Müller Thomas

Di scienza, d'arte e di filosofia

Autore: 
Müller Thomas

Che cosa è scienza, che cosa è arte? Che cosa filosofia?
Ritengo che se ci interroghiamo per categorie, la categoria più semplice (quella meno soggetta ad essere vittima di fraintendimenti e gusti personali) è la definizione di scienza.
Vedo due possibili catalogazioni rigorose.
La prima etichetta come “scienze” quelle materie che si distinguono per la loro analisi quantitativa dei problemi trattati, ovvero quelle materie che si poggiano in modo diretto o indiretto sulla matematica.
E opportuno fare una digressione a questo punto. La matematica non è una scienza secondo questa catalogazione e non lo è nemmeno secondo quella che darò in seguito.
La matematica naturalmente descrive se stessa con il metodo matematico. Però non soddisfa il secondo criterio, quello che passa quasi sottinteso. La matematica non descrive assolutamente nulla “in sé”. E linguaggio, sicuramente affascinante come tale per le sue peculiarità di rigore ed eleganza, ma solo linguaggio. E non è nemmeno linguaggio di natura, poiché la matematica non necessariamente descrive la natura. Un linguaggio descrive qualsiasi cosa sia descrivibile (con alcune restrizioni), descrive tutto quello che è ma anche tutto quello che non è all’interno di una classe di argomenti.
La fisica ad esempio descrive una realtà che classifico di oggettiva nei termini in cui essa deve accordarsi a ciò che traspare dai risultati sperimentali, che tutti possono riprodurre e su cui vige un accordo di sostanza.
Una simile catalogazione di scienza si riassume come segue:
-         si basa sul linguaggio matematica
-         descrive una “realtà empirica”
 
Il primo punto è quello restrittivo. In questa catalogazione sono scienza la fisica, la chimica, l’ingegneria, alcuni rami della biologia basati sulla statistica. Non sono scienza la psicologia. Non sono scienza la maggior parte dei rami della medicina.
Se questa catalogazione ha il pregio di essere esplicita ha però il difetto di essere restrittiva.
 
La seconda possibilità è più ampia: è scienza ciò che descrive le entità che sono esterne all’uomo e che interrogano il suo intelletto su ciò che lo circonda. E arte ciò che è interno all’uomo, ciò che lo obbliga ad interrogarsi su stesso. Ed è filosofia tutto ciò che si trova tra i due e li collega.
Questa catalogazione mi sembra meno elitaria, più sfumata forse, ma decisamente più adatta a descrivere quello che nel senso comune chiamiamo scienza ed arte.
 
Ed ora i problemi seri: qual è l’effettiva oggettività nel descrivere il mondo esterno (che chiamerò mondo sensibile) da parte del creatore di una nuova teoria scientifica?
Ammetto che la descrizione teorica deve sottoscrivere ai criteri dell’osservazione empirica. Se una mia teoria descrive una realtà smentita dall’esperienza la mia teoria è scorretta.
Chi mi garantisce però che esiste un’unica teoria che da luogo agli stessi risultati in laboratorio?
E se due teorie basate su idee completamente opposte dessero risultati analoghi? Oppure come sembra essere il caso oggi una teoria da risultati validi per grandi dimensioni e l’altra per piccole distanze? Quale delle due è “più giusta”? Quale è più reale (intendendo qui: quale si avvicina meglio alla realtà sottogiacente l’osservazione che ci è nascosta e sulla quale lo scienziato indaga)?
 
Se prendiamo le idee di Isaac Newton ci accorgiamo di un fatto interessante. Sono impregnate, profondamente impregnate, di idee illuministe. Il suo senso dell’estetica, di ciò che è bello, fu quello delle lumières. Chiunque è solitamente disposto ad ammettere che la natura risponde ad un senso di armonia di bellezza. Ma il concetto di armonia non è proprio dell’arte? E non è forse vero che esso evolve e muta nel tempo?
Allora è legittimo sostenere che l’idea di ciò che Newton (ed i suoi contemporanei) consideravano bello ha creato l’edificio teorico con il quale ha scelto di spiegare la natura. Vi sembra stiracchiata come ipotesi?
Allora pensate a questo: quanti colori ci sono nell’arcobaleno? Sette? I sette colori dell’arcobaleno.
La prossima volta guardatelo. Se ne vedete sette consultate un oculista.
I sette colori dell’arcobaleno sono un’invenzione di Newton, basata sulle sette note musicali e l’idea che un analoga armonia dovesse esistere nei colori lo ha spinto a dividere l’arcobaleno in sette fasce. Questa idea di un armonia basata su rigorose proporzioni e uniformità a me sembra molto illuminista e poco oggettiva.
Se ci pensiamo bene è il caso di molti. Darwin non era un maltusiano?
Boltzmann un decadente?
E quanto dello spirito sessantottino ha influenzato le idee sul modello dei quark?
Ed ecco il problema. Li sto classificando, pensando, come artisti, protagonisti di movimenti letterari, esponenti di un modo di pensare che è proprio di un’epoca (e quindi dell’uomo) e non di una realtà esterna.
La creazione scientifica avviene, a mio modo di vedere, non come interazione tra lo scienziato ed una visione ultima di ciò che è vero, ma come una interazione tra lo scienziato ed il suo ambiente letterario, artistico, culturale.
La nascita e l’assimilazione di una nuova concezione di estetica sono il motore che spinge una mente brillante ad una nuova rivoluzione scientifica, in sostanza nient’altro che la precedente rivoluzione letteraria adattata, una corsa per non perdere il treno…
E se questa è la chiave, l’interazione tra diversi rami del sapere, allora dovremmo preoccuparci davvero del settorialismo che sempre più incalza, in tutte le università, in tutte le accademie.
Ed è vero anche l’inverso; la nostra conoscenza di cosa crediamo essere vero influenza l’arte e la cultura (pensiamo a Escher, a Tagore a Leibniz).
Essere è essere percepiti.

tm

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Commenti

"La creazione scientifica avviene, a mio modo di vedere, non come interazione tra lo scienziato ed una visione ultima di ciò che è vero, ma come una interazione tra lo scienziato ed il suo ambiente letterario, artistico, culturale.
La nascita e l?assimilazione di una nuova concezione di estetica sono il motore che spinge una mente brillante ad una nuova rivoluzione scientifica, in sostanza nient?altro che la precedente rivoluzione letteraria adattata, una corsa per non perdere il treno?"

Assolutamente d'accordo.

apprezzo molto il tuo articolo che dovrò peraltro rileggere, soprattutto la parte centrale, e ti offro provvisoriamente la mia visione:
scienza: tentativo di misurazione del reale, replicabile sempre
filosofia: tentativo di conoscenza del reale e del sé, replicabile in alcune condizioni
arte: tentativo di dimostrazione del sé, non replicabile

per favore spiegami il decadentismo di Boltzmann che da solo non ci arrivo.. grazie mille

Reale è, per quanto mi riguarda, un concetto poco comprensibile.

Perché Boltzmann decadente?
Boltzmann credeva in una natura votata alla morte per lenta agonia, entropica e irrimediabile, fatale. Ha vissuto cercando di mostrare le verdidictà di questa teoria, la sua necessità e soprattutto la sua estetica. E morto suicida poiché nessuno voleva credergli.

Trovo questo atteggiamento stupendamente decadente.

"quanti colori ci sono nell?arcobaleno? Sette? I sette colori dell?arcobaleno.
La prossima volta guardatelo. Se ne vedete sette consultate un oculista" Michele, tu hai risolto uno dei massimi problemi della mia vita di miope! Io non sono mai riuscita a vederne sette (mi pare che più di cinque non se ne distinguano in realtà) ma si comincia alle elementari con questa idea e si fa brutta figura a dire che se ne vedono di meno :)) [l'indaco... mi dite che razza di colore è l'indaco? oh!]... quanto al resto, discorso come sempre molto interessante, nell'idea soprattutto che la visione (e quindi la formulazione) scientifica sia influenzata dal microcosmo che circonda lo scienziato (e a ragionarci è abbastanza condivisibile come idea... ). Quanto al suicidio, l'ho sempre trovato poco affascinante e abbastanza triste, una dichiarazione di fallimento senza appello. Non ci siamo...