Genetica, la scienza dei geni. Se ne parla tutti i giorni, ma il gene resta un’entità piuttosto misteriosa. Sorprendentemente però, quando si va a scavare in profondità, si scopre che anche per gli specialisti del settore “gene” è un termine mal definito. Talmente mal definito da essere ormai considerato in crisi.
Precisiamolo subito il concetto di gene era già convalescente alla sua nascita, lo è tuttora e le sue prospettive non sono per niente rosee. Ciò detto il l’idea di gene è talmente importante nella nostra concezione di biologia cellulare da risultare irrinunciabile.
Il termine gene ci riporta immediatamente alla mente quello di DNA. Come probabilmente molti ricordano il DNA è una doppia elica antiparallela di basi azotate collegate ad uno scheletro di desossiribosio (uno zucchero) e fosfato. Le basi azotate sia appaiano spontaneamente in coppie fisse A-T; G-C (abbreviazioni di Adenina, Timina, Guanina e Citosina rispettivamente).
In un linguaggio più comprensibile il DNA è come un’immensa cerniera lampo, le basi azotate facenti le veci dei gancetti, il ribosio e il fosfato rappresentano il tessuto a fianco che permette di tenere unite le due file di gancetti. L’ordine in cui queste lettere sono disposte all’interno del DNA permette in qualche modo di “scrivere”. Una cellula umana possiede in totale 46 molecole di DNA (dette cromosomi).
Storicamente in concetto di gene precede la scoperta del DNA. Esso era infatti legato alla segregazione di talune caratteristiche ereditabili (da genitore a figlio). Attualmente questa definizione non è assolutamente più utilizzabile (benché concettualmente corretta) ma non mi soffermerò sull’argomento perché di scarso interesse e non affrontabile senza ricorrere a tecnicismi.
Il concetto “moderno” di gene si basa invece sulla struttura del DNA. Una cellula ha bisogno di molte informazioni. Il numero di molecole (solitamente proteine) che è chiamata a sintetizzare è assolutamente enorme, il DNA, grazie alla sua natura intrinseca è capace di memorizzare questa informazione. Intuitivamente si può capire che l’informazione inclusa nel DNA necessita di essere raggruppata in pacchetti. Per esempio l’informazione su come fabbricare una proteina di struttura (i mattoni della cellula) sarà tutta insieme, da qualche parte fra l’infinita sequenza delle quattro lettere del DNA (a termine di confronto il genoma umano si compone da circa tre miliardi di lettere). Una dispersione di questa informazione sarebbe controproducente e, come si sa, l’evoluzione non ama gli sprechi. Va da sé che l’informazione su come fabbricare una proteina non è assolutamente sufficiente alla cellula. Essa ha anche bisogno di sapere se, quando e in che quantità sintetizzare ogni singola proteina. Tutta quest’informazione si troverà solitamente “vicino” a quella che descrive come sintetizzare la suddetta proteina.
La moderna definizione di gene, va a descrivere l’insieme di tutta questa informazione (semplice per chi è del ramo). Il gene è dunque un pacchetto di informazioni (come + quando e quanto), con una data posizione su un cromosoma, eccetera eccetera.
Perché dunque il concetto di gene è attualmente in crisi? Innanzi tutto mentre l’informazione su come costruire una proteina è relativamente compatta, l’informazione sulle modalità di sintesi (il “se, quando e quanto”) è invece piuttosto sparpagliata. Una parte di essa è sempre immediatamente precedente a quella sul come (per delle ragioni legate alla modalità di lettura del DNA), il resto può trovarsi anche parecchio distante. Talmente distante da essere condivisa con altri geni. La definizione di gene comincia dunque a scricchiolare, ma ciò non è assolutamente sufficiente a diagnosticare una salute carente del soggetto.
Bisogna infatti sapere che quando la cellula ha bisogno di fabbricare una proteina (ciò che è deciso dalla parte di DNA “se, quando e quanto”) la parte “come” è fotocopiata in RNA (quasi uguale al DNA ma a elica singola e non doppia). I geni degli organismi superiori hanno però un pessimo vizio. L’informazione su come sintetizzare una proteina è relativamente frammentata. Allorché quest’informazione è ricopiata in RNA, le parti inutili vengono stralciate e il restante incollato assieme (meccanismo chiamato SPLICING). Ciò che apparentemente rappresenta uno spreco è in realtà un colpo di genio, le parti ritenute variano infatti secondo le condizioni in cui la cellula si viene a trovare. Moltissimi varianti di RNA derivanti da uno stesso gene possono dunque esistere, ciò che porta a molteplici proteine, leggermente differenti fra loro. Riprendiamo il nostro esempio della proteina-mattone. Supponiamo che la ricetta “fotocopiata” dal DNA includa diverse volte l’aggiunta di cemento. Nel caso la cellula subisca molte scosse quest’informazione sarà mantenuta, mente le cellule più tranquille stralciano l’informazione, producendo quindi mattoni “low cost” meno resistenti.
Il meccanismo di splicing mette seriamente in discussione il concetto di gene senza però affondarlo completamente. Il gene sarebbe dunque quel “pacchetto di informazioni” necessario per fabbricare tutte le varianti di una proteina.
Studi molto recenti (e non ancora completamente confermati) sembrano però suggerire che le modalità di splicing utilizzate dalle cellule degli organismi superiori, sorpassino largamente le aspettative. Al punto che questo si può fare fra geni contigui. Per chiarirci quelli che “normalmente” sono due o più geni distinti, sono talvolta fotocopiati insieme. L’RNA così ottenuto subisce poi un nuovo meccanismo di splicing che porta alla creazione di un RNA chimerico comprendente “pezzi” di tutti i geni inclusi. Ed ecco che, improvvisamente, il concetto di gene viene a cadere.
Perché allora mantenere un concetto tanto evanescente? Innanzi tutto bisogna notare che l’idea di gene resiste benissimo nei batteri e negli organismi inferiori più in generale. Secondariamente il gene è l’unita base che permette di spiegare tutti i meccanismi molecolari, esso è dunque irrinunciabile per mantenere la possibilità di comunicazione. Non poter parlare di geni porrebbe infatti seri problemi di comunicazione ai biologi molecolari.
Si sopravvive, ci si accontenta e si mantiene un pudico silenzio. Re Mida ha le orecchie d’asino.
mm
Commenti
Data l'ora non rispondo di eventuali strafalcioni liguistici.
Visto i precedenti articoli era quasi d'obbligo scrivere questo.
Spero sia interessante e soprattutto comprensibile. Credo che qualche frammento sia un po' ostico ma le chiavi per la coprensione dovrebbero essere tutte all'interno.
Credo. Spero. Vabbé a voi i commenti.
"Precisiamolo subito il concetto di gene era già convalescente alla sua nascita, lo è tuttora e le sue prospettive non sono per niente rosee. Ciò detto il l?idea di gene è talmente importante nella nostra concezione di biologia cellulare da risultare irrinunciabile."
> Parto da qui. Sostanzialmente la biologia cellulare deve ammettere, sin dal principio, la sua debolezza e la caducità delle sue teorie?
"Secondariamente il gene è l?unita base che permette di spiegare tutti i meccanismi molecolari, esso è dunque irrinunciabile per mantenere la possibilità di comunicazione. Non poter parlare di geni porrebbe infatti seri problemi di comunicazione ai biologi molecolari".
> non ho parole:). In altre parole stiamo argomentando a partire da una congettura sbagliata? Fammi capire.
>2 non delle sue teorie, quelle restano corrette (fino a prova contraria). Semplicemente quando si crea una nuova branca di una scienza il primo sforzo è sempre di nomenclatura. Ora bisogna notare che metà delle definizioni attualmente usate riportano al concetto di gene, che, come mostrato è mal definibile.
>3 è più un problema linguistico che concettuale. Si rischia veramente lo scontro frontale con i modelli utilizzati. Questi infatti erano straordinariamente adatti a rappresentare l'idea di gene "anni sessanta" ma non sufficientemente duttili per adattarsi alle nuove scoperte.
Non sono siacuro sia chiaro...
La natura dell'organizzazione del DNA resta la stessa di sempre. Cominciano a mancare i termini per spiegarla.
D'accordo. Ma posso dirti che un "problema linguistico" come l'inadeguatezza dei termini necessariamente implica devastanti problemi concettuali. E aggiungo: già, vale anche per "dio".
Diciamo che chiaramente emerge che la verità cambia col passare degli anni (e dei modelli, delle tecnologie, delle fonti etc) - il che è straordinariamente vicino a quel che qualsiasi approfondita analisi del linguaggio e della comunicazione suggerisce al ricercatore.
Benvenuto nel regno della menzogna. Ci si fanno anche dogmi religiosi, non solo modelli scientifici.
Concordo. forse in scienza ci si è un po' più abituati visto che è una condizione cronica della ricerca di punta...
Ma è un problema. Da qui l'articolo.
E' un problema di tutte le persone intelligenti, Mat.
Saperlo aiuta a capire quel che viviamo tutti i giorni.
(cfr. Monty Python, "Il senso della vita", per deviare con allegria dalla coscienza orribile di certe cose)
Modelli scientifici e dogmi religiosi. Una bella accoppiata... con la differenza che i dogmi scientifici cadono molto più in fretta (il "Credo" invece mi pare sia del 400...).
La terminologia però è la stessa. Sapevi che il passaggio DNA-->RNA-->proteina viene chiamato la trinità della biologia cellulare?
No, ma non mi stupisce. Ogni tanto penso che la Chiesa più potente del mondo ha fatto piazza pulita - quando poteva, sin dal medioevo - di tante confessioni egualmente "cristiane": perché il loro cristo non era "romano". E poi penso che i vangeli sono in contraddizione su tanti aspetti e sono stati tradotti e interpolati. So che non è difficile accorgersene, ma so anche che nessuno tratta quelle fonti letterarie come fonti letterarie pure. Probabilmente c'è qualche problema analogo...
(il Credo? Come no. Ma i dogmi stupendi dell'infallibilità del papa, della verginità della madre di gesù, etc sono molto recenti)
"trinità della biologia cellulare" > chi l'ha battezzata così?
(pensa, una struttura ternaria fallace può condizionare applicazioni fallaci in ambiti ben diversi. Molto curioso).
>12 mah fa parte del folklore di laboratorio...
Curioso. Fossi uno di voi sarei ossessionato dal principio del "condizionamento culturale" sbagliato. D'altra parte, Zeitgeist significa qualcosa che va al di là di "spirito del tempo".
Prova a leggere Flatlandia di Abbott.
"Perché allora mantenere un concetto tanto evanescente?"
> scrivi. E già. Prova ad applicare questa domanda a qualsiasi ambito dell'esistenza e della quotidianità. Arriveranno una pioggia di risposte affascinanti (e magari alla fine fonderai tu modelli nuovi)
>15 corretto però la scienza si vorrebbe obiettiva...
>14 lasciamo cadere il condizionamento culturale (di cui ho parlato in metafore e OGM, ricordi?). Sapevi che la regolazione precoce dello sviluppo di un embione è condizinata dai geni meterni, ma questo è stato scoperto solo dopo il femminismo? Quando hanno chiesto al ricercatore perché non fosse stato scoperto prima ha risposto: "non so, le tecniche c'erano, forse nessuno pensava che una donna potesse fare qualcosa di interessante". Che è tutto dire...
>12 la trilogia cellulare tiene bene (per il momento). Non è quindi fallace...
14, 16 > non sapevo.