Oltre l’infanzia, il sesso, i complessi: l’inconscio collettivo.
Questo compendio si porterà dietro tutte le perplessità della categoria cui appartiene. Come si pretende di “conoscere” Jung attraverso un libricino di 130 pagine? Lo psichiatra svizzero era, in effetti, molto fertile tanto di ingegno quanto di penna: la sua produzione consiste in migliaia e migliaia di pagine diversificate tra appunti clinici e veri e propri saggi divulgativi. Con Jung la scienza psicologica estende i suoi confini e, per molti, sconfina nella filosofia se non nella religione. Se abbiamo il tempo di aspettare solo qualche pagina di questa efficace sintesi di Bennet scopriamo non solo che l’autore scrisse anche C.G. Jung, testo approvato da Jung stesso, ma che il suo scritto, chiaro e profondo, scorre via con imprevista facilità. Con il rischio che l’ostinazione dei miei propositi possa apparire ossessione, insisto sulla difficoltà e allo stesso tempo importanza, di divulgare ciò che è ritenuto da specialisti od inarrivabili eruditi. Fedele scudiero di Gaarder, voto per l’abbattimento di ogni recinto intellettuale e confido nella possibilità, forse utopica, di alzare il livello della comunicazione mediatica. Questo testo di Bennet, a mio avviso si intende, persegue e ottiene questo obiettivo: ossia l’accessibilità e fruibilità della ricerca di una mente rara e sapiente, quale è stata quella di Jung.
Come tutte le scienze neonate la psicanalisi gravitava nettamente intorno alla figura emblematica e stolida del suo creatore Sigmund Freud. Dobbiamo a Carl Gustav Jung la prima emancipazione del feto dal grembo materno, la capacità, pur conservando stima sincera per l’affermato collega, di proporre teorie alternative ad alcune delle categoriche assunzioni freudiane.
I due collaborarono a distanza, per circa sei anni, attraverso un fitto carteggio tra Zurigo e Vienna. Jung rimproverava a Freud l’importanza, a suo modo di vedere esagerata, che questi attribuiva alla sessualità infantile. Nel quadro di un’analisi generale del loro rapporto, fu proprio questo l’elemento principe del loro disaccordo. Quello che Jung interpretava come prodotto spirituale, nel senso intellettuale del termine, per Freud risultava essere sempre sessualità repressa. Per l’austriaco nessun opera d’arte sfuggiva a questa assunzione.
In una lettera a Jung, questo convincimento assume la forma dell’ossessione: «Mio caro Jung, prometti di non abbandonare mai la teoria della sessualità, è la cosa più importante di tutte, dobbiamo farne un dogma, un baluardo incrollabile». Ma Gustav Jung non era per le lotte di religione, faceva del dubbio e della sperimentazione continua la sua unica fede, un atteggiamento che non poteva che portare il suo rapporto con Freud ad un epilogo negativo. «Il senso comune – scriveva lo svizzero - tornerà sempre al fatto che la sessualità è soltanto uno degli istinti biologici, soltanto una delle funzioni psicofisiologiche, benché senza dubbio molto importante e di grandissima portata». Il disaccordo tra i due studiosi si spostò poi anche sul concetto di simbolo, inteso in moto specifico da Freud che lo considerava un segno noto non riconosciuto consciamente in antitesi a Jung, che utilizzava il termine in riferimento a qualcosa di indeterminato e spesso immateriale. Bennet riporta dettagliatamente origini e sviluppi del rapporto Freud-Jung non dimenticando di riportare aneddoti curiosi ed esplicativi, quali il presunto svenimento di Freud in seguito ad una diatriba sulla figura di Amenophis IV e la reciproca analisi dei sogni avvenuta durante un viaggio in treno. Ma la storia più interessante è senza dubbio quella legata alla risposta di Jung quando gli chiesero cosa fosse, in sintesi, ciò che dava un significato profondo alla sua esistenza: “Ah, intendete l’Inconscio Collettivo”.
Si tratta del contributo più originale e decisivo della sconfinata carriera dello svizzero. L’esperienza, per Jung, non è l’unica fonte all’origine della realtà e dei disturbi mentali. Non tutto ciò che è nella mente è il risultato della repressione, ha cioè una dimensione strettamente personale. Qui il distacco da Freud è incolmabile: la mente, sostiene lo svizzero, non è un affare puramente personale. Entriamo in un ambito extrapsicologico di grande interesse. Con il concetto di Inconscio collettivo Jung richiama in qualche modo gli “a priori” di Kant, individua cioè una traccia comune a tutti precedente l’esperienza individuale. Questo Inconscio Collettivo è fatto non di complessi, come l’inconscio individuale, ma di archetipi. Per archetipo Jung intende delle forme originarie, quasi delle immagini inconsce degli istinti che definiscono un sostrato psichico comune di natura superpersonale. Questa “scoperta” prestava il fianco a critiche di ogni genere e ampliava la sfera di conoscenze richieste allo psicanalista medio che, nell’ottica dello svizzero, non poteva ignorare antropologia, sociologia e mitologia, materie indispensabili per rintracciare l’origine delle figure oniriche dei pazienti. Non tutte le immagini dell’inconscio prodotte durante i sogni sono infatti associazioni fantastiche e repressioni, ne esiste una parte indissolubilmente legata agli archetipi, a forme di pre-coscienza universali. Secondo Jung affermare ciò era non più folle che affermare l’esistenza degli istinti stessi. Il concetto di Inconscio Collettivo, insiste Bennet, è il più discusso ma ed anche il più frainteso tra i contributi di Jung. Lo stesso Jung tornò più volte a specificare la sua intuizione: “Non è una questione di eredità specificatamente razziale, ma è una caratteristica universalmente umana. Non è neppure una questione di idee ereditate, ma di una disposizione funzionale a produrre idee uguali o molto simili. Questa disposizione la chiamai più tardi archetipo”.
I sogni sono per Jung argomento di studio e strumento terapeutico di primaria importanza. Il mondo onirico e le sue connessioni psicologiche e, in alcuni casi, metafisiche, furono quasi un’ossessione per lo svizzero che era avvezzo all’analisi anche dei propri. Le sue ultime teorie descrivono la psiche come sistema auto-regolantesi. Questa teoria, oggi largamente accettata dagli psicoterapeuti, considera l’alternanza veglia–sogno, conscio–inconscio come un meccanismo compensatore. La mente è in questo senso come una macchina che deve conservare il suo optimum di efficienza, e per fare questo deve trovare un equilibrio costante tra opposti. Chiamata da Eraclito enantiodromia, questa attrazione tra opposti non è battaglia ma divenire cioè perenne generazione di vita. Entrambi gli aspetti, conscio e inconscio, sono funzionali alla sanità della mente, e la definizione di positivo e negativo è relativa, cioè possibile soltanto per l’identificazione reciproca. Il concetto di compensazione è molto utile nella cura della nevrosi mediante l’analisi dei sogni. Jung procedette empiricamente come deve fare ogni serio indagatore fino a che sia compreso l’operato dell’unità corpo-mente.
Egli riteneva che l’inconscio si riproponesse con una certa frequenza durante la vita quotidiana e che fosse all’origine di molte intuizioni “arrivate da non si sa dove”. Si chiedeva se fosse in qualche modo possibile aprire questa “finestra” per un tempo maggiore: siamo al concetto di immaginazione creativa, se ci rilassiamo e raggiungiamo un punto di totale acriticità ed apertura è possibile una sorta di comunicazione con l’inconscio. La mente sarebbe in grado di dipingere liberamente immagini in alcuni casi sostitutive, in altri esplicative, dei sogni. Siamo al di là della ragione, fuori dalla coscienza, il prodotto può essere in questo senso giudicato artistico in quanto espressione diretta delle psiche, dell’inconscio.
A Jung dobbiamo, sottolinea Bennet, anche l’introduzione di parole chiave prima di allora non utilizzate nel linguaggio psicologico o utilizzate con un significato differente. Con persona Jung intende la maschera, ovvero il ruolo sociale svolto dall’individuo. Un’identificazione troppo forte con la propria persona è nociva perché scatena le forze dell’inconscio. I sogni, in questo modo, ci presenteranno la così detta ombra, cioè quella parte della personalità repressa che cerca il suo spazio. La difficoltà nell’individuazione dell’ombra è data dalla sua tendenza a sovrapporsi alle proiezioni: le proiezioni, secondo Jung, trasformano il mondo nella propria parte nascosta. Poi Bennet espone il concetto di anima e animus. Altri due termini interpretati da Jung in modo sui generis: qui è vivo il mito platonico, dove Zeus divise l’uomo originale composto da quattro piedi, quattro mani, un collo e due facce e così completo da cercare di detronizzare il suo creatore. L’anima è la parte femminile dentro ogni uomo (l’animus la parte maschile dentro ogni donna), e quella parte inconsciamente mancante dalla quale dipende la nostra completezza. Nell’infanzia essa è identificata con il sesso opposto, ma alla lunga è destinata ad emergere in modo latente se non altro nello stadio onirico. Molte conoscenze sono causate dalla proiezione inconsapevole della nostra anima su una persona del sesso opposto. L’innamoramento potrebbe consistere proprio in ciò: un misto tra proiezioni inconsce e scoperta dell’originalità dell’altro. Non è assolutamente necessario portare alla luce queste proiezioni, specifica Jung, molti matrimoni funzionano benissimo senza svelare alcunché.
Nella sua analisi, lo psicanalista si spinge oltre: dopo aver fatto disegnare, attraverso la tecnica dell’immaginazione attiva, una donna ai propri pazienti, Jung ha riscontrato che essa non assomigliava a nessuna donna particolare dell’esperienza del paziente. Questo avveniva perché l’anima è un archetipo, ovvero un deposito genetico ereditato, una rappresentazione psichica della minoranza di geni femminili nel corpo dell’uomo. L’uomo e la donna sono uno il completamento dell’altro non solo da un punto di vista fisico: rappresentano un’unità presente a livello inconscio in ogni singolo individuo.
L’animus e l’anima sono le forme archetipo di questa unità. Il compito della psicoterapia è esattamente questo: ricongiungere questi opposti, cioè ristabilire l’unità ancestrale dell’uomo e della donna.
L’ultima parte è dedicata all’importanza del pensiero di Jung: forse qui, più che altrove, si tradisce la stima incondizionata di Bennet che resta tuttavia misurato e profondo nelle sue constatazioni. Passati in rassegna con minuzia di particolari i contributi dello svizzero all’ipnotismo, alla psicologia dell’inconscio, all’alchimia.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Edward Armstrong Bennet (Poyntz-Pass, Armagh, Irlanda del Nord, 1888 – 1977), si laureò in Filosofia, in Teologia e in Medicina presso il Trinity College di Dublino. Ha insegnato Psicologia Analitica nell’istituto di Psichiatria dell’Università di Londra, è stato amico personale e studioso di Jung.
E.A. Bennet, “Che cosa ha veramente detto Jung”, Astrolabio-Ubaldini editore, Roma, 1967.
Traduzione di Francesco Cardelli.
La collana “Che cosa ha veramente detto” dell’Astrolabio, i cui testi sono oggi difficili da reperire, comprende monografie su molti autori: Einstein, Freud, Jung, Marx, Lenin, Kafka, Wittgenstein, Darwin, Lukacs, Kierkegaard ed altri.
Giovanbattista Arlechino, Novembre 2004.
Commenti
Oltre l?infanzia, il sesso, i complessi: l?inconscio collettivo.
"Fedele scudiero di Gaarder, voto per l?abbattimento di ogni recinto intellettuale e confido nella possibilità, forse utopica, di alzare il livello della comunicazione mediatica"
> Grande!:)
"Con il concetto di Inconscio collettivo Jung richiama in qualche modo gli ?a priori? di Kant, individua cioè una traccia comune a tutti precedente l?esperienza individuale. Questo Inconscio Collettivo è fatto non di complessi, come l?inconscio individuale, ma di archetipi. Per archetipo Jung intende delle forme originarie, quasi delle immagini inconsce degli istinti che definiscono un sostrato psichico comune di natura superpersonale."
> Qui un Arlechino in forma mundial
"Questo avveniva perché l?anima è un archetipo, ovvero un deposito genetico ereditato, una rappresentazione psichica della minoranza di geni femminili nel corpo dell?uomo. L?uomo e la donna sono uno il completamento dell?altro non solo da un punto di vista fisico: rappresentano un?unità presente a livello inconscio in ogni singolo individuo."
> E se Otto Weininger...
www.lankelot.eu/index.php?tag=sesso-e-carattere
>2 non si può che sottoscrivere. approvo in pieno
"Come tutte le scienze neonate la psicanalisi gravitava nettamente intorno alla figura emblematica e stolida del suo creatore Sigmund Freud."
ma si poteva veramente chiamarla scienza? tra tutte le branche della psicologia la psicanalisi è ancora oggila più ascientifica...
"Questo avveniva perché l?anima è un archetipo, ovvero un deposito genetico ereditato, una rappresentazione psichica della minoranza di geni femminili nel corpo dell?uomo."
?
grande recensione. complimenti
6.
Quoto Mat.
"ma si poteva veramente chiamarla scienza? tra tutte le branche della psicologia la psicanalisi è ancora oggila più ascientifica?"
Per me è critica letteraria genialmente ed empaticamente applicata.
Meglio, è letteratura applicata. Pensateci su.
aggiungo una bella foto di
aggiungo una bella foto di Jung!