Franchi Gianfranco

Digressione sulla menzogna e sulla Letteratura

Autore: 
Franchi Gianfranco

Poche note - questa è l'introduzione alla mia ricerca sulla Menzogna. Si tratta di materiale del 2002. Ho eliminato - per quanto possibile - richiami ai capitoli e ai paragrafi successivi. Spero contribuisca al dibattito - è il mio unico testo "scientifico", altri non ne vedrete che non siano, al limite, "filosofici". Salut.

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La menzogna[1] è stata oggetto di sistematiche trattazioni sin dall’antichità: tralasciando l’analisi dei testi sacri, osserviamo prime interessanti attestazioni del tema in Platone, Aristotele e Agostino.

Nel Sofista, Platone sostiene che “Il falso che si genera nei discorsi” deriva dal falso che si genera nel pensiero, ed entrambi derivano dal “pensare o dire ciò che non è”[2]. Poco più avanti, infatti: “Vera è la proposizione che dice su di te le cose che sono come sono, falsa è quella che dice di te cose diverse da quelle che sono”[3]. Il falso è il diverso, l’altro della relazione, il differente. La falsità, per essere, ha bisogno dell’alterità.

Nella Metafisica, Aristotele afferma: “Il falso e il vero non sono nelle cose, come se il bene fosse vero e il male senz’altro falso, ma nel pensiero”[4]; altrove, e più esplicitamente: “Il discorso falso, in quanto falso, è un discorso che dice cose che non sono; perciò ogni discorso è falso se riferito a una cosa diversa da quella della quale esso è discorso vero”[5]. Nell’Etica Nicomachea, si distingue ancor più nettamente: “Di per sé la bugia è turpe e biasimevole, mentre la verità è bella e lodevole”[6].

La sincerità, per Aristotele, è quella virtù che consiste nella disposizione a essere veridici su se stessi, ossia a sembrare quello che si è: l’uomo veridico è “autentico com’è, sincero sia nella vita, sia nelle parole”[7].

Nel dialogo tra Socrate e il famoso sofista eponimo dell’opera, Ippia Minore, Platone decreta la superiorità del mentitore (colui che è capace di ingannare volutamente e consapevolmente) su colui che dice la verità, dal momento che il mentitore è in grado di poter fare entrambe le cose[8]. Tuttavia insiste sulla volontarietà della menzogna, affermando che necessariamente il mentitore rifiuta di convenire ad un’evidenza, quella della verità, che pur conosce[9].

Agostino dedicò alla menzogna due scritti specifici: il De Mendacio (395) e il Contra Mendacium (420). Nel De Mendacio scrive che non è la “rerum ipsarum veritas aut falsitas”, ma la “animi sententia”[10]a decretare ciò che è menzogna. L’intenzione di chi comunica dunque è decisiva. Agostino ammette l’opportunità di servirsi di una “onorevole, pietosa bugia” e ammonisce in merito ai pericoli vincolati all’eccessivo amore per la verità e all’esagerata ripulsa per il falso[11]. Giudica sostanziale, infine, la differenza tra il mentiens (colui che mente) e il mendax (un bugiardo), poiché la menzogna rimane un atto e l’ipocrisia uno stato.

“Chi spaccia il falso per vero e tuttavia ritiene d’esser nel vero, può esser definito persona colpevole d’errore e incauta; a torto lo si dirà mentitore, poiché in ciò che afferma non v’è doppiezza di cuore e volontà d’inganno: semplicemente egli si sbaglia. Il bugiardo invece si propone d’ingannare nel dar voce ai suoi pensieri ed è questa la sua colpa”[12]. Agostino propone una classificazione delle menzogne, in ordine di gravità decrescente: 1.la menzogna religiosa (per convertire qualcuno); 2.la menzogna maligna attiva (per fare danno a qualcuno senza giovare a nessuno);3.la menzogna maligna passiva (per godere dell’inganno e trarne giovamento);4.la menzogna pura (per il solo piacere di ingannare); 5.la menzogna motivata dal desiderio di piacere (menzogna sociale, per ravvivare la conversazione); 6.la menzogna benevola innocente (per beneficiare qualcuno nei beni materiali senza danneggiare nessuno; 7.la menzogna necessaria per la vita (per salvare la vita a qualcuno sottraendolo dalle mani degli assassini); 8.la menzogna necessaria per la purezza(per salvare la castità di qualcuno preservandolo dall’immunditia corporalis. In questi otto generi di bugie, “chi mente pecca tanto meno quanto più sale verso l’ottavo e tanto maggiormente quanto più scende verso il primo”[13].

Nel Contra Mendacium la posizione del vescovo di Ippona sembra divenire più radicale: “Di certo colui che mente vuole nascondere il vero, ma non sempre, chi di proposito nasconde il vero, mente”[14]- ecco una delle prime attestazioni della “non negatività” della dissimulazione.

In epoca barocca furono curate interessanti esposizioni legate al tema. Si può ritenere tuttavia che un’opera, in particolare, meriti d’essere menzionata per via dell’architettura raffinata e della sottigliezza delle argomentazioni: il saggio di Accetto intitolato Della dissimulazione onesta. L’autore, sebbene costretto dagli stilemi del suo tempo ad uno studio vincolato in larga parte ai testi sacri, si pronuncia con chiarezza in merito alla differenza tra simulazione e dissimulazione: distinzione che si può rivelare fondamentale nel processo di comprensione dell’utilità, della necessità, e, forse, dell’inevitabilità della menzogna da parte di ogni individuo. Un testo che può pacificamente essere assimilato, per pregnanza semantica e valenza letteraria, a quelli contemporanei. Apparentemente perfetto oppositore di Jankélévitch, e padre spirituale di Manganelli, Accetto è lo strenuo difensore di una umanissima forma di menzogna.

Di poco successiva è l’opera di Gracián, dedicata all’Arte della Prudenza: sebbene si propenda per la dissimulazione, vengono non di rado espresse delle riserve relative alla sporadica opportunità della doppiezza o della simulazione: libro contraddittorio e probabilmente debitore della disamina accettiana. L’individuo reputato saggio è salutato come eroe della misura, della temperanza e della prudenza.  

La prima difficoltà sorge sin dal momento in cui si tenta una definizione della menzogna. Credo che sia necessario stabilire che il concetto di verità derivi da un contratto stabilito tra una comunità di individui, atto ad esprimere una concordanza definitiva rispetto al significato di determinate parole, di atti o, genericamente, di segni. Accettiamo, dunque, l’idea che la menzogna sia una violazione intenzionale di questo contratto: ritengo sia essenziale accettare questo esiguo presupposto, prima di poter procedere nell’argomentare le mie tesi. Opportuno ricordare, a questo punto, la definizione di Harald Weinrich: “Si ha una menzogna quando dietro alla frase menzognera (espressa) si nasconde una frase vera (non espressa), che si discosta da quella in senso contraddittorio, cioè per quanto riguarda il morfema asseverativo sì/no”[15].

Credo che ogni forma di comunicazione umana, sia essa scritta, orale, artistica o corporea, sia viziata dalla possibilità dell’avvento di una delle prime fonti della menzogna (o almeno, di una delle fonti involontarie): ossia, il fraintendimento. Le condizioni necessarie ad una perfetta comprensione tra differenti individui appaiono infinite, oppure ancora attualmente irrealizzabili: se il significato di una comunicazione verbale (destinata, ad esempio, ad un mero scambio di informazioni anagrafiche) può essere corrotto addirittura da implicazioni psicologiche degli interlocutori (i quali possono, per così dire, associare, ad una data o ad una città nominate, o al tono di voce con il quale vengono pronunciate le parole, significati ulteriori latori di probabili futuri travisamenti o di nuovi pregiudizi nella comunicazione), allora è difficile poter pretendere che esista un significato unico, sempre e comunque condiviso, per ogni parola: evidentemente il significato non è intrinseco, ma è conferito dall’attività simbolica degli esseri viventi.

Ritengo che il campo semantico di ogni parola sia pressoché infinito, a causa della peculiarità dell’esperienza (intesa genericamente come conoscenza derivata dal vissuto nei propri ambienti esistenziali) di ogni individuo. Ogni singola esperienza muta il campo semantico dei vocaboli posseduti da ciascuno: se è uno sforzo titanico mantenere costretti, nel campo semantico maggiormente condiviso, i significati che si sono acquisiti, tuttavia questo sforzo è utile e inevitabile per mantenere, acquistare o cambiare ruoli o identità all’interno del sistema sociale. Baltasar Gracián avverte: “Un uomo vale quanto vogliono gli altri”[16].

Se per assurdo ogni individuo sentisse di dover assecondare ed esprimere solo il significato (la valenza) da lui giudicato idoneo ad ogni parola, giungeremmo paradossalmente ad una situazione beckettiana: una sovrapposizione anarchica ed inarrestabile di monologhi. Le parole apparirebbero come le sinistre e convulse rappresentazioni sonore di uno stimolo nervoso. Allora, riconoscendo che è essenziale concordare per ogni parola pronunciata durante un processo comunicativo un “patto” semantico con la comunità o con una società, non si può comunque rifiutare l’idea che di arbitrii comuni si tratti. Pertanto, ogni forma di comunicazione è in un certo senso menzognera; “qui nescit fingere, nescit vivere”[17]; il linguaggio è un’invenzione umana utile a sviluppare una forma di comunicazione più complessa e incisiva.

Pertanto, di quali verità potrei discorrere, in questa sede? Certamente di nessuna verità assoluta; al limite, di una costellazione eclettica di verità contingenti. Scrive Nietzsche: “La verità è un esercito in movimento di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve, una somma di relazioni umane, che sono state poeticamente e retoricamente ingigantite, trasposte, ingioiellite, e che, per essere state usate a lungo, appaiono ad un popolo fisse, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni, di cui si è dimenticato che sono tali”[18].

Scopo della mia ricerca è quello, allora, di riconoscere la verità della letteratura. La letteratura può essere considerata una dichiarazione trasparente di menzogna: una narrazione fantasiosa, trasfigurata o meno, di una o più realtà. Il lettore accetta di vivere un’esperienza finita e di considerarla per quello che è: una storia, paradossalmente perfino verosimile, ma pur sempre una storia. Esemplare o irritante, ma pur sempre storia: prodotto puro dell’immaginazione e della fantasia. E proprio in questo essere “realtà ulteriore”, o, per usare una definizione più in voga in questi tempi, “realtà virtuale”[19], risiede senza dubbio la sua maggior fortuna e la sua caratteristica precipua e inconfondibile.

Manganelli, nel ventesimo saggio della Letteratura come menzogna, così definisce la letteratura: “Letteratura, nome di privilegiata infamia, che designa atti inutili, anche viziosi, di arbitraria, provocatoria libertà”[20].

Se di menzogna è composta, e se menzogna si definisce, allora la letteratura si presenta come l’unica forma attendibile di verità nell’ambito della comunicazione. Ricordiamo Batteux: “La poesia non vive che di finzione. È una menzogna continua che ha tutti i caratteri della verità”[21]; e ancora Cioran, nel Sommario di decomposizione: “L’unica menzogna che non sia totale è quella dell’artista, poiché egli non inventa che se stesso”[22]. Non esistono inganni, né fraintendimenti: affrontare un testo letterario significa accettare di credere all’esistenza di realtà inesistenti, accettare di cortocircuitare i campi semantici delle proprie parole, accettare di discutere i propri pregiudizi.

Da questo miracolo comunicativo io sono affascinato: e, sebbene i miei studi abbiano confermato tristi supposizioni sull’inesistenza di una verità assoluta, causando come ovvio non poco disorientamento, è pure accaduto che abbiano mostrato una via per rappresentare queste teorie nella figura di Baudolino, protagonista eponimo del libro di Umberto Eco, o nella figura di Capadose, protagonista del Bugiardo di Harry James. Prima di esaminare queste opere, tuttavia, ho ritenuto opportuno percorrere organicamente il sentiero di ricerca, attraversando secoli di studi talvolta mal divulgati o caratterizzati da un’incerta fortuna, per poi analizzare un ampio numero di opere letterarie appartenenti al secolo appena trascorso, il Novecento, dedicando particolare attenzione agli scritti di Jorge Luis Borges, Michail Bulgakov e Guido Morselli.

Recentemente, nel suo interessante saggio Fra il Danubio e il mare, Claudio Magris ha scritto: “Spesso le menzogne, vale a dire alcune metafore, sono l’unico modo di dire alcune verità, di dire cosa si è, qual è la propria avventura”[23]. Istintivamente ricordo Dostoevskij, nei Demoni: “Il vero è sempre inverosimile: è la menzogna a renderlo verosimile”[24].Assumo questo immaginario dialogo letterario come intrigante incipit, pur consapevole di quanto afferma Tagliapietra quando sostiene che “iniziare è mentire. Il rapporto tra l’inizio e la menzogna non è accidentale e non riguarda soltanto il contenuto di ciò che si dice. A tutti gli uomini, come ai poeti, accade di nascere, vivere e morire sempre nel 'mezzo', in medias res.(…) Iniziare è fingere che tutto possa completamente cominciare daccapo. Iniziare è supporre che la realtà possa essere sospesa e poi ripresa come se niente fosse”[25].

 GF, "La Menzogna nella Letteratura del Novecento" - Introduzione. 2002.

[1] L’etimo del vocabolo, asserisce Tagliapietra nel volume Filosofia della bugia, “ci riconduce al tardo latino mentionia, ossia a ciò che è oggetto di mentio, di 'menzione', e al lessico giudiziario che connette siffatto 'rilievo' e tale 'richiamo d’attenzione' alla denuncia forense di una 'falsa testimonianza' e agli echi del verbo mentiri” (p.140).

[2] Platone, Sofista, 260 c 3-4

[3] Platone, Sofista, 263 b 4-7

[4] Aristotele, Metafisica, 1027 b

[5] Aristotele, Metafisica, 1024 b-

[6] Aristotele, Etica nicomachea, IV, 7, 1127 a 29-30.

[7] Aristotele, Etica nicomachea, IV, 7, 1127 a 23-24.

[8] Platone, Ippia Minore, 366d-368 a;374 a.

[9] Platone, Ippia Minore, 362 b.

[10] Agostino, De mendacio 3,3

[11] Agostino, De mendacio, I.

[12] Agostino, De mendacio, 3

[13] Agostino, De mendacio, XXI, 42. Classificazione delle bugie richiamata da A.Tagliapietra, Filosofia della bugia, p.258.

[14] Agostino, Contra Mendacium, 23.

[15] H.Weinrich, Metafora e menzogna, p.155

[16] B.Gracián, Oracolo manuale e arte di prudenza, p.83 massima 111.

[17] T.Accetto, Della dissimulazione onesta, IV, p.42.

[18] F.Nietzsche, Su verità e menzogna fuori del senso morale, p.45.

[19] M.Tessarolo, in La comunicazione tra dimensione umana e tecnologia, p.181, ammonisce: “Il termine 'virtuale', contrapposto a reale, non è un’invenzione della moderna tecnologia in quanto già da molto tempo in estetica si parla dell’arte come costruzione di mondi virtuali: la musica celebrerebbe un tempo virtuale, la letteratura una vita virtuale, la pittura una scena virtuale e il cinema un presente virtuale”.

[20] G.Manganelli, La letteratura come menzogna, p.118.

[21] C.Batteux, Le belle arti ricondotte ad un unico principio, p. 39.

[22] E.M.Cioran, Sommario di decomposizione, p.31.

[23] C.Magris, Fra il Danubio e il mare, p.7.

[24] F.Dostoevskij, I demoni, Einaudi, Torino, 1994, II, 1, 2.

[25] A.Tagliapietra, Filosofia della bugia, p.47.

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Commenti

mi giunge nota...comunque si riconoscono alcuni tuoi temi tipici, ricorrenti, c'é un incredibile ricerca della verità che però dimostri non esistere (non ho ancora letto tutto, comunque). Finora ne ho ricavato un effetto davvero disorientante.
E poi fa uno strano effetto che un letterato, uno che con le parole ha "lavorato" venga a dimostrare che esse sono sempre false, nascondono, mentono. Insomma la vera comunicazione è impossibile o difficilissima? E allora perché continuiamo a parlare? Potremmo darci al silenzio o all'afasia. O cerchaimo sempre, nonostante le difficoltà?

No, mica è il silenzio la sola alternativa. E' una di quelle logicamente più corrette, ma io non volevo arrendermi. Per quello sto elaborando evoluzioni espressioniste, negando le possibilità della comunicazione di essere "vera". E' un'altra strada logica.
*
Io ho scelto la ricerca, ma ovviamente è la strada più difficile e quella che costa più fatica. Il silenzio è comodo.

Ribadire che questa introduzione la dice lunga sulla necessità di perfezionamenti nel linguaggio. Mi viene in mente se fosse possibile infiltrare nello studio del linguaggio, e in questi suoi aspetti che affronti, una quantificazione rigorosa delle sfumature indefinite: quanta arbitrarietà c'è tra i significati personali e quelli comuni delle parole, quanta discrepanza e con quanta (non più quale) radicalità. Rintracciati dei campioni di analisi misurativa ripristinare una schematica manipolazione delle ombre e delle suggestioni. Mi verrebbe "scienza e matematica del metafisico", e sarei proprio un viosionario scriteriato ;) E' il pulviscolo che frega il sistema. Universi in espansione da esplorare.

Ecco, Gf, quando io mi mi riferisco al silenzio manifesto una mia tendenza ad estremizzare più che alla comodità, amo il silenzio, ma l'eccesso mi ucciderebbe.
La ricerca: beh, è un leit motiv che condivido, magari su altri fronti. Concordo sulla fatica, per cu ogni tanto verrebbe voglia di mollare tutto.

Mollare mai. Si combatte fino alla fine.
La resa non è prevista dal dna.

Ho apprezzato la Dogmengeschichte.

Talvolta è necessario.

"Scopo della mia ricerca è quello, allora, di riconoscere la verità della letteratura".
vorrei dire che il linguaggio dell'arte (tracce su una tela, note, grazie su un foglio) e le sue espressioni sono ovviamente più veritieri del vivere. Su qeusto non nutro alcun dubbio: esse attingono più direttamente a noi stessi, e si pongono come tramite DIRETTO.

la verità non la si può cercare nei fatti, nelle cose (pensiamo alla "nozione di tempo in fisica"), nelle storie. Non è quello il livello di indagine. La verità consiste nell'onestà poetica e di quella ogni buona testimonianza artistica è rappresentazione ben approssimata -tanto più quanto più è capace l'artista.

La questione del linguaggio -della comunicabilità- di arpaeolia si pone ritengo anch'esso ad un altro livello (più profondo, certamente). Che significa che l'artista non mente? E quando Dosto usa la menzogna per "aggiustare" la realtà, cosa fa se non attingere a un mondo delle idee (menzognero, allora, perché irrealizzato?)

è la forma che costringe a questo genere di menzogne, ne siamo tutti consapevoli (le dimensioni gigantesche della madonna della pietà di michelangelo che in piedi supererebbe il figlio di un metro e più). Ma sommo Lanke, voglio chiederti: è questa la menzogna?
Che significa, lo ripeto, che l'artista non mente?

Che è l'unico mentitore onesto e cosciente in un sistema di mentitori.

Non sempre coscienti, non sempre consapevoli, non sempre onesti; e tuttavia, "inevitabilmente mentitori".

"Assumo questo immaginario dialogo letterario come intrigante incipit, pur consapevole di quanto afferma Tagliapietra quando sostiene che “iniziare è mentire. Il rapporto tra l’inizio e la menzogna non è accidentale e non riguarda soltanto il contenuto di ciò che si dice. A tutti gli uomini, come ai poeti, accade di nascere, vivere e morire sempre nel ‘mezzo’, in medias res."

Rileggendo mi era sfuggito questo passo. Sapevi che Tagliapietra è stato mio docente di Storia della filosofia? Ho studiato il suo testo "La virtù crudele", storia della sincerità tra letteratura e filosofia. Credo che ora la sua ricerca tra menzogna e verità continui, altrove comunque, non più a Sassari. E' sempre un piacere rileggere questo tuo lavoro accademico.

Non lo sapevo... e a questo punto non posso che domandarti di scrivere de "La virtù crudele". Deve essere stata una vera fortuna averlo come docente. Posso sperarci, in una scheda? ;)

Mah, è un volume bello tosto, e l'ho letto ormai tre anni fa. Diciamo che a breve non penso di riprenderlo. Se mi ricapita fra le mani proverò a scriverne. Ricordo che le prime lezioni mi innervosì fino a farmi lasciare in tronco l'aula perché sua caratteristica principale sembrava essere quella di attaccare a tutto spiano le scienze matematiche... poi ho imparato a comprendere che la sua era violenza verbale contro il concetto di "verità". Un insegnante curioso. Alcune sparate a favore del marxismo mi allibirono anche, però ideologia nella norma, neanche troppo invasiva, diciamo. La sua monografia però mi era sembrata puntigliosa e significativa. Se ne riparlerà, vediamo.

L?instabilità del sistema è dovuta alla sua dipendenza dalla menzogna. Ogni sistema fondato sulla menzogna e sull?inganno è intrinsecamente instabile. D?altra parte, il sistema ha dalla sua un?enorme elasticità, una straordinaria capacità di assorbire i colpi, nonché scarse resistenze da vincere, limitate e sufficientemente emarginate perché l?impatto della propaganda ufficiale resti potente e ubiquitario.

NOAM CHOMSKY

dire la verità e smascherare la menzogna > il compito dell'intellettuale. NC.

Cos'è il comunismo?
"La più vile e tremenda menzogna che il nostro secolo abbia concepito: questa è la burocrazia rossa del socialismo".
(BAKUNIN)

" Ci si potrebbe acutamente chiedere se mancando la voglia di ingannare non venga a mancare del tutto anche la bugia". Agostino, "De mendacio", 4.3, in Agostino, "Sulla bugia", testo latino a fronte, a c, di M. Bettetini, Milano, Rusconi, 1994, p.33.

È il linguaggio che la rende inevitabile. Quindi, in un certo senso, è la mente umana la responsabile.
Da questa tragedia deriva tutto il resto.
Eppure un rimedio deve esistere...