) come avveniva nell’impostazione neoclassica ma anche a fenomeni monetari. La moneta infatti, non viene domandata solo a scopo transattivo, cioè non viene utilizzata esclusivamente come mezzo di scambio nelle transazioni, ma viene domandata anche per motivazioni speculative (detengo moneta per garantirmi la possibilità di acquistare titoli nel momento più opportuno) e precauzionali (teniamoci un po’ di contanti che non si sa mai cosa può succedere). Il tasso d’interesse dal punto di vista monetario rappresenta dunque il costo-oppurtunità di detenere moneta in forma liquida. Dove per costo-oppurtunità si intende il valore di quelle alternative a cui il consumatore rinuncia per compiere una determinata scelta. E’ evidente che nella concezione keynesiana, più basso è il tasso d’interesse, più basso sarà il costo-oppurtunità di detenere moneta. Se poi viene introdotta l’incertezza sul valore futuro dei titoli dovuto alle oscillazioni del tasso d’interesse, e se in particolare i consumatori si aspettano che il tasso d’interesse possa salire tra breve allora diventa una strategia del tutto razionale quella di detenere moneta in attesa di un periodo di vacche grasse. In generale possiamo dunque affermare che la domanda di moneta per fini non transattivi cresce al diminuire del saggio d’interesse. Dal punto di vista monetario dunque il tasso d’interesse d’equilibrio deve essere tale da garantire l’uguaglianza tra la domanda per questi tre fini e l’offerta di moneta da parte della banca centrale. Queste considerazioni di ordine monetario ci permettono ora di giustificare l’osservazione circa l’esistenza di un limite inferiore per il saggio d’interesse. Per Keynes esiste sempre un livello positivo del tasso d’interesse così basso da rendere nulli gli incentivi individuali ad abbandonare la forma liquida per la propria ricchezza. Se il tasso d’interesse d’equilibrio deve essere tale da eguagliare domanda e offerta di moneta è evidente che esso non portrà mai scendere al di sotto di tale livello.
  3. E’ vero che gli investimenti sono sensibili al variare del tasso d’interesse, (aumentano quando il tasso scende perché come è stato accennato nella seconda parte diminuisce il costo dell’indebitamento) ma quando il tasso d’interesse è molto basso la loro reattività ad ulteriori abbassamenti diventa molto scarsa.
 
Dati questi tre presupposti si può ora esporre la critica keynesiana alla teoria neoclassica. Via via che il tasso d’interesse diminuisce, gli investimenti diventano sempre più rigidi rispetto alle sue ulteriori variazioni, per cui è possibile che al fine di assorbire l’intero ammontare di risparmio generato nel caso di reddito di piena occupazione, sia necessario che r scenda al di sotto del suo limite inferiore, ma ciò non può avvenire per le motivazioni prima accennate. Ma allora avremo che:
 
 
Y ≠ C + I(r)   ovvero il reddito generato in caso di piena occupazione non è in grado di generare un pari ammontare di domanda aggregata, per cui tale reddito è impossibile e anche la piena occupazione lo è. Non si può neanche affermare che la carenza degli investimenti sarà supplita dall’aumento dei consumi perché come è stato detto all’aumentare del reddito i consumi aumentano sempre meno mentre aumentano sempre più i risparmi. Detto ciò, è stata smontata la prima conclusione esposta nella seconda parte di questo articolo, si analizzerà ora il meccanismo di aggiustamento dei salari che secondo la teoria neoclassica dovrebbe garantire la tendenza automatica del mercato a realizzare l’equilibrio di piena occupazione dei fattori produttivi.
 
Innanzitutto occorre porsi la seguente domanda: i salari nella realtà sono flessibili? La risposta negativa è sotto gli occhi di tutti. I sindacati non accetteranno mai e poi mai che il salario reale (salario monetario diviso i prezzi) si abbassi sotto un certo livello minimo. Dunque un neoclassico potrebbe a questo punto affermare che se tale livello minimo è superiore alla produttività marginale del lavoro, basterà eliminare questa rigidità dei salari per garantire che i meccanismi equilibratori di cui si è parlato portino il mercato alla piena occupazione. Un buon keynesiano potrebbe però rifiutare ancora quest’affermazione. Questo perché è impossibile affermare che un abbassamento dei salari (che riduce i consumi delle famiglie) causi automaticamente un aumento degli investimenti da parte delle imprese (che dovrebbe essere addirittura superiore alla diminuzione dei consumi). Come ritenuto anche da economisti non keynesiani (ad esempio Piero Sraffa) le imprese basano le loro decisioni d’investimento non solo sul tasso d’interesse ma anche sulle loro previsioni circa l’andamento della domanda (d’altronde se non fosse così a cosa servirebbero le diffusissime analisi di mercato?). Dunque se i salari si abbassano, le imprese in previsione di una riduzione dei consumi, non assumeranno nuovi lavoratori, la riduzione della domanda si tradurrà in seguito in un calo dei prezzi.
 
Solo nel lungo periodo, secondo Keynes il fenomeno deflativo causerà un eccesso di moneta che sarà investito nell’acquisto di titoli, l’aumento della domanda dei titoli causerà un aumento del loro prezzo ed una riduzione del tasso d’interesse che provocherà a sua volta un incremento degli investimenti e quindi della domanda aggregata.
 
Ma se quest’ultimo meccanismo si innesca solo nel lungo periodo esiste un modo per fronteggiare il problema della disoccupazione nel breve-medio termine?
 
La risposta per la scuola keynesiana è affermativa ed è legata all’intervento dello stato nell’economia. Il reddito di piena occupazione non può essere raggiunto dato che le componenti della domanda sono insufficienti a garantirlo e il mercato non è a sua volta in grado di incrementare tali grandezze, ne deriva che l’ammontare di spesa necessario a colmare il gap tra reddito di piena occupazione e reddito autonomamente generato dal mercato deve essere ottenuto tramite un aumento della spesa pubblica (G). Keynes abbandona l’idea dello Stato cornice per abbracciare quello di uno Stato che è soggetto attivo nel processo economico e che si fa promotore della ripresa nei cicli di depressione e di ristagno.
 
Dunque l’equazione della domanda deve essere riscritta aggiungendo l’addendo rappresentato dalla spesa pubblica:
 
Y = C + I +G
 
Se quindi il sistema registra fenomeni di disoccupazione involontaria (per cui il reddito non è quello di piena occupazione) a quanto deve corrispondere l’incremento della spesa pubblica per combattere tale fenomeno?
 
Per rispondere a tale domanda occorre introdurre il famoso concetto del moltiplicatore keynesiano. Supponiamo che lo stato investa delle risorse per costruire un’opera pubblica. Questo incremento di spesa statale si riflette in un pari incremento del reddito Y che andrà a distribuirsi sotto forma di salari, profitti, interessi, rendite, in primo luogo a tutti coloro che hanno partecipato direttamente alla costruzione dell’opera pubblica e in secondo luogo anche a tutti coloro che fanno parte delle imprese fornitrici di beni e servizi dei costruttori. Tutti questi soggetti che hanno visto il loro reddito aumentare ne spenderanno una parte in consumi. Ecco  allora che anche i produttori dei beni di consumo e i loro fornitori di fattori produttivi vedono aumentare il loro reddito. Anche questo aumento del reddito si tradurrà in un aumento dei consumi e cosi via. L’ammontare di questo meccanismo che genera consumi aggiuntivi (cioè del moltiplicatore) può essere determinato facendo un rapporto con al numeratore la somma della spesa iniziale e dei consumi addizionali e al denominatore la spesa iniziale stessa oppure tramite l’inverso della quota di reddito nazionale non consumata prima dell’intervento statale. Se ad esempio si ipotizza che nel paese una quota costante pari al 90% del reddito venga spesa in consumi, e il restante 10% non venga consumato, allora il moltiplicatore sarà semplicemente pari a 10. La determinazione del moltiplicatore permette a sua la volta di calcolare quale deve essere la spesa statale necessaria per generare l’incremento del reddito desiderato. Nell’esempio il moltiplicatore è pari a 10 per cui questo significa che lo stato dovrà effettuare un investimento pubblico pari ad un decimo dell’incremento del reddito desiderato.
 
A questo punto della trattazione rimangono in piedi ancora due questioni: In che cosa lo stato deve investire? Come può finanziare la sua spesa?
 
Alla prima domanda Keynes rispondeva semplicemente che non importa se l’investimento pubblico è diretto alla costruzione di un ponte, di una scuola, a sussidi per determinate classi sociali, o addirittura alla realizzazione di opere inutili, l’importante è che si metta in moto quel meccanismo che genera la domanda addizionale che permetterà a sua volta di mettere in moto la capacità produttiva inutilizzata del sistema (tra cui i disoccupati).Non fraintendiamo comunque quest’affermazione, è naturale che è meglio spendere soldi per costuire una scuola che per raddrizzare gobbe di cammello, tuttavia al fine di incrementare la domanda anche quest’ultimo tipo di intervento potrebbe essere utile se mette in moto il moltiplicatore.
 
La risposta alla seconda domanda mette in crisi un altro pilastro della teoria tradizionale in merito alla finanza pubblica. Infatti, l’idea pre-keynesiana era che lo stato dovesse tenere rigidamente in pareggio il suo bilancio, e che l’indebitamento pubblico visto come la causa principale dell’inflazione fosse uno strumento pericoloso, da utilizzare solo eccezionalmente in caso di difficoltà di cassa. Per Keynes l’indebitamento pubblico (più precisamente il cosiddetto deficit spending) diventa invece lo strumento principe per finanziare la spesa pubblica e quindi per garantire il raggiungimento del reddito di piena occupazione. Questo perché se si vuole innescare il meccanismo virtuoso del moltiplicatore è logico che la spesa pubblica deve essere un qualcosa che si va ad aggiungere all’ammontare di spesa nazionale e non a sostituire ad altre forme di spesa come ad esempio accade quando si finanziano le spese pubbliche tramite le imposte. Sottrarre una parte del reddito nazionale tramite l’imposizione fiscale reinvestendolo in un’opera pubblica è come togliersi i soldi dalla tasca sinistra per metterli in quella destra. Invece il finanziamento tramite debito non presenta certamente tali problemi di sostituibilità con altre forme di spesa. Per quanto riguarda poi il problema dell’inflazione generata secondo i neoclassici dall’indebitamento, la scuola keynesiana sostiene ritiene che l’incremento della spesa pubblica per mettere in moto il moltiplicatore è necessario solo in momenti di recessione, in cui una parte della capacità produttiva esistente non è utilizzata ed è immediatamente disponibile per incrementare la produzione per cui questo impedisce che i prezzi aumentino (le risorse ci son già, se vengono utilizzate non c’è nessuna ragione per cui i loro prezzi aumentino). Keynes inoltre suggeriva che i titoli del debito pubblico non dovessero essere piazzati al pubblico ma collocati presso la Banca centrale, il cui compito in questo frangente sarebbe stato quello di incrementare l’offerta di moneta per un importo corrispondente. L’incremento delle disponibilità liquida del sistema dovrebbe poi mettere in moto quel meccanismo di riduzione del saggio d’interesse (di cui si è parlato precedentemente) che il mercato da solo sarebbe in grado di attivare solo nel lungo periodo. La correttezza di quest’ultima affermazione dell’economista inglese, è dimostrata dal caso italiano. In italia, infatti, finché lo stato si è indebitato tramite questo meccanismo, l’importo del deficit è sempre rimasto sotto controllo, non appena i titoli del debito pubblico sono stati messi sul mercato invece esso è esploso arrivando ai livelli attuali.
 
Napoleoni C, Ranchetti F., Il pensiero economico del novecento, Einaudi, 1990.
 

ISBN/EAN: 
0000000

Commenti

Ecco a voi la terza parte. Mi scuso se mi son fatto attendere così tanto. Occorre fare una precisazione su quanto scritto sopra, il meccanismo del moltiplicatore è stato messo in luce nell'ambito della teoria generale di Keynes dall'economista Kahn nel 1931, e come detto nei commenti della seconda parte anche la teoria keynesiana non è esente da critiche. Se occorrono chiarimenti sarò lieto di rispondere.

Perchè non riesco a giustifare il testo? Mi spiego, vado in modifica testo, lo giustifico, premo salva, torno a visualizzare e non è giustificato.

Devi giustificare tutto da word, e poi copiarlo già giustificato. Io faccio così e funziona.

ho controllato il documento originale era già stato giustificato in Word.

c'ho pensato io. ho semplicemente cliccato il tasto per giustificare.

bel pezzo.
unica critica a tratti resti ancora un po' tecnico... comunqe grazie per i preziosi contributi.

Grazie epicentro, eppur son sicuro di averlo fatto anch'io.

6- grazie e cercherò di migliorare la fruibilità della trattazione.

Ecco quà che ricapita, è bastato fare una piccola correzione ad una frase e mi si è sfasato di nuovo tutto il testo, lo ho rimesso a posto col tastino, vengo a visualizzare ed è allineato a destra. La cosa sta iniziando a diventare imbarazzante.

>9 quando copi da word usi il comando apposito o fai semplicemente copia-incolla? perchè a me succedeva lo stesso, poi franco mi ha spiegato la differenza. comunque ancora complimenti per la trilogia di articoli. apettiamo i prossimi ;)