Groopman Jerome

Come pensano i dottori

Autore: 
Groopman Jerome

Jerome Groopman, professore di Medicina presso la Harvard Medical School, direttore del dipartimento di medicina sperimentale al Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, collaboratore storico del “The New Yorker”, pubblica “How Doctors Think” (2007) con un duplice intento: migliorare la dialettica medico-paziente e sensibilizzare i suoi colleghi nei confronti di quella che giudica una lacuna storica del settore: l’assenza di studi sul pensiero clinico.

 

I medici hanno un disperato bisogno che i pazienti, e anche i familiari e gli amici dei pazienti, li aiutino a pensare. Senza questo aiuto, sarà loro negato l’accesso a dei fattori chiave per l’individuazione del problema. Si tratta di una cosa che non ho imparato da medico, ma da paziente, quando sono stato malato” (p. 11).

L’opera, strutturata in dieci capitoli, analizza e demistifica le dinamiche e i meccanismi che inficiano una diagnosi: fondandosi sulla sua esperienza diretta, da medico e da paziente, e su una serie di interviste rilasciate dai suoi colleghi, Groopman insiste su un fattore cardine: “Ciò che diciamo a un dottore, e il modo in cui glielo diciamo, plasma il suo pensiero. E questo vale non solo per le risposte che gli diamo, ma anche per le domande che gli poniamo” (p. 96).

La medicina, ribadisce l’autore, non è una scienza esatta: diagnosi e cure possono essere sbagliate. Come se non bastasse, in questo periodo storico può capitare che l’aggressiva politica di certe compagnie farmaceutiche influenzi negativamente le scelte dei dottori, o che il contenimento dei costi imponga un diverso ed eccessivamente parsimonioso approccio nei confronti degli esami assegnati, o del periodo di degenza. Serve quindi diverso equilibrio; serve tornare a pensare a quali sono gli errori più comuni in sede diagnostica. Serve, infine, stabilire un dialogo diverso.

Ci si rapporta con dei pazienti, non con dei clienti. Cittadini, non consumatori.

Se è vero, come afferma Groopman, che l’ottanta percento delle diagnosi sbagliate deriva da errori cognitivi con effetto a cascata – e che solo in quattro casi su cento ciò dipende da incompetenza del medico –, allora è fondamentale non solo mostrare consapevolezza e chiaro controllo delle proprie emozioni, ma anche mantenere freddezza per prendersi cura del paziente, perseverare nelle indagini, tenere sempre presenti diagnosi alternative rispetto a quella prescelta, valutando volta per volta il loro grado di attendibilità.

Il professore ammette che la tendenza sia simpatizzare nei confronti dei pazienti più sani e collaborativi, e che inconsciamente i medici abbiano una sorta di rifiuto nei confronti dei casi più gravi, probabilmente per via della sensazione di un fallimento personale. Ma la frustrazione, ribadisce, non può inficiare la cura, né compromettere la fiducia nella possibilità di una guarigione.

L’antipatia, in generale, origina spesso diagnosi sbagliate: la ragione può essere, paradossalmente, che il medico interrompa il paziente mentre descrive i sintomi. Smettendo di ascoltare. L’auspicio di Groopman è che ogni dottore possa stabilire quella che chiama “temperatura emotiva ottimale” in ogni frangente, a partire dallo studio della storia clinica del paziente e dalla decisione degli esami e delle analisi da effettuare: badando agli errori di rappresentazione, in prima battuta; badando a non poggiare su un paradigma guida sbagliato, dubitando sempre delle proprie convinzioni.

Libro da meditazione.



Jerome Groopman Come pensano i dottori - Mondadori 2008, pp. 350, euro 17,00

Prima edizione: “How Doctors Think”, 2007.

Approfondimento in rete: Sito ufficiale di Jerome Groopman / New York Times / Wiki en / Review Online

Gianfranco Franchi

prima pubblicazione: GALILEO

ISBN/EAN: 
9788804577683

Commenti

contributo doppio - arti & scienze.
ogni tanto, posso:)

è un articolo di qualche mese fa, ma sospetto sia sempre utile;)

Il professore ammette che la tendenza sia simpatizzare nei confronti dei pazienti più sani e collaborativi, e che inconsciamente i medici abbiano una sorta di rifiuto nei confronti dei casi più gravi, probabilmente per via della sensazione di un fallimento personale. Ma la frustrazione, ribadisce, non può inficiare la cura, né compromettere la fiducia nella possibilità di una guarigione...

Sopratutto direi che molti medici sono poco predisposti ad ascoltare il paziente.
Paziente come soggetto passivo, in cui l'unico soggetto "attivo", almeno secondo una certa idea di scientificità dovrebbe essere il medico.
Ovviamente è un sistema che non funziona, che produce cantonate e che ha indotto molte persone a rivolgersi alle cosidette medicine complementari. Malgrado siano terapie discusse, alcune con alle spalle tradizioni millenarie, altre nate non si sa come.
In qualche modo posso intuire il libro affronti tematiche simili.

come per ogni professione, ance per quella del medico, sarebbero necessarie parecchie qualità umane, non solo cognizioni scientifiche, visto che ci si rapporta con persone.
Sui casi più gravi : non so, potrebbe inconsiamente esserci anche la paura di confrontarsi con la sofferenza, che, si sa, è scomoda per tutti. Insomma, in certe situazioni, non è facile essere il dottore.

3, 4.
La cosa divertente e appassionante di questo libro era la semplicità con cui Groopman affrontava le dinamiche delle relazioni coi pazienti, spiegando quanto simpatia e stato del paziente potessero contribuire a una corretta diagnosi. A me è sembrato di una franchezza enorme per ammettere una cosa così grave, e forse così umana.

Rileggendo questo passo:
"L?antipatia, in generale, origina spesso diagnosi sbagliate: la ragione può essere, paradossalmente, che il medico interrompa il paziente mentre descrive i sintomi. Smettendo di ascoltare. L?auspicio di Groopman è che ogni dottore possa stabilire quella che chiama ?temperatura emotiva ottimale? in ogni frangente, a partire dallo studio della storia clinica del paziente e dalla decisione degli esami e delle analisi da effettuare: badando agli errori di rappresentazione, in prima battuta; badando a non poggiare su un paradigma guida sbagliato, dubitando sempre delle proprie convinzioni. "

> arriva il brivido.

Di passaggio giusto per ricordare che la madicina (quella del medico, quella delle diagnosi) non è una scienza. La ricerca in medicina sì, ma la medicina... veniva una volta considerata un arte. Poi hannno smesso. Non ho mai capito perché.

:).
Questo avalla la doppia pubblicazione dell'articolo - tra arti e scienze;)