Dennett Daniel C.

L’idea pericolosa di Darwin

Autore: 
Dennett Daniel C.

Daniel Dennett, in questo libro datato 1996, si cimenta nell’impresa di spiegare l’idea pericolosa di Darwin, la teoria dell’evoluzione; non si limita a cimentarsi con gli aspetti scientifici della teoria. L’intento è anche tracciare un bilancio filosofico, capire cosa cambia nella nostra concezione della natura, una volta compresa la teoria, e in quale misura l’idea sia davvero pericolosa.

Dennett comincia con un capitolo storico: prima di Darwin l’immagine teleologica, (l’universo possiede uno scopo), era certamente la più in voga, e probabilmente uno dei migliori argomenti della religione naturale, i tentativi di fornire alla religione un supporto razionale o scientifico. Alcuni pensatori illustri (Hume e Locke ad esempio), avevano già sviscerato i difetti e le difficoltà nascoste in simili argomenti ; tuttavia in assenza di fatti a sostegno di una qualsiasi ipotesi alternativa, l’ipotesi teleologica restava la migliore (oltre che l’unica) sul mercato.
 
 
Nella sua opera principale L’origine delle specie, Darwin spiega qualcosa di ben diverso rispetto al titolo fornito. In effetti, non parla affatto dell’origine delle specie, per farlo avrebbe dovuto conoscere la genetica, bensì della selezione naturale :
 
La conservazione delle differenze e variazioni individuali favorevoli e la distruzione di quelle nocive sono state da me chiamate "selezione naturale"
Darwin, pg. 147
 
Manca a Darwin una comprensione dell’origine della diversità: quello che invece riesce a fare in modo convincente è spiegare come, da un campione di individui diversi, possano evolvere specie diverse. La selezione naturale, il fatto che in presenza di risorse limitate solo i più adatti sopravvivono, permette di spiegare il fatto storico dell’evoluzione. L’evoluzione delle specie fu osservata da Darwin con notevole perizia, rendendo la selezione naturale la migliore ipotesi disponibile.
A Darwin mancava però la comprensione dell’ereditarietà dei caratteri, e soprattutto dell’origine della diversità.
 
Dennett propone di formulare la selezione naturale in termini algoritmici, allo scopo di evitare il modello deduttivo-nomologico tipico della spiegazione scientifica (in fisica ad esempio). Il modello DN parte da una o più “leggi di natura” e spiega un fenomeno osservato derivandolo logicamente dalla/le leggi.
Se invece pensiamo all’evoluzione come un algoritmo, tutto quello che occorre, sono le tappe che questo algoritmo deve implementare
i)              diversità
ii)             ii) selezione del migliore.
 
 
La deriva genetica è la seconda « forza » insieme alla selezione, che caratterizza l’evoluzione. Si tratta semplicemente dell’apparizione di errori nel codice genetico, che in assenza di conseguenze sufficientemente gravi (un chiaro vantaggio o un chiaro svantaggio selettivo) si accumulano, facendo divergere tra loro individui che provengono da uno stesso antenato. La deriva è una sopravvivenza dovuta al caso, invece che alla selezione; il suo effetto si nota quando la pressione di selezione è debole o inesistente.
Dennett usa una brillante metafora filologica : i testi platonici. Abbiamo a disposizione numerose trascrizioni di testi platonici, spesso decisamente diverse tra loro. La causa può essere dovuta a semplici errori tipografici, ma anche all’incapacità dello scriba di capire certi fonemi, o a un furbo filosofo che ha inserito un’opinione propria in mezzo a quelle del suo celebre predecessore.
Lo studio della filologia permette di ricreare la storia dei manoscritti: certi errori corrispondono ad esempio a certe regioni (che avendo una lingua o un dialetto particolare tendono a produrre errori determinati). Certi inserti non combaciano con le idée di Platone, ma sono in linea con quelle di qualche pensatore di un periodo storico identificabile. Allo stesso modo, la deriva genetica permette di indovinare quando e come certi errori di copia hanno avuto luogo.
 
 
La teoria evolutiva è graziosa, ma manca drammaticamente di una spiegazione : come è cominciata tutta la storia ? Deve esserci stato un primo agente in grado di replicarsi, un primo battere o alga (o qualcosa del genere). Purtroppo creare dal nulla un battere, semplicemente per caso, è molto, molto improbabile.
Dennett si permette qualche speculazione « informata » sul problema degli inizi della vita ; uno dei modelli cui accenna, é l’idea che la prima « forma di pre-vita » siano stati dei cristalli (in fondo dice Dennett, i virus sono delle specie di grossi cristalli ; quello che cerchiamo è un pre-virus autonomo, uno che non sia parassita di nulla). Cristalli di argilla per la precisione.
Questi cristalli di argilla, che Dennett battezza « macro » per analogia con le « macro » di un computer, sono in grado di duplicarsi e poco altro. Sono però un primo candidato per cercare un meccanismo auto-replicante.
 
 
La biologia è ingegneria scrive Dennett; non è soltanto stoccaggio di dati nel codice genetico, ma anche lettura dei dati. La lettura (e il lettore) sono essenziali almeno quanto il libro. Dennett annota che se è comodo affermare che il sapere è contenuto nei libri della biblioteca, è ovvio che non esiste nessun sapere senza dei lettori che visitino la biblioteca. Allo stesso modo, l’ADN ha dei lettori e delle condizioni di lettura che ne determinano il significato.
Non c’é autocoscienza o significato negli elementi base del codice. Ogni creatura complessa è costituita di tante entità semplici e si è evoluta a partire da una qualche (primogenita e primitiva) entità semplice. L’evoluzione dell’intelligenza artificiale è una buona metafora ; negli anni sessanta, Samuel, un ricercatore in intelligenza artificiale, riuscì a costruire un programma in gradi di batterlo al gioco di dama (e a battere in seguito un grande campione di dama).
L’idea dietro il programma era semplicemente « impara dai tuoi errori ». Giocando sempre più partite, il programma riusciva a valutare i propri difetti e a cambiare il proprio gioco. Si adattava.
 
Ovviamente nel programma non c’era nulla di più delle linee di codice binario che corrispondono a qualsiasi informazioni computerizzata.
Allo stesso modo un organismo complesso (un cane, una séquoia, noi) non contiene niente di più di una « macro », nel senso definito sopra. Naturalmente contiene molte « macro », ognuna perfettamente adattata a fare il suo lavoro. Allo stesso modo il programma di Samuel non contiene niente di più che delle istruzioni in codice binario.
 
Spesso viene fatto notare agli evoluzionisti che manca un tassello della spiegazione : l’evoluzione non ci dice perché « noi » siamo qui, ma soltanto perché « qualcuno è qui ». Il problema è semplicemente quello di un torneo di « testa o croce », in cui giocano molti (ma davvero molti) giocatori. Immaginiamo di organizzarne uno per tutte le persone del pianeta. Ad ogni partita i vincitori sono abbinati per coppie, rigiocano, eliminano la metà dei restanti, rigiocano…
Servono 33 partite a testa o croce (la prima giocata da otto miliardi di persone, la seconda da quattro, la terza da due…) per trovare il campione del mondo di testa o croce. Chiunque vinca avrà la sensazione di essere incredibilmente bravo in questo gioco, incredibilmente dotato, e che ci debba essere un particolare motivo per cui proprio lui, e non uno qualsiasi degli altri giocatori,ha vinto ben 33 partite di fila a testa o croce. Naturalmente non c’é nessun motivo ; allo stesso tempo, un simile torneo deve avere per forza un vincitore. Con l’evoluzione succede in parte la stessa cosa ; qualcuno vince sempre (anche se oltre al caso interviene la selezione naturale). Perché proprio noi? Perché dei mammiferi e non dei rettili, degli uccelli, dei polipi macrocefali centimani? Perché qualcuno doveva vincere. Se avessero vinto i polipi macrocefali centimani si starebbero facendo la stessa domanda. (accessoriamente ci sono parecchi uccelli e rettili che hanno vinto, ma con una nicchia ecologica diversa).
 
 
Una critica (seria) che è possibile rivolgere all’evoluzione, è quella contro i modelli adattativi. Quando qualcuno ci chiede come mai abbiamo una palpebra, è davvero scontato, quasi triviale, rispondere che la palpebra si è evoluta per proteggere l’occhio. È una bella storia, ma il suo essere scontata la rende anche difficile da dimostrare.
Ad esempio, sbattiamo gli occhi per circa 50 millisecondi, in media una volta al secondo (questo dato è citato da pagina 282, e cita a sua volta (Williams, 1992), ma sembra essere errato). Significa che siamo ciechi per il 5% del tempo; ci sono diverse cosucce che possono succedere in 50 millisecondi, come il lancio di una pietra o di un giavellotto. Non sarebbe stato meglio sbattere un occhio per volta ? Non è ragionevole pensare che questo carattere avrebbe dovuto essere selezionato ? Visto che non è così, abbiamo tendenza a spiegare il tutto come una difficoltà di costo : un meccanismo in grado di alternare la chiusura degli occhi è probabilmente troppo costoso, o troppo complesso.
Questa però è una spiegazione che comincia ad avere un gusto antiscientifico: la spiegazione adattativa, si piega con troppa facilità a qualsiasi scenario, e lascia spesso molto a desiderare da un punto di visto del rigore scientifico, e anche da quello della dimostrabilità.
Dennett insiste sul fatto che la spiegazione adattativa è comunque troppo bella, troppo comoda, per rinunciarvi completamente. Allo stesso tempo rischia di farci fare degli scivoloni; Dennett si dilunga su due casi interessanti:
-       La migrazione delle tartarughe tra Africa e America (un comportamento iniziato quando i continenti erano vicini, e evolutosi con la loro separazione, di un paio di centimetri per anno). Questo comportamento adattativo è ormai screditato.
-       La differenza tra scimmia e uomo, spiegata come un parziale riavvicinamento dell’uomo all’acqua (niente peli, costante bisogno di sale, postura eretta, lacrimazione). Dennett manifesta simpatia per questa idea, sottolineando però che gode di poco credito tra gli scienziati, ed è decisamente difficile, se non impossibile, da dimostrare.
Sostanzialmente, la spiegazione adattativa è l’unico candidato in grado di spiegare il “perché” di certi tratti. Dennett difende come valida la spiegazione adattativa, ma fornisce comunque una lista di precauzioni:
1.   Non usare spiegazioni adattative se si dispone di una spiegazione a un livello inferiore.
2.   Non usare la spiegazione adattativa quando un certo tratto è il prodotto di una necessità generale dello sviluppo (per esempio non serve una spiegazione adattativa per spiegare perché le membra sono presenti per coppie).
3.   Non usare una spiegazione adattativa per tratti che sono i sottoprodotti di altri tratti.
 
 
Dennett dedica un capitolo, piuttosto breve, alle controversie in evoluzione : si occupa cioè di quelle proposte che hanno contestato un punto minore o maggiore dell’evoluzione. Ne elenca due inoffensive, e due invece decisamente serie.
 
La panspermia e le origini multiple della vita sono idee inoffensive per il darwinismo.
La panspermia è un’idea (un po’ campata per aria) di Fred Hoyle: Hoyle propose che la vita non si fosse sviluppata sulla terra, bensì su comete o meteoriti, e avesse quindi origini extraterrestri. Non è chiarissimo il motivo per cui Hoyle pensasse che questa dovesse essere una novità interessante, e nemmeno cosa possa portare a sostegno della sua ipotesi. Dennett si limita a indicare che anche se fosse vero, il fatto non cambierebbe di una virgola la descrizione canonica della teoria dell’evoluzione.
Le origini multiple della vita, è un’ipotesi più interessante, anche se assolutamente non corroborata da fatti sperimentali: si tratta dell’idea che la vita si sia sviluppata (a livello - ad esempio – di batteri) più di una volta, estinguendosi poi e ricominciando come prima. Questo dibattito si articola intorno al tempo presunto che occorre perché dei proto-batteri si evolvano in strutture più complesse. Se il tempo è più corto di quello che separa il primo “fossile” di battere dal primo “fossile” di non battere, allora la teoria acquisisce una certa plausibilità. Purtroppo mancano dati, e i fossili di batteri non sono proprio merce corrente; anche se l’ipotesi fosse corretta, non cambia in nulla la sostanza della teoria evolutiva.
Le eresie “pericolose”, quelle cioè che discrediterebbero, se corrette, i paradigmi evolutivi, sono il Lamarckismo “duro” e l’idea dell’evoluzione di de Chardin.
Il Lamarckismo duro, prevede che un individuo sia in grado di trasmettere i caratteri acquisiti in vita alla propria progenie per via genetica. Questa sarebbe una vera sconfitta per la teoria evolutiva, ma è sconfessata dall’esperienza (esiste la via epigenetica, che Dennett menziona in modo indiretto).
L’idea di Teilhard de Chardin è quella di uno “scopo”, nell’evoluzione e di una nozione di “progresso” nel percorso evolutivo. Entrambe le idee sono in ovvia contraddizione con il concetto di evoluzione come processo algoritmico, e assolutamente sconfessate dall’osservazione.
 
Un’ultima proposta è quella della “mutazione diretta”: l’idea che un individuo possa sviluppare un meccanismo genetico che sbilancia l’accumulo di mutazioni in un settore che gli è favorevole; anche se non esiste nessuna prova di un tale meccanismo, non è nemmeno possibile escluderlo “per principio”, e le sue implicazioni non sono chiarissime.
 
 
Dennett conclude con una serie di capitoli dedicati alla storia recente delle controversie in evoluzione (Gould&Lewontin, E.O. Wilson) sia per quel che riguarda gli « eccessi », sia per quel concerne le « eresie ». Si dilunga anche sulla questione laterale della sociobiologia e dell’intelligenza artificiale, con un capitolo dedicato a Penrose, uno a Skinner, e alcune riflessioni a ruota libera su tematiche legate alle questioni già menzionate.
 
Il libro si chiude con una serie di interrogazioni di gusto più politico, in particolare sul ruolo dell’evoluzione nella comparsa di un senso morale, dell’etica, di forme di altruismo. Dennett condensa bene il quesito nella formula « da essere a dovere » (da ciò che si è a ciò che si deve fare), interrogandosi sul ruolo che la teoria dell’evoluzione può avere nell’aiutarci a capire certe questioni. Ha una posizione decisamente moderata, anche se si concede qualche battuta per filosofi e qualche frecciatina.
 
Il libro è complessivamente ben scritto, anche se non al livello di Freedom evolves. Dennett è un autore serio e preciso, ma decisamente prolisso. Si dilunga in meandri infiniti, e si perde in discussioni che partono in tutte le direzioni ; parla troppo. No, dico sul serio ; Dennett parla troppo.
 
Lettura consigliata a chi ha tempo e curiosità da spendere, magari con una propensione per la filosofia.
 
 


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Daniel Clement Dennett (Marzo 1942 – vivente), filosofo statunitense.
Daniel Clement Dennett, “Darwin est-il dangereux ?”, Odile Jacob, Paris, 2000.
Traduzione di Pascal Engel. Prefazione di Daniel C. Dennet. 
Prima edizione: “Darwin’s dangerous idea. Evolution and the meaning of life”, Simon&Schuster, 1995. 
Approfondimento in rete:
http://en.wikipedia.org/wiki/Darwin’s_Dangerous_Idea
 
Thomas Mueller per lankelot. 21.05.2010
ISBN/EAN: 
978-2738107244

Commenti

[Dennett] Visto che bravo?

[Dennett] Visto che bravo? (Applausi...). Ho impaginato (quasi) in ordine. Buona lettura.

[dennett] davvero molto bene,

[dennett] davvero molto bene, thomas:)

[dennett] l'articolo, in ogni

[dennett] l'articolo, in ogni caso, è di sicuro interesse e grande chiarezza. Immagino sia il genere di pubblicazione che manda in fissa Arpa e Mat, da queste parti. Contributo di grande fascino soprattutto in considerazione del clima politico-culturale odierno, e delle costanti critiche all'evoluzionismo.

[Dennett] Dennett resta uno

[Dennett] Dennett resta uno dei miei filosofi preferiti, anche se il suo ultimo libro è decisamente un livello più alto del resto della sua produzione.

Immagino possa ineteressare a Leon e Gens Emiliana

darwin

“A Darwin mancava però la comprensione dell’ereditarietà dei caratteri, e soprattutto dell’origine della diversità.”

del meccanismo dell'eredità sì, del concetto di eredità no. È una delle chiavi della teoria evolutiva, altrimenti non sarebbe potuta esistere la selezione. I figli devono assomigliare ai genitori.

 

“servono 33 partite a testa o croce (la prima giocata da otto miliardi di persone, la seconda da quattro, la terza da due…) per trovare il campione del mondo di testa o croce.”

vince un napoletano. Io non so come, ma lui sì

 

“Dennett si permette qualche speculazione « informata » sul problema degli inizi della vita ; uno dei modelli cui accenna, é l’idea che la prima « forma di pre-vita » siano stati dei cristalli “

Idea di moda ad inizio anni '90. per quello che vale oggi si propende più per degli RNA liberi. Possono avere funzioni catalitiche e talvolta replicarsi. Male, ma meglio che niente. L'idea dei cristalli è abbastanza screditata. Il top di quando è stato scritto il libro, comunque.

 

“Quando qualcuno ci chiede come mai abbiamo una palpebra, è davvero scontato, quasi triviale, rispondere che la palpebra si è evoluta per proteggere l’occhio.”

attenzione. Nel caso si riuscisse a trovare individui senza palpebre e a dimostrare che le loro possibilità di sopravvivenza sono più basse, si ritorna all'interno della buona scenza, l'ipotesi ha una conferma sperimentale e tutto va bene.

 

“Il Lamarckismo duro, prevede che un individuo sia in grado di trasmettere i caratteri acquisiti in vita alla propria progenie per via genetica. Questa sarebbe una vera sconfitta per la teoria evolutiva, ma è sconfessata dall’esperienza (esiste la via epigenetica, che Dennett menziona in modo indiretto).”

anche in modo indiretto sarebbe notevole. L'epigenetica nel '96 era grossomodo sconosciuta, salvo per le paramutazioni nel mais e poco altro.

 

 

“Un’ultima proposta è quella della “mutazione diretta”: l’idea che un individuo possa sviluppare un meccanismo genetico che sbilancia l’accumulo di mutazioni in un settore che gli è favorevole; anche se non esiste nessuna prova di un tale meccanismo, non è nemmeno possibile escluderlo “per principio”, e le sue implicazioni non sono chiarissime.”

esistono dei ceppi di batteri d'opedale che hanno perso la funzione “cerrettrice” della DNA polimerasi, l'enzima che replica il DNA. Questo li rende circa 1000 volte più soggetti ad accumulare mutazioni. Il che sarebbe una catastrofe altrove ma non in un ospedale dove ogni mese tentano un antibiotico diverso. Se effettivamente una creaura potesse modificare le mutazioni a piacimento, si rientrerebbe in un lamarkismo di secondo grado, se mi si passa l'espressione. Mai trovato nulla di simile, comunque.

"attenzione. Nel caso si

"attenzione. Nel caso si riuscisse a trovare individui senza palpebre e a dimostrare che le loro possibilità di sopravvivenza sono più basse, si ritorna all'interno della buona scenza, l'ipotesi ha una conferma sperimentale e tutto va bene."

 

Si ovvio; però che reali possibilità ci sono? Come si potrebbe realmente effettuare una esperienza del genere? Bisognerebbe ricreare l'individuo senza palpebre, ma anche l'ambiente naturale in cui è vissuto (altrimenti potremmo rispondere che nel suo ambiente, essere senza palpebre è fit), e ovviamente questo è empiricamente inimmaginabile. Ecco perché la spiegazione adattativa è poco scientifica: richiede una petizione di principio su esperienze non conducibili. Poi, peggio che mai, se dovessimo trovare una popolazione di ominidi senza palpebre, qualcuno proporrebbe un meccanismo (selezione sessuale: le loro donne li preferiscono così, oppure deriva genetica, o un meccanismo di trasporto di geni, i senza palpebre hanno un gene per la sopravvivenza a una malattia locale incollato a quello delle palpebre). Qualsiasi osssrvazione è accomodabile se si accetta una descrizione adattativa.

In discussione non è la

In discussione non è la teoria evolutiva, ma la spiegazione adattativa, ovviamente

prendi 100 topi con delle

prendi 100 topi con delle gabbie, asporti le palpebre a 50 e a 50 no (le asporti e le reincolli se vuoi essere pulito).

li rilasci in natura. osservi che il topo nsenza palpebre crepa prima.

possibilità 2. trovi un topo mutante senza palpebre. come prima.

possibilità 3. trovi un uomo mutante senza palpebre. segui la sua storia clinica.

eccetra.

 

Se i topi senza palpebre

Se i topi senza palpebre muiono prima, questo significa che nell'ambiente attuale dei topi, avere le palpebre è fit, non che al tempo in cui la palpebra si è evoluta, avere la palpebra era fit. Mi pare diverso.

fondamentalmente corretto.

fondamentalmente corretto. risponde comunque alla domanda perché i topi hanno le palpebre (perché le mantengono).

Inoltre mi sembra un'onesta appossimazione ammettere che, se i dati paleontologici lo confermano, verosimilmente i topi le hanno evolute per la stessa ragione.

esempio per le palpebre. difase dal vento. credo esistesse già quando le palpebre si sono evolute.

 

oneste approssimazioni. sennò in fisica per corroborare il moto dei pianeti bisognerebbe costruire un sistema solare in laboratorio.

Non proprio, Mat. In fisica è

Non proprio, Mat. In fisica è possibile isolare un fenomeno da osservare; invece ha poco senso isolare dei topi per guardare un meccanismo adattativo, perché l'ambiente è fondamentale per il fenomeno adattativo, mentre è al più un rumore di fondo per i fenomeni fisici.
È questo che crea difficoltà insormontabili.

Il moto dei pianeti è "spiegato" dalla legge di gravità: la stessa legge ha emanazioni testabili in scala laboratorio. Le spiegazioni adattative non sono leggi e non sono formulate come leggi. Non esiste un principio dattativo generale (ma allo stesso tempo restrittivo, che spieghi molti fenomeni, ma che metta chiari limiti che permettano di confutarlo) per le spiegazioni adattative.

mischi. mischi i principi

mischi. mischi i principi generali  con i particolari. 2 corpi si attraggono è generale. date le coordinate x,y,z e la velocità v il corpo accelererà di è particolare. i principi generali dell'adattazione sono noti, i particolari... a volte si riesce a tirarli fuori caso per caso. non a causa di una debolezza della teoria, ma a causa della complessità del sistema studiato.

l'adattazione è il principio generale. le modalità dell'adattazione sono una risposta adattativa all'ambiente. ovviamente. così come l'attrazione tra i corpi è il principio della gravitazione.

chiedere se un corpo devierà andrà a destra o a sinistra in fisica... beh dipende dall'ambiente. lostesso in biologia. ciò che sai per certo è che si adatterà all'ambiente. e quando si sudia un fenomeno lo si fa isolandolo in laboratorio. sempre. in fisica come in biologia.

esiste quindi dunque un principio adattativo universale, che consite dunque nell'adattazione. sul restrittivo... non esitono cose vive che non evolvono. la confutazione classica non è possibile. (come fai a confutare la gravità? esistono cose non attratte dalla gravità?). la selezione è per altro facilmete testabile, purché il modello di riferimento sia semplice. o pochi organismi semplici (2-3 ceppi di batteri in un bicchiere) o singole caratteristiche di un animale complesso (le palpebre). tutto ciò è testabile in laboratorio. è sufficiente per la teoria anche senza una cavolo di equazione generale.

rimane il fatto che l'unità di misura dell'adattazione è lacunosa.