Dennett Daniel

Freedom evolves

Autore: 
Dennett Daniel
L’uomo è, secondo un’opinione diffusa, un agente libero e cosciente.
Ebbene l’uomo – libero e cosciente oppure no – è composto di piccole entità elementari, cellule, ognuna delle quali ovviamente non è né libera, né tantomeno cosciente.
 
Se vogliamo capire quale può essere l’origine della coscienza, dobbiamo capire come a partire da tanti, diversi, piccoli robot, (le nostre cellule, ognuna perfettamente in grado di svolgere la propria funzione ma assolutamente incapaci di coscienza), detta coscienza possa svilupparsi.
Durante i lunghi secoli in cui la questione è stata analizzata, l’uomo ha tentato di inventarsi una risposta basata sul principio che chiameremo dualismo cartesiano. L’idea cioè che esista oltre alla prima sostanza, di cui si compongono le nostre cellule e che chiameremo sostanza materiale, una seconda sostanza supplementare, una mente o un anima, che vivrebbe in qualche modo all’interno di ciascuno di noi.
Più la ricerca avanza, più ci rendiamo conto che per quanto suggestiva questa ipotesi non è corroborata da nulla; non esiste niente di simile a una seconda sostanza non fisica (e non robotica nel senso di robot-cellula), le differenze tra individui essendo unicamente dovute a una diversa organizzazione delle loro parti non coscienti al lavoro.
 
Il problema più specifico di cui vogliamo occuparci è la possibilità, per un agente cosciente, di compiere un atto libero.
Libero è un concetto complesso, in primo luogo complesso da definire. Cosa vuol dire compiere un atto libero?
Possiamo chiederci se un agente, noi o qualcun altro, ha mai davvero fatto qualcosa di diverso dall’unica cosa che potesse fare. E se in definitiva posso fare solo e soltanto una cosa, perché dovrei desiderare di poter fare qualcosa di diverso?
In generale il problema è formulato nei termini del concetto di determinismo: se una catena di eventi, ad esempio dei fatti che avvengono nel mio cervello, una cascata di reazione chimiche, che innesca il funzionamento di una rete neurale, che comunica con una seconda rete, che a sua volta invia uno stimolo al mio braccio ordinatogli di scrivere questo testo, è completamente determinata (dalle reazione chimiche deve conseguire forzatamente l’innesco della rete neurale, che deve forzatamente comunicare con la seconda rete che deve forzatamente inviare un segnale che forzatamente mi dirà di scrivere questo testo), è chiaro che non ho scelto di scrivere. Scrivere in questo caso non è un atto libero.
 
L’indeterminismo non è di aiuto (e questa è una tesi molto forte in Dennett): ammettiamo che da qualche parte in tutto questo processo ci sia un elemento non causale, ad esempio la rete neurale potrebbe con il 50% di possibilità inviare l’ordine di scrivere questo testo e con il 50% di scriverne uno leggermente diverso.
Naturalmente un simile processo distrugge la causalità, ma non per questo è più libero del precedente. Qualsiasi sia il risultato conseguito, si tratterebbe di una novità pura e semplice, un fatto inedito che si applica a me (scrivere un testo diverso da questo). In nessun caso però posso essere considerato responsabile di ciò che scrivo. Se il risultato del mio scritto dipende da una probabilità, (una piccola moneta che nella mia testa decide per testo1 oppure testo2) come posso essere responsabile delle mie azioni? Il caso, l’azzardo, non sono certo un candidato migliore del determinismo.
 
Il problema chiave del libero arbitrio, in quanto concetto filosofico, è che per quanto fondamentali siano i problemi che lo concernono, non possiamo evitare di credere di essere fondamentalmente degli agenti liberi. È una condizione di fondo della nostra concezione dell’esistenza. Tutti i nostri ragionamenti, tutte le convinzioni, sono profondamente radicate nell’idea di un libero arbitrio. È una delle ragioni che lo rende tanto complesso da studiare: quasi tutti i ragionamenti sono viziati dalla convinzione che la libertà esiste.
 
Non solo il libero arbitrio esiste, ma si evolve. È ragionevole pensare che un battere non abbia davvero nessuna scelta (o quasi) che si possa dire libera. E se un pesce potrebbe avere in un certo qual senso un libero arbitrio, è chiaro che non è libero quanto un gatto, e nemmeno lontanamente libero quanto lo siamo noi.
La libertà, al pari della capacità di comunicare, evolve: potrebbe un giorno anche estinguersi.
 
Fermate quel corvo!
 
Lo studio e l’analisi del libero arbitrio, e delle questioni ad esso legate, potrebbero disturbare non poco alcuni individui. Come l’elefante Dumbo che impara a volare, e a cui in guisa di sostegno morale viene regalata una piuma magica, potremmo essere spaventati davanti alla sfida (il volo) di capire davvero se e come possiamo dirci liberi.
Qualcuno dunque potrebbe trovare di cattivo gusto, e addirittura pericoloso dire – mi scusi, ma la sua anima libera è appena morta! – un po’ come strappare a Dumbo la penna magica per volare mentre si stà librando sopra la città e dirgli: questa penna non è magica, è solo un imbroglio!
C’è il rischio di cadere da una bella altezza.
E se voi, il corvo incaricato di dire a Dumbo che la penna dopo tutto non è magica, foste mal compresi da Dumbo, causandone la morte o almeno delle ferite gravi, non sareste forse responsabili? Discutere il libero arbitrio comporta questo rischio – della piuma non magica. Ma cosa è preferibile?
Essere come Dumbo? O imparare a volare da soli?
 
Pensare il determinismo
 
Pensare il determinismo è più complesso di quanto possa apparire: Dennett propone la definizione seguente.
 
Ad ogni istante esiste un solo futuro possibile (Van Inwangen, 1983, pg. 3 citato da D. Dennett, pg. 39)
 
Dennett si propone di dimostrare che le tre affermazioni seguenti sono FALSE
 
  1. Il determinismo implica l’inevitabilità
  2. L’indeterminismo è compatibile con il libero arbitrio
  3. In un universo deterministico le opzioni non sono reali ma solo apparenti
 
Il primo passo consiste a chiarire alcuni problemi di vocabolario: noi spesso diciamo che un ente (un atomo o una cellula) compie una certa azione. È scorretto: un atomo o una cellula possono essere sede di un processo, qualcosa gli succede, ma non fanno assolutamente nulla.
Se vogliamo fornire un significato alla locuzione “X compie l’azione Y”, dobbiamo prestare molta attenzione alla struttura descritta.
Ecco un piccolo gioco, il gioco della vita, che fungerà da aiuto nel discutere quanto segue.
 
Innanzi tutto disponiamo di una scacchiera di dimensione grande a piacere, Diciamo che per rendere interessante il gioco abbiamo bisogno di una scacchiera che abbia qualche miliardo di caselle almeno.
 
Le caselle possono essere bianche (vive) oppure nere (morte).
Ogni casella ha otto vicini (sopra e sotto, destra e sinistra, i quattro angoli); un orologio segna lo scorrere del tempo. Ad ogni click dell’orologio, le caselle si trasformano secondo la regola seguente:
-         se una casella ha due vicini vivi, resta nel suo stato (se era bianca diventa bianca, se nera nera).
-         Se una casella ha almeno tre vicini vivi, diventa viva (bianca)
-         In tutti gli altri casi, la casella muore (diventa nera)
 
Ecco un disegno con alcune zone vive (e altre morte)
 
 
 
Questo gioco è – in tutti i sensi interessanti del termine – deterministico. Ad ogni click del tempo, possiamo calcolare esattamente cosa succederà ad ogni singola casella.
Ora questo gioco, una famosa simulazione computerizzata di automi intelligenti, è tutt’altro che banale.
Esempio uno: guardate il quadrato al centro. È una struttura con quattro celle vive; ognuna ha tre vicini vivi, quindi al prossimo turno restano identiche. Le celle confinanti hanno due vicini vivi, ergo restano morte. Ne deduciamo che il quadrato è una struttura eterna (si chiama vita tranquilla), incapace di cambiare.
Guardate ora le quattro strutture in alto e in basso: queste strutture, al prossimo click dell’orologio, diventeranno vita tranquilla.
Ne deduciamo che per quanto indiscutibilmente deterministico, questo mondo ha un passato dubbio: è impossibile sapere in che stato fosse vita tranquilla un click di tempo fa.
 
Questo mondo (vedi bibliografia) prevede anche oggetti più interessanti: ad esempio ci sono configurazioni che si muovono (dopo un certo numero, regolare, di click di tempo, le strutture in questioni si ricreano identiche ma più in basso), che mangiano altre strutture (si muovono e se incontrano qualcuno o qualcosa lo distruggono in pochi click di tempo).
È addirittura stato dimostrato che è possibile costruire una macchina di Turing universale, una sorta di software ideale capace di calcolare qualsiasi problema matematico, a condizione di avere tempo a volontà.
 
Nel mondo della vita, la velocità di propagazione massima di un segnale è quella di un aliante. Per analogia, la velocità massima di un segnale nel mondo vero è quella della luce, o se parliamo di selezione naturale, il tempo di una generazione.
 
Un aliante (come un raggio di luce) è davvero inevitabile: tuttavia, una struttura più lenta potrebbe essere evitata: nel gioco della vita esistono strutture che riescono a difendersi, inviando intorno a loro oggetti che “scandagliano” l’ambiente, e che ritrasmettono informazioni utili a evitare o a distruggere eventuali pericoli.
Insistiamo su questo punto: un oggetto complesso del mondo della vita può informarsi e preservarsi, cambiando o spostandosi davanti al pericolo.
È importante notare che la programmazione di questi informatori e bodyguard, ha luogo in modo completamente scollegato dalle regole fisiche del mondo della vita. Tuttavia, il fatto che sia possibile raccogliere informazioni affidabili, e adattarsi, dipende precisamente dal fatto che le regole del mondo della vita sono deterministiche.
Se subentrasse il caso, l’informazione raccolta sarebbe totalmente inutile, rendendo superfluo ogni tentativo di autopreservazione. L’inevitabilità è implicita nell’indeterminismo; il contrario sembra almeno dubbio.
A questo punto voglio attirare l’attenzione su un fatto importante: parlando del mondo della vita, un mondo dominato da regole cellulari completamente deterministiche, abbiamo operato un cambiamento (uno scivolamento) semantico fondamentale. Da una discussione inerente a ciò che avviene alle singole celle (deterministico), siamo passati a discutere ciò che una struttura fa, altrimenti detto le operazioni che compie.
Questo scivolamento semantico indica che concetti come fare, esplorare, decidere, sono adatti a descrivere una struttura complessa, anche se le sue componenti elementari non possono fare nulla, possono solo divenire.
 
Lo scivolamento semantico è quantomeno discutibile in un sistema di automi come il mondo della vita: è dovuto al fatto che esiste un ente esterno, il programmatore, che descrive una struttura interna (il mondo della vita) come operante. Questo è naturalmente vero dal punto di vista dell’ente esterno: non da quello del mondo della vita.
 
Quello che è davvero eccezionale, e informativo nel mondo della vita, è che non c’è davvero alcun bisogno di sapere in anticipo come costruire una macchina o un sistema complesso e interessante, capace di evitare. È sufficiente costruire abbastanza disposizioni casuali e lasciarle evolvere; l’evoluzione selezionerà le strutture evitanti (e anche molte strutture semplici ma maledettamente efficaci nel distruggere), unicamente perché tutte le altre si estinguono. E naturalmente un mondo della vita davvero molto, ma molto grande, potrà popolarsi di strutture sempre più complesse, via via che quelle un po’ meno complesse si fanno concorrenza tra loro e si mangiano e distruggono a vicenda. Non è ancora la selezione naturale, ma è già sufficiente ad affermare che il determinismo non implica l’inevitabilità, quantomeno in un senso importante (e interessante) dell’affermazione.
 
Il mondo della vita è a tutti gli effetti evolutivo, ed è unicamente l’evoluzione, un meccanismo cieco e stupido e assolutamente deterministico nelle sue leggi chiave, a permettere la nascita della complessità.
Possiamo obbiettare che l’evitabilità, nei termini in cui l’abbiamo definita, non implica assolutamente la coscienza. Noi evitiamo di essere distrutti dai raggi ultravioletti, o mangiati da qualche battere, o sciolti dal sole, soltanto perché, nel corso di una lunga ed estenuante selezione (con tantissimi tentativi mancati) la nostra linea genetica ci ha fornito delle protezioni adeguate. Strettamente parlando non abbiamo fatto niente: qualcosa ci è successo. Siamo qui. (E ovviamente senza nessun bisogno di un programmatore esterno: la fortuna è sufficiente).
 
Pensare il determinismo: la capacità di prevedere
 
Passiamo ora ad analizzare un grado superiore di libertà: analizziamo il caso di due computer che giocano a scacchi.
Un computer è deterministico; un computer (a meno di usare computer quantici) possiede un generatore di numeri pseudoaleatori, una sorta di lunga sequenza da cui sceglie delle cifre. Se spegnete e riaccendete il computer, la scelta ripartirà da capo, ma in generale è abbastanza lunga da generare nuovi numeri, fintanto che il computer resta acceso.
Due programmi scacchistici A e B si affrontano: quando sono in crisi, quando cioè il loro potere di calcolo non riesce a decidere tra due mosse possibili, tirano a indovinare, altrimenti detto sbirciano nel generatore di numeri pseudoaleatori e giocano a testa o croce.
Immaginiamo che A e B si affrontino in una serie di partite: ogni partita sarà diversa dalla precedente (a meno che non spegniate il computer; in tal caso tutto ricomincia da capo).
Immaginiamo che A batta B nel 90% dei casi. Possiamo dire che A è miglior giocatore di B? Che effettua delle scelte più oculate, più profonde?
Immaginiamo che B al 13o colpo effettui una scelta perdente, un errore che causa la sua sconfitta. Potrebbe trattarsi
-         di una coincidenza sfortunata: il generatore di numeri aleatori avrebbe potuto dare una risposta diversa, che avrebbe permesso a B di giocare un colpo non perdente
-         di un’incapacità di B di calcolare oltre una certa profondità: in tal caso B non poteva far altro che perdere la partita
 
La domanda è “B avrebbe potuto vincere la partita?”. Per quanto la risposta sembri essere No, in entrambi i casi, sembra trattarsi di due situazioni diverse del significato di potere. Nel secondo caso si tratta di un “non potere” che dipende da una profonda mancanza di B, mentre nel primo caso, esiste un mondo ipotetico, molto simile (simile in tutto tranne che nella sequenza aleatoria), in cui B avrebbe potuto vincere.
Per poter distinguere questi due significati di potere è necessario un glissare semantico, verso un linguaggio intenzionale:
immaginiamo ad esempio che io faccia un modello del torneo ascoltando un gong che suona quando vince A, mentre una campanella tintinna quando vince B. Noterò che il Gong suona spesso rispetto alla campanella. Se volessi spiegare la differenza tra A e B, l’unica possibilità sarebbe adottare un punto di vista intenzionale, A gioca meglio di B, e questo in barba al fatto che A e B sono macchine deterministiche.
 
Questo mette in discussione i rapporti di causa effetto. Il determinismo è compatibile con l’idea che un effetto non abbia causa: ad esempio posso pensare che A abbia vinto perché B ha tirato un pessimo numero dalla sua catena aleatoria, ma A avrebbe potuto vincere comunque. Non posso quindi affermare che la scelta del numero aleatorio sia stata necessaria (è sufficiente soltanto) alla sconfitta. In altre parole la relazione di causa effetto richiedendo una condizione sufficiente e necessaria, non posso affermare che la causa della vittoria di A sia stata quel maledetto numero aleatorio.
 
In conclusione dire che la natura di A o di B è fissata dal determinismo è falso: il determinismo non causa i risultati delle partite (non per forza e non sempre).
 
All’ascolto del libertarismo
 
A fianco della posizione di Dennett, il compatibilismo (l’idea che il determinismo sia compatibile con il libero arbitrio), possiamo elencare almeno due altre posizioni.
- il determinismo duro: l’idea che il determinismo è reale e che conseguentemente l’uomo non è libero. L’idea stessa di libertà sarebbe incoerente. Un eventuale indeterminismo non aiuta. Questa posizione trascura però le ragioni delle nostre convinzioni (e convenzioni) morali.
- il libertarismo: l’idea che il determinismo implichi l’impossibilità di scegliere liberamente. Ergo il determinismo è falso: solo l’indeterminismo può salvare la situazione.
 
È importante chiarire un punto: anche se certune (o tutte) le situazioni in cui si trova il mio IO sono determinate da fatti avvenuti prima della mia nascita, posso comunque essere la causa di un fatto. Un ramo che dovesse rompersi sulla testa di un uomo sarebbe innegabilmente la causa della sua morte.
Questo però non significa che il ramo sia moralmente responsabile.
 
Il rapporto di causa effetto non è sufficiente per la responsabilità morale: quello che occorre è essere una causa prima non causata, cioè essere una causa che non è l’effetto di un evento precedente. Se io sono la causa prima di una decisione, senza che qualcosa abbia causato il mio stato attuale in cui la decisione è presa, allora posso parlare di un atto moralmente responsabile.
La posizione analizzata da Dennett, quella che lui ritiene essere più interessante, è dovuta al filosofo Robert Kane.
 
Kane distingue tre tipi di volontà
 
1       la volontà desiderante: quella che ci fa desiderare un certo numero di cose
2       la volontà razionale: ciò che scelgo, decido o voglio fare
3       la volontà agente: ciò che tento, intraprendo e mi sforzo di fare
 
Le tre volontà sono di natura diversa: la volontà desiderante potrebbe benissimo essere deterministica, i mie desideri dettati dall’ambiente, dal genoma, da fattori esterni alla mia mente. La volontà razionale rappresenta la scelta morale tra le opzioni che mi si presentano. Infine, l’azione consegue (talvolta) alla decisione presa.
Kane considera 1 come l’entrata di un processo decisionale. 2 sarebbe il lavoro di scelta, in cui l’indeterminismo (pseudoaleatorio o aleatorio) interviene. 3 è un conflitto che viene a crearsi tra l’uscita (legislativa) e l’azione (esecutiva).
Dennett insiste molto sul fatto che una fonte di indeterminismo autentico (ad esempio quantistico) o simulato (pseudoaleatorio) non cambia nulla al risultato[1]. .
La conclusione è che una scelta casuale (o pseudo casuale) di uno dei miei desideri, non è di grande aiuto nel decidere moralmente. Per Kane, decidere equivale a schiacciare a un certo tempo t, il “bottone magico” che ferma l’oscillazione casuale tra due decisioni possibili.
Il tutto assomiglia un po’ al dilemma dell’asino di Buridan, che si trova a metà strada esattamente tra due mucchi di fieno, e essendo affamato deve decidere dove andare. I due mucchi sono alla stessa distanza, quindi incapace di decidere quale sia la scelta migliore, l’asino muore di fame. È chiaro che la soluzione dell’impasse è tirare a caso (ad esempio una moneta) e seguire l’indeterminismo. Tuttavia affermare che questa è una scelta è quantomeno dubbio.
 
La selezione naturale e la corsa agli armamenti
 
Come funziona la selezione naturale? Come è successo che gli individui che siamo siano potuti evolvere? Dennett dedica un capitolo a spiegare alcuni meccanismi evolutivi.
La prima domanda cui occorre rispondere è: se ogni individuo (o come Dennett e Dawkins sostengono, ogni gene) difende solo e soltanto la propria sopravvivenza e riproduzione, come è possibile che una cooperazione tra individui si instauri?
Ad esempio: noi siamo un insieme (complesso e strutturato) di cellule, in cui esistono alcuni geni “egoisti” e alcune cellule “egoiste” (un cancro ad esempio), ma molte tra loro collaborano. La maggior parte addirittura. Come è possibile?
 
Prendiamo l’esempio delle cellule della pelle delle mie dita: ad eccezione di qualche fortunato individuo che si duplicherà, la maggior parte di loro sono destinate a morire senza figli. La loro linea genetica è un vicolo cieco (si dice che sono cellule somatiche e non germinali).
Tutto si decide nelle fasi iniziali della vita. Un’”intesa cordiale” può essere raggiunta, oppure un “voto parlamentare” tra geni permette ad una maggioranza di imporre ai riottosi di uniformarsi al volere del gruppo. È sufficiente che il guadagno medio per individuo sia più elevato in una collaborazione, affinché questa sia vincente.
 
Se capita che un singolo gene o individuo diventi capace di gudagnare di più nel ruolo di dissidente, potrebbe anche provarci. Il nostro corpo ha però sviluppato strategie di contenimento che distruggono i dissidenti potenziali. Questo abbassa il rendimento del ruolo di dissidente e ne fa una scelta evolutivamente svantaggiosa. In certi casi almeno.
 
Il punto di vista intenzionalista è pressoché l’unico possibile nel descrivere il comportamento del gene, tuttavia è difficilmente concepibile che il gene sia un ente libero.
Uno degli scogli “morali” (o moralisti) contro cui cozza la genetica è il determinismo genetico: l’idea che l’individuo sia determinato dal suo patrimonio genetico.
Come Dennett fa notare, questo è ovviamente vero solo in una certa misura; anche l’ambiente ha una sua influenza.
Nessuno sostiene di solito che i geni rappresentino tutta la spiegazione possibile del divenire umano: tuttavia, pur riconoscendo che l’ambiente influenza il nostro futuro, in che misura il determinismo ambientale sarebbe meno definitivo, meno angosciante o meno restrittivo del determinismo genetico? Perché dovrebbe essere preferibile?
 
Riassumendo: dato ciò che sono capace di fare (genetica), ciò che avrei bisogno di fare (ambiente) devo ancora poter scegliere la strategia migliore. È qui che interviene il cervello, e la sua libera scelta (se esiste).
 
Il concetto di meme
 
L’educazione della progenie è un compito che non tutte le specie svolgono. Alcune depongono uova, quindi le abbandonano al loro destino. È chiaro che il comportamento degli individui della generazione successiva sarà dettato unicamente dal loro patrimonio genetico: intendo con questo che un ragno che tesse la tela non impara per imitazione dal genitore. Conosce già quanto gli serve.
Ci sono però altre specie, in generale quelle che hanno bisogno di adattarsi velocemente a una novità, che educano i figli. L’apprendimento ha quindi una componente genetica (ci mancherebbe), ma anche una componente che è legata all’imitazione. Se l’apprendimento per imitazione è più efficace (o più veloce o più adattabile) di quello genetico, non c’è nessuna ragione per cui non debba essere usato.
Naturalmente tra tutte le specie, quella con la caratterizzazione sociale più forte è la nostra: homo sapiens. Un esempio? L’uomo ha imparato ad accendere il fuoco (o almeno a mantenerlo vivo) da almeno un milione di anni. Tuttavia questa conoscenza è trasmessa socialmente, per apprendimento, non geneticamente.
La chiave di trasmissione della cultura presso homo sapiens, è ovviamente il linguaggio. Tuttavia è possibile trasmettere una conoscenza culturale anche senza linguaggio: sembra ad esempio che certi gesti tra scimmie abbiano un significato (ad esempio accarezzare un filo d’erba sembrerebbe un modo di dire alla femmina: “vuoi venire a vedere la mia collezione di francobolli?”). Questo genere di comportamenti sembrerebbe (ma è difficile esserne sicuri) trasmesso per imitazione, cultura in altre parole. (Ok, potreste dirmi che si tratta di un linguaggio non parlato.)
 
È nato prima il linguaggio o la cultura? (Prima l’uovo o la gallina?).
Come succede di solito in questo genere di domanda circolare la risposta è evoluzione. Una certa struttura sociale (vivere in gruppo implica l’accettazione di alcune norme di massima) richiede la possibilità di comunicare. Sapendo comunicare si possono fare migliori accordi sociali, che spingono il linguaggio a evolvere, e così via.
È molto improbabile che l’evoluzione delle lingue (le differenze tra finnico e mandarino ad esempio) possano spiegarsi geneticamente (con le differenze tra genoma di un finlandese e un cinese, che esistono ma sono minime). Si tratta quindi probabilmente di un meccanismo diverso, ma ciò nondimeno evolutivo. Se una struttura linguistica persiste, deve esserci un buon motivo!
Richard Dawkins, nel suo libro “Selfish gene”, ha proposto di introdurre il concetto di meme.
L’idea di Dawkins è che un meme, un replicatore culturale (un’idea!), possa essere pensato come un ente che si interessa unicamente del proprio personale profitto. Così come una formica che scala un filo d’erba non risponde al proprio interesse, ma a quello di un piccolo verme, la douve, che controlla il suo cervello e la spinge verso luoghi pericolosi, sperando di essere mangiata da una mucca, allo stesso modo un’idea non dovrebbe servire per forza l’individuo che la porta.
È il meme egoista (ma un’idea non è cosciente! Certo, ma nemmeno un verme lo è).
Il meme è un brin di informazione, che viaggia attraverso degli ospiti, dei supporti.
Il meme solleva diversi problemi: difficile sapere se possa essere più di un’idea filosoficamente stimolante.
Alcuni esempi di propagazione di idee sono comunque notevoli: ad esempio, dall’uscita nelle sale di Bambi, il film di Walt Disney, il comportamento degli americani e le loro idee sulla caccia sono mutate in pochissimi anni. Oggi la sovrappopolazione di daini è un problema in molti stati dell’unione (quindi gli individui che trasportano l’idea non ne traggono beneficio).
 
Il meme per eccellenza individuato da Dawkins è la religione: Dennett ci ricorda che un “gene della religione” potrebbe benissimo esistere, ma che non è mai stato evidenziato. A chi beneficia il credo religioso? A un individuo? A un’élite? O a qualcun altro? (Un gene o un meme egoista?)
 
L’evoluzione dell’agire morale
(la coscienza è la voce interiore che ci avvisa che qualcuno potrebbe stare guardandoci. H.L. Mencken)
 
Come nasce (ammesso che esista) l’altruismo? L’agire morale per il bene del prossimo si oppone al principio di autoconservazione?
In principio, l’individuo (il gene) è egoista: pensa sempre e solo a se stesso. Tuttavia, in talune circostanze, cooperare può rivelarsi vincente. Ad esempio, unirsi ai propri vicini per seminare e raccogliere, potrebbe dare in media più cibo a ciascuno di noi. Certo, potremmo essere tentati di rubare al vicino: ma se fossimo scoperti saremmo esclusi dalla collaborazione l’anno prossimo. Una collaborazione onesta rischia di rivelarsi migliore, anche da un punto di vista soggettivo.
Tuttavia possiamo chiederci se questo modo di agire è davvero altruistico-Collaborare solo con un ristretto gruppo di individui solo nella misura in cui il mio beneficio in senso stretto aumenta: non è proprio ciò che chiameremmo altruismo!
Dennett propone di chiamare questa situazione benegoismo. Il benegoismo è una strategia stabile: si difende dai puri egoisti escludendoli, ma si difende anche dai puri altruisti, che con le loro tattiche permettono agli egoisti di proliferare. Il benegoismo è pensabile come un egoismo che pondera le proprie azioni: essere troppo egoista potrebbe finire per rivelarsi nocivo, ma essere troppo buono permette agli egoisti di trionfare!
 
Essere buono per sembrare buono, è la fase successiva di benegoismo. Avere una reputazione di “cooperatore” aumenterà le vostre chances di cooperare. Ma il modo migliore di “sembrare buono” potrebbe diventare “essere buono”. Se un comportamento benegoista si rivelasse vincente, potrebbe benissimo fissarsi nei geni (o nei memi) di una popolazione.
Ma perché “essere davvero buoni” potrebbe rivelarsi vincente rispetto a “sembrare buoni”?
Pensate alla domanda “preferisci un franco oggi, oppure uno e venti domani?”.
Solitamente il profitto immediato è preferibile; tuttavia un profitto maggiore domani, potrebbe globalmente essere vincente, nella concorrenza (la corsa agli armamenti) della sopravvivenza del migliore. Allora una predisposizione naturale a preferire una rendita domani, potrebbe essere la miglior soluzione.
Se “essere buoni” è una strategia redditizia a medio termine, allora “essere davvero buoni” potrebbe funzionare meglio che “sembrarlo soltanto”.
 
Avere dei sentimenti morali aiuta ad agire nel proprio interesse.
 
Attenti alle conclusioni…
 
Ecco un’esperienza interessante: Benjamin Libet ha chiesto a un certo numero di persone di sedersi, collegando elettrodi che captano l’attività del cervello (si può fare in modo non invasivo). In seguito veniva loro chiesto di sollevare il polso, in momenti casuali, secondo il loro preciso desiderio.
La trasmissione del segnale nervoso lungo il braccio, richiede circa 50 millisecondi. Il movimento del polso può essere monitorato da una fotocellula, il cui tempo di innesco è trascurabile.
Nel cervello si registra un picco (PPM potenziale di preparazione motrice), circa 800 millisecondi prima del movimento del polso.
Ammettendo che muovere il polso sia una scelta libera, Libet ha cercato di evidenziare il famoso tempo t in cui decidete coscientemente di muovere il polso. Per questo i soggetti dovevano guardare un orologio particolare, che effettua un giro del quadrante in 2.65 secondi, e comunicare dove si trovava la lancetta al momento della loro decisione.
La scoperta di Libet è che tra il picco PPM e il momento in cui i soggetti decidevano di avere coscienza di voler flettere il polso, trascorrono da 300 a 500 millisecondi (è un tempo enorme).
La conclusione di Libet è che l’agire è incosciente, e che la coscienza dell’atto interviene quando l’azione è già stata intrapresa.
 
Libet specifica attentamente che i soggetti non devono, ad esempio, decidere di piegare il polso quando la lancetta passa a ore undici, in tal caso l’esperienza non ha alcun valore. Devono scegliere un momento a caso, e quindi correlare con la posizione sul quadrante.
Ma l’ipotesi nascosta e criticabile di Libet è che suppone l’intersezione di due fenomeni:
-         la presa di coscienza della flessione del polso (cioè la comunicazione della decisione alla vostra coscienza)
-         la presa di coscienza del quadrante dell’orologio
 
Ora il tempo di percorso di un segnale lungo il nervo ottico, fino alla corteccia è circa 10 millisecondi, un tempo insufficiente rispetto ai 300 osservati. Ma la vostra coscienza si trova nella corteccia?
Per correlare le due decisioni, flettere il polso e leggere l’orologio, ci vuole tempo. Quanto tempo?
Ritraducendo il tutto:
  1. Potreste impiegare quei 300 millisecondi a far sì che il vostro io cosciente si sposti dalla presa di decisione (il potenziale PPM) al centro della visione, per potervi leggere l’ora
  2. Oppure: esiste un “centro comandi” a cui le informazioni del movimento del polso e  della visione devono arrivare. Niente garantisce che il centro comandi riceva le due informazioni da uguale “distanza neurale”, garantendo che siano simultanee.
 
Libet difende l’idea che l’io cosciente possa unicamente porre un veto alla decisione dell’io incosciente. Ma non è l’unica possibilità di lettura, e Dennett fornisce argomenti convincenti per sconfessarla.
Dennett evidenzia una soluzione alternativa: non esiste un “tempo t” in cui prendiamo una decisione.
 
Possiamo accorgerci che il nostro libero arbitrio deve essere sparso nel tempo, piuttosto che misurato a un istante preciso. Se i compiti assegnati […] sono distribuiti nello spazio e nel tempo cerebrale, l’agire morale deve esserlo parimenti. Non siete fuori gioco: siete in pieno dentro, formando un loop e non un punto senza estensione – ciò che fate e ciò che siete è incluso nella totalità degli avvenimenti che hanno luogo, e non potreste esserne separati! [Dennett pg. 268-269]
 
Alcuni autori hanno evidenziato come questa prospettiva equivalga a negare il riduzionismo e sia per molti aspetti legata alla filosofia del processo (Bergson, James, Whitehead)
 
Dennett conclude con due brevi capitoli sul rapporto tra libera scelta (ossia coscienza dell’essere libero) e morale.
Per Dennett è preferibile essere un agente responsabile e libero (la responsabilità essendo alla base del fatto di essere liberi) che rifiutare la responsabilità, ma rifiutare così anche la libertà che ne consegue.
Illustra in particolare un caso: l’esempio del condannato per pedofilia che scontata la pena accetta una terapia di inibizione del testosterone. La scelta equivale ad essere impotente (castrazione chimica), ma rende l’individuo completamente libero. Se prima il suo comportamento era solo in parte libero (vostro onore, non potevo resistere!) la terapia rende l’agente libero (in caso di recidiva la condanna sarà esemplare: oltre ogni possibile dubbio è colpevole). Allo stesso tempo il rifiuto della terapia rende comunque colpevole (vostro onore, non potevo resistere!). No, potevi scegliere una terapia capace di darti il libero arbitrio.
 
La scelta di applicare questa strategia è quindi in favore di una responsabilizzazione sociale (in favore del gruppo), ma è anche in favore dell’individuo. È sempre preferibile operare una scelta completamente libera. Nevvero?
 
La libertà ricorda in ultima istanza Dennett, si evolve e cambia, con l’evolvere della complessità (e della comprensione di sé) dell’individuo umano.
 
Bibliografia
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_life_di_Conway per capire meglio cos’è il gioco della vita
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Macchina_di_Turing per sapere cosa diavolo è una macchina di Turing (link alla macchina di Turing universale nel testo)
 
http://www.dm.unito.it/personalpages/cerruti/Az1/giocolife.html per giocare al gioco della vita (diverte e convince: da provare)
 
Per sapere cosa significa riduzionismo
 
l’articolo su Dennett e la filosofia del processo (Manzotti e Tagliasco)
 
http://ase.tufts.edu/cogstud/incbios/dennettd/dennettd.htm
per scoprire chi è Daniel Dennett
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Daniel Clement Dennett (Boston, 28 marzo 1942) è un filosofo della scienza statunitense, da sempre studioso del funzionamento della mente.
Daniel Dennett, “Théorie évolutionniste de la liberté”, Odile Jacob, Paris, novembre 2004.
Traduzione di Christian Cler. Traduzioni dal testo effettuate dal recensore. 
Prima edizione: “Freedom evolves”, 2003. 
Thomas Mueller. 8.2.2008
 



[1] un’affermazione che mi sento di sostenere per quanto concerne l’effettiva libertà di scelta, mentre devo dissentire per quanto concerne l’aspetto funzionale, l’efficacia
ISBN/EAN: 
9788870788778

Commenti

È un po' lunghetto. Lo spezzo in due?

Ciao Thomas: letto tutto, l'ultima parte l'ho trovata un po' più ostica della prima e di quella centrale (specificamente Libet, mi è chiaro fino ad un certo punto, poi mi perdo...).
Molto molto interessante e affascinante, davvero.
Non dividerei in due, altrimenti di perde il senso di insieme che ha una sua ragione.

Devo dire che di questi concetti forse ho letto distrattamente qua e là, ma il discorso sul determinismo così come lo hai presentato offre molti spunti di riflessione...

"Il mondo della vita è a tutti gli effetti evolutivo, ed è unicamente l?evoluzione, un meccanismo cieco e stupido e assolutamente deterministico nelle sue leggi chiave, a permettere la nascita della complessità."

Ma secondo te davvero questo spiega tutto?

La chiave, secondo la mia modesta opinione, sta nel combinare determinismo e non riduzionismo. Questa è davvero la tesi forte in Dennett.
Una struttura non deterministica non può evolvere verso la complessità. Ma la libertà d'azione non può spiegarsi se il tutto (la mente) è solo la somma delle parti.
Se invece si considera l'idea che la coscienza sia una proprietà che nasce dalla somma di neuroni (senza essere inclusa in alcuno di essi), allora abbiamo un sistema che funziona.
Il mondo della vita è evolutivo ma non è libero.

Io credo, come Dennett, che esista una sola sostanza, materiale. Cose come un'anima cartesiana, una sorta di spiritello che sceglie e cambia lo stato della tua mente, sono solo forme elaborate si superstizione.
UNa volta pensavamo che le molecole della vita fossero diverse da quelle inorganiche perché dotate di un magico "soffio vitale". Poi qualcuno sintetizzo l'urea in laboratorio e distrusse il mito.
Tuttavia la vita conserba un fascino particolare, che non è intaccato dal fatto che abbia un origine e una base di costruzione inorganica. Al contrario, trovo che l'assenza di magiche animule e sostanze cartesiane renda la sfida più affascinante ancora, se possibile.

Complimenti per la recensione, ho letto anche io il testo di Dennett come quello di Dawkins, so che non era semplice arrivare ad una sintesi del genere.

La cosa che mi sorprende però non è la posizione di Dennett, effettivamente matura (una definizione di determinismo efficace), ma lo scenario complessivo del dibattito. Ho l'impressione che i neoevoluzionisti spesso scoprano l'acqua calda e si entusiasmino tra loro per dibattiti che ai miei occhi sembrano superati da secoli (ancora parliamo di libero arbitrio e determinismo! a chi fa comodo questo?), convincendo il restante mondo accademico che siano temi di attualità. Lo psicologismo è un pericolo in scienza e in filosofia, questo lo so bene, ma non si può escludere un approccio prettamente "umano" e "culturale" per lo studio dell'evoluzione della complessità. Ma so anche che assegnare un posto speciale all'uomo nella scala biologica significa negare il paradigma neoevoluzionista: non ci rimane davvero alternativa? O grandi scimmie pensanti o anime cadute in terra? Che tristezza!

Non approderemo mai ad una conoscenza dell'uomo, del cervello, e della cultura matura se non ci sarà una integrazione di conoscenze. Per quanto ricca e matura non considero la posizione di Dennett non riduzionista (forse soffre della povertà dell'ambiente), per non parlare di Dawkins (che porta esempi fantastici, tra cui quello del cuculo che mi ha segnato) poi, che sfiora in alcuni casi il ridicolo (vd meme che mi sembra una forzatura, anche ingenua).

Non voglio parlare di Teatro cartesiano, anima o mente, anche il cervello è ancora un campo inesplorato. Che le leggi interne della natura generino il fenomeno intelligenza, condivido anche io, ma si parla ormai di un altro livello. Chi vuol fare l'etologo faccia l'etologo, all'uomo la propria scienza.

Intanto benevenuto/a nella sezione scienze (primo commento suppongo). Le mie scuse per la risposta tardiva: ero assente per ritiro di famiglia.
La posizione di Dennett è una forma possibile di olismo, vedi

www.consciousness.it/manzotti/publications/PDF/Manzotti%202006%20Sistemi...

anche se ovviamente siamo lontani dalle concezioni standard di olismo.
Perché ritieni che l'approccio di Dennett scarti un punto di vista culturale? Direi al contrario che ne è una pietra miliare; per altro il concetto di meme, che é effettivamente una forzatura, (Dennett ne difende l'aspetto interessante ma non l'intera concezione) è proprio un tentativo di integrare il problema ambiente in una descrizione evoluzionista.

Se dovessi criticare la posizione di Dennett direi che è un compromesso tra la volontà di salvare il libero arbitrio e il non rinunciare al determinismo, rischiando in diversi passaggi di risultare forzato. Innegabilmente si destreggia molto bene però, e alla fine ne esce un quadro convincente.
Non capisco esattamente dal tuo intervento cosa ti disturbi: il neodarwinismo? Il monismo?

Che Dennett (e Dennett come dicevo dal suo punto di vista ha fatto un buon lavoro, ce l'avevo più che altro con Dawkins) sia un'integrazionista è una delle cose che più mi preoccupa dei neodarwinisti, appunto perchè integra in un unico paradigma questioni che andrebbero affrontate con altri approcci. Il riduzionismo non è solo quello di chi vuole ridurre uno stato mentale alla configurazione neurale (questi riduzionisti al confronto sono innocui, tipo i connessionisti). Dire che è stata inclusa la variabile culturale/ambientale, per me, non è' sufficiente per non essere definiti riduzionisti (sembra un paradosso, ma per me esiste anche un riduzionismo integrazionista).

Cosa mi disturba: non trovo semplicemente interessanti i modelli cognitivi neodarwinisti (sono semplici, non c'è complessità psicologica, perchè di psiche parliamo), l'unico lavoro, che per altri motivi mi ha affascinato (sempre neodarwinista) è quello di Damasio in "L'errore di Cartesio", perchè almeno viene da un ambito clinico-sperimentale(giustifica quindi su questi piani le categorie che utilizza e le sue teorie), e non da modellizzazioni logiche con utilizzo di concetti ambigui come egoismo/altruismo, che nei termini in cui vengono descritti, per me non trovano fondamento d'essere.

E' la semplicità dei modelli , compreso quello di Kane, che mi lasciano perplesso, perchè oltre ad essere semplici sono anche molto arbitrari (chi l'ha detto che ci sono tre tipi di volontà? E che siano proprio quelle?). Tutto qui.

Ho capito.
Ma il mio riferimento al non riduzionismo in Dennett è legato ad un altro problema: Dennett rifuta di accettare il riduzionismo perché rifiuta la nozione di istante e di punto, sostituendoli con luogo e durata - un approccio quasi bergsoniano - e così facendo nega la possibilità di ridurre la mente a una descrizione meccanicistica.
Questo è interessante.

Il modello di Kane non lo conosco bene, non molto più di quanto si possa conoscerlo avendo letto Dennett (e qualche estratto di articoli). La semplicità di un modello non andrebbe presa in senso troppo stretto: quello che si cerca di ottenere è lo schema più semplice possibile in grado di dare le risposte volute (ad esempio una superprorietà) senza pretendere di decrivere la mente in senso lato.

"Se vogliamo capire quale può essere l?origine della coscienza, dobbiamo capire come a partire da tanti, diversi, piccoli robot, (le nostre cellule, ognuna perfettamente in grado di svolgere la propria funzione ma assolutamente incapaci di coscienza), detta coscienza possa svilupparsi."

e fino a qui siamo d'accordo

"Il problema chiave del libero arbitrio, in quanto concetto filosofico, è che per quanto fondamentali siano i problemi che lo concernono, non possiamo evitare di credere di essere fondamentalmente degli agenti liberi."

e qui cominciano i problemi. Si fa una frittata di scienza e filosofia e non sono sicuro che sia sempre lecito. Per esempio il concetto di libero arbitrio è stato introdotto gratuitamente. Esistono dimostrazioni a favore o contro l'esistenza del libero arbitrio?
A parte Libet, che presnta un'esprerienza putrida e viziata da un piano sperimentale catastrofico, non vedo nulla di scientifico se non integrazione gratuita di teoria che potrebbero essere scollegate... mah
Credo che il libero arbitrio si avvicini pericolosamente all'idea di Dio. Non si può né dimostrare né smentire sceintificamente. Quindi la scienza dovrebbe disinteressarsene.

"Non posso quindi affermare che la scelta del numero aleatorio sia stata necessaria (è sufficiente soltanto) alla sconfitta. In altre parole la relazione di causa effetto richiedendo una condizione sufficiente e necessaria, non posso affermare che la causa della vittoria di A sia stata quel maledetto numero aleatorio."

si sta parlando di partite a scacchi, ma non ho capito nulla di questo passaggio...

"Prendiamo l?esempio delle cellule della pelle delle mie dita: ad eccezione di qualche fortunato individuo che si duplicherà, la maggior parte di loro sono destinate a morire senza figli. La loro linea genetica è un vicolo cieco (si dice che sono cellule somatiche e non germinali).
Tutto si decide nelle fasi iniziali della vita. Un??intesa cordiale? può essere raggiunta, oppure un ?voto parlamentare? tra geni permette ad una maggioranza di imporre ai riottosi di uniformarsi al volere del gruppo. È sufficiente che il guadagno medio per individuo sia più elevato in una collaborazione, affinché questa sia vincente."

Non applichiamo gratuitamente concetti inappropriati. La cellula della pelle è imparentata al 100% con le cellule genitali. è selezione per parentela. morire per garantire alle cellule germinali di sopravvievere è una scelta valida e preferibile. le cellule somatiche sono egoisticamente altruiste verso cellule geneticamente identiche a loro.
Nessun bisogno di intesa o voti. Fra cloni ci si intende.

"Se capita che un singolo gene o individuo diventi capace di gudagnare di più nel ruolo di dissidente, potrebbe anche provarci. Il nostro corpo ha però sviluppato strategie di contenimento che distruggono i dissidenti potenziali. Questo abbassa il rendimento del ruolo di dissidente e ne fa una scelta evolutivamente svantaggiosa. In certi casi almeno."
molto giusto, molto giusto.

"Nessuno sostiene di solito che i geni rappresentino tutta la spiegazione possibile del divenire umano: tuttavia, pur riconoscendo che l?ambiente influenza il nostro futuro, in che misura il determinismo ambientale sarebbe meno definitivo, meno angosciante o meno restrittivo del determinismo genetico? Perché dovrebbe essere preferibile?"
musica per le mie orecchie...

"Richard Dawkins, nel suo libro ?Selfish gene?, ha proposto di introdurre il concetto di meme."
Nel peggior capitolo di un ottimo libro. personalmente ho avuto l'impressione Dowkins volesse evitare lo scontro frontale sulla questione dell'evoluzione umana. Il concetto è intrigante e probabilmente di una certa utilità.
Resto comunque dell'opinione che sia soprattutto un diversivo. La prima edizione è stata una vera bomba in campo evoluzionistico e Dawkins sapeva che sarebbe stato duramente attaccato dagli ortodossi. Parlare di evoluzione umana è sempre pericoloso ed avrebbe rischiato di deviare la discussione dalle argomentazioni prettamente tecniche su cui aveva una solida base di difesa.
Per chi non è abituato alle discussioni fra evoluzionisti è magri diffcile da capire... l'evoluzione è una teoria solidissima ma costantemente attaccata per motivi religiosi, ciò che ha reso gli evoluzionisti ortodossi diciamo... un pochino aggressivi...

"Il meme solleva diversi problemi: difficile sapere se possa essere più di un?idea filosoficamente stimolante.
Alcuni esempi di propagazione di idee sono comunque notevoli: ad esempio, dall?uscita nelle sale di Bambi, il film di Walt Disney, il comportamento degli americani e le loro idee sulla caccia sono mutate in pochissimi anni"
ciò ha portato ad un maggior successo del meme Bambi? no.

7> "non trovo semplicemente interessanti i modelli cognitivi neodarwinisti (sono semplici, non c?è complessità psicologica"

innanzi tutto i miei saluti e complimenti per le belle argomentazioni.
potresti espandere il concetto?
nella sua forma ridotta non è chiaro ad un povero biologo come me;)
cosa c'è che non va nei modelli neodarwinisti?

"non da modellizzazioni logiche con utilizzo di concetti ambigui come egoismo/altruismo, che nei termini in cui vengono descritti, per me non trovano fondamento d?essere."

uhm anche questo...
visto la piega del discorso cercherò di trovare Dawkins e recensirlo al più presto.. (thomas per te sarebbe un ottima lettura)

Saluti anche a te:)
Allora, la questione è complessa, ma permettimi una provocazione.

?Nessuno sostiene di solito che i geni rappresentino tutta la spiegazione possibile del divenire umano: tuttavia, pur riconoscendo che l?ambiente influenza il nostro futuro, in che misura il determinismo ambientale sarebbe meno definitivo, meno angosciante o meno restrittivo del determinismo genetico? Perché dovrebbe essere preferibile??

La risposta è tutta qui. Secondo me, che uso un approccio filosofico a queste questioni (non sia mai religioso), le conseguenze derivanti da questi due tipi di eventuale determinazione sono profondamente diverse. Trovo "semplice" questa provocazione. Ma so perfettamente che le mie argomentazioni per un neodarwinista sarebbero irrilevanti . In quella sottile distinzione per me c'è un mondo. Non avvertire tale differenza per me è mancanza di rigore, concettuale.

10> Provo a spiegare il concetto:
il problema della libertà è complesso, in quanto vizia ogni tuo possibile discorso. Prova con la logica
- il libero arbitrio esiste
- il libero arbitrio non esiste

se due, non è chiaro che significato possa avere una discussione, anche semplice. Non è chiaro su che base si difenda un argomento (difendere una posizione implica una scelta, che implica il léibero arbitrio), non è chiaro su che base si dibatte, viene meno tutta la struttura del pensiero e dell'analisi di problemi.
Se uno, allora entriamo nella parte interessante della discussione: che libero arbitrio? Fatto come? Con che restrizioni? Con che grado di libertà?

La scienza non si disinteressa del libero arbitrio, dal momento che esso è un ipotesi sine qua non, per qualsiasi dibattito, discussione o analisi.

Una posizione intransigente è (involontariamente) indicata da Dennett: un discorso articolato in termini di azioni, analisi, fatti (presupposto chiave: il libero arbitrio) potrebbe essere solo uno scivolmento semantico, dovuto al rapporto che intercorre tra ciò che osserviamo e noi, osservatori. Come nel mondo della vita, le cose succedono (o delle cose succedono alle caselle del mondo della vita), ma esso non fa assolutamente nulla. In compenso, nel momento in cui dopbbiamo descrivere ciò che accade, non possiamo evitare di scivolare semabticamente verso un linguaggio di tipo "azione" (un cannone produce un aliante).

Semplificazione significa, per me, definire un concetto (come quello di egoista o altruista) restringendo il campo semantico, utilizzarlo in esperimenti logico-matematici (valutazione della fitness altruista o egoista) e poi estenderli in ambiti diversi, lasciando però inalterata la ristretta definizione del concetto (semplificazione-generalizzazione si accompagnano sempre in queste teorie). A quel punto, secondo me, ha perso molto della sua referenzialità. L'ambito psicologico, quindi umano, per me porta ad un'estensione del concetto, derivante dal nuovo contesto. Il comportamento umano non è riducibile al binomio egoista/altruista in termini di fitness, semplicemente non è riducibile al binomio. Come faccio a dimostrartelo?

21> Dennett ti direbbe che se un certo comportamento non è darwinisticamente fit, allora non si spiega come mai è presente.

Puoi avere realizzazione multipla, cioé immaginare che un comportamento altruista, che è fit (condizione di esistenza necessaria) è anche altro. (In termini funzionalisti, la funzione altruismo coda per più effetti, uno dei quali è un risultato di fit darwinistico, un altro potrebbe essere quello che preferisci)

Ed è proprio li secondo me il problema di Dennett. Perchè non sa controllare la definizione "darwinisticamente fit" in quanto non è in grado di tradurre in termini fisiologici il comportamento suddetto. La sua è una posizione a-prioristica, quasi fideistica direi. Che significa in termini neurobiologici un comportamento altruistico-fit? Perchè è allora necessaria?
Se darwinisticamente fit, invece significa un generico "risultato dell'evoluzione", mi sembra un po' poco.

prima di aumentare la confusione:
definizione di fitness in evoluzione (semplificata):
si considerino i rappresentanti (discendenti) lasciati da un individuo alla generazione successiva. si aggiudichi al genitore che possiede un maggior numero di discendenti una fitness di 1. si aggiudichi a tutti gli altri un fitness inferiore a 1 e proporzionale.

ogni mutazione che tende ad aumentare il fitness è ecoluzionisticamente favorita e quindi è fit.

23>Da cui (Dawkins). un qualunque gene che avesse come effetto (diretto o indiretto) una maggior propensione all'egoismo o all'altruismo, avrà anche un fitness calcolabile.
in termini neurobiologici può essere qualunque cosa. una proteina di membrana, un fattore di transcrizione. non è importante purché, per dirla alla Dawkins, il fenotipom esteso, sia un aumento della propensione verso un determinato comportamento.
la semplificazione mi sembra giustificata.

poi Dawkins teneva a sottolineare come il livello di selezione sia il gene e l'orghanismo non sia null'altro che una comunità di geni egoisti.

21> posizione interessante. credo ci sia un problema di comunicazione. in natura sono pochi i caratteri che possono essere recondotti ad un binomio.
Prendiamo un esempio come l'altezza nell'uomo o la lunghezza della coda del pavone. gli uomini non sono o alti o bassi. come le code non sono o corte o lunghe.
se volessimo sapere se l'altezza ha un'influenza sul fitness potremmo procedere come segue.
detrminare il fitness di un campione di individui e testare se altezza e fitness sono legati (correlazione). piccolo problema. uno studio di covarianza necessita un campione enorme.
scorciatoia. scelgo un piccolo campioni di uomini decisamente alti e uno di uomini decisamente piccoli. ho ridotto ad un binomio. testo se fra i due esiste una differenza in termini di fitness. solo in caso affermativo mi sobbarco il compito dello studio correlativo.
nota bene la dimostrazione causa-effetto necessiterebbe un protocollo del tipo:
scelgo a caso 100 esseri umani. questi vengono ripartiti a caso in due categorie: alti e bassi. sego le gambe a tutti. le modifico in modo che gli alti abbiano un altezza superiore a 190cm e i bassi inferiore a 160cm. controllo il fitness.
forse un pochino disumano.

morale della favola. si riduce a categorie per necessità pratiche di ordine scientifico (e statistico ed economico). non si pretende che sia una descrizione accurata della realtà. solo un onesto modello su cui COMINCIARE a lavorare.

Non ne usciamo. Mi riferivo a Dennett, alla sua operazione di trasferimento del concetto (che hai fatto bene a precisare) per cui all'ambito del comportamento umano, per me è urgente una dimostrazione di come darwinisticamente il cervello umano si è evoluto fino a livello "libero arbitrio", personalmente non penso sia neutrale il fattore deterministico gene egoista rispetto a quello dispositivo decisionale egoista. Come faccio a paragonare la maggiore propensione di un gene con quella di un individuo? Che si dia per lo meno una descrizione neurobiologica.

26. Condivido pienamente.

27> premetto che di Dennet conosco poco. Attenendomi al tuo commento posso aggiungere:
- non è possibile dimostrare che l'io cosciente sia Darwinisticamente favorito. Benché quelle di Darwin siano leggi e non teorie, l'emergere di caratteri quali l'autocoscienza (necessaria la libero arbitrio) richiede milioni di anni. periodo di tempo non gestibile in un protocollo sperimentale, condizione sine qua non per una dimostrazione scientifica,
- dato che le leggi di Darwin sono dimostrate (su periodi più previ) si possono avanzare congetture, che possono a loro volta essere corroborate da prove indiziarie, sul significato evolutivo dell'emergenza di tratti complessi.
- è provato che l'abolizione del libero arbitrio inibisce il fitness (una lobotomia generalmente non è considerata sexy).
- base geneticsa è indubbiamente necessaria all'emergere del libero arbitrio (disturbi genetici possono abolirlo). quindi una componente genetica esiste.
- il gene è egoista, questo ê un fatto dimostrabile.

che altro serve?

Concordo. Ho dubbi solo sull'ultimo punto. La dimostrazione di Dawkins è ineccepibile (ha anche un suo fascino, fino a che non tira fuori il meme), ma non so se accettarla come valida. La genetica è ancora giovane come scienza, poi rispetto alla pubblicazione del testo (al contesto dell'epoca) mi sembra veramente prematura come conclusione, anche se è il fattore che l'ha reso celebre.
Comunque confermo che è ineccepibile, ma ho ancora qualche dubbio.

Sai perchè oltre a trovarlo assurdo, proprio non mi piace (dal punto di vista etico) il meme, ma in generale l'applicazione dell'ipotesi del gene egoista all'individuo? Perchè ha come sfondo l'idea che l'uomo a livello cosciente debba instaurare una sorte di lotta contro la sua stessa natura. Ed è ormai diffusissima questa visione, vedi Hauser e le sue 4 morali innate. L'idea che naturalmente siamo delle teste di c.... Non ci credo e non mi piace. Ho fatto il riduzionista, lo ammetto.:)

lasciamo perdere il meme. il meme è ascientifico, mai dimostrato e di scarso interesse in biologia.
parliamo del gene (definizione Dawkins).
La biologia offre molteplici dimostrazioni di geni che agiscono contro l'individuo. intere specie si sono estinte a causa di geni egoisti. il 20% del genoma umano è composto da transposoni, cioè geni egoisti e anti-individuo.
Non è corretto invece concludere biologicamente che un individuo risenta della natura dei suoi geni. In primo luogo la maggior parte dei geni sono egoisticamente altruisti (ovvero collaborano perché questa è l'opzione che garantisce loro il massimo successo). noi siamo quindi la somma di geni che hanno optato per l'altruismo.
in secondo luogo, cosa più importante il tutto è più della somma delle sue parti.
esempio debile. I raggi di una ruota di bicicletta sono estremamente fragili, ma una ruota può portare diverse centinaia di chili. Ovviamente il tutto è anche la somma delle componenti. ammettere che il gene è egoista, non significa ammettere che l'uomo sia necessariamente tale. Dawkins d'altronde lo ribadisce più volte. Non si faccia mai la morale a partire dai geni.

p.s. io sono un biologo e genetista. non è mia intenzione evitare il confronto su temi più strettamente filosofici ma non oso spingermi in luoghi in cui il buio della mia ignoranza è troppo fitto. Hauser per me è un nome nuovo. Se ha provato a fare una morale dalla biologia però sono curioso di leggerlo. Ho l'impressione che abbia capito poco...

:-)

;)