“Un medico non è tenuto ad utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza offerte da una medicina in perenne progresso. In alcuni casi la rianimazione di un paziente in fase terminale costituisce una insopportabile forma di tortura. Dovere del medico è alleviare la sofferenza piuttosto che prolungare una vita il più possibile” (Card. Jean Villot, 1970).
L’argomento non è molto allegro, ma negli ultimi mesi se ne è parlato parecchio per via di alcuni casi di cronaca, per cui mi è sembrato giusto scrivere qualcosa su come si può considerare l’eutanasia (ed in generale tutto quello che riguarda la fine della vita di una persona) dal punto di vista etico.
Per iniziare, facciamo un po’ di chiarezza…
…. ed eliminiamo alcune ipocrisie di fondo: gli oppositori dell’idea di eutanasia affermano che occorre promuovere le terapie palliative. Forse non tutti sanno che la morfina, tanto pietosa nel togliere i dolori, paralizza progressivamente tutti i muscoli compresi quelli respiratori, per cui ogni terapia palliativa diventa di fatto una eutanasia attiva. L’alternativa potrebbe essere l’utilizzo di cannabinoidi, la cui efficacia è ormai ampiamente provata, ma il cui uso è proibito per evitare di creare dipendenze… solo che stiamo parlando di malati terminali…
Tutti sono concordi nel dire che occorre opporsi ad ogni forma di accanimento terapeutico, ma in realtà nessuno ha ancora tentato di definire in modo oggettivo cosa è l’accanimento.
Inoltre è chiaro che il limite della possibilità di cura deve avere come punti di riferimento:
La cura delle malattie e degli stati patologici prevede l’utilizzo di mezzi straordinari: mettiamoci d’accordo, qual è il limite tra ordinario e straordinario?
Non sempre è possibile stabilire una prognosi corretta: oggi i medici si affidano al dato statistico o alla esperienza loro o di altri colleghi. Va da sé che questo modo di procedere è alquanto approssimativo e molti pazienti affetti da patologie anche gravissime vivono più di quanto solitamente si prevede, grazie ai progressi della medicina che lasciano aperta una speranza anche per le circostanze più disperate.
Esistono comunque casi in cui è chiaro che il paziente sta male e non ha una aspettativa di vita. La statistica ci dà un dato di massa ma non dice come il medico deve agire in senso assoluto: accade spessissimo che possano essere scoperti farmaci o trattamenti in grado di prolungare la vita del paziente durante il decorso della malattia.
Parliamo un attimo di questa qualità della vita tanto discussa: è difficile darne una definizione univoca e fissa. A seconda della cultura prevalente potremmo aprire la strada ad abusi enormi. Cosa facciamo infatti delle persone gravemente disabili, dei pazienti affetti da demenza o degli anziani non autosufficienti? Come faccio a sapere se un paziente in coma si rende conto o meno di trovarcisi?
Se definiamo la qualità della vita come capacità relazionale, è evidente che chi nasce con un deficit sviluppa col tempo una capacità di adattamento, mentre chi nasce “normale” e acquisisce una menomazione fisica o psichica ha molta più difficoltà ad accettare la situazione.
Se la rapportiamo alle capacità economiche, il paraplegico che vive in un appartamento al quarto piano di un condominio senza ascensore ha una pessima qualità di vita paragonato ad un uomo nella stessa situazione ma che abita al piano terra.
In questi casi come facciamo a stabilire il limite tra accanimento e trattamento terapeutico? Soprattutto, chi decide qual è il limite?
A questo punto è bene introdurre una breve e spicciola definizione di morte.
Per tutti noi coincide con la morte cardiorespiratoria, il cuore smette di battere e i polmoni non funzionano più; troppo semplice, dato che il dibattito principalmente verte su
Alla fine degli anni '70 viene istituita negli Stati Uniti una speciale commissione di esperti, allargata anche a componenti di diversa nazionalità (si sa che gli Usa sono molto democratici), al fine di definire chiaramente la morte.
Il problema è di fatto posto dalla necessità di trovare organi in buone condizioni per i trapianti, che sono da poco diventati una terapia comune – parlo sempre degli anni '70 .
La commissione arriva a stabilire due criteri:
La seconda definizione è stata accettata perché ha trovato credito presso la Chiesa: siccome per la religione le funzioni cerebrali sono provocate dall’anima, una volta che esse cessano si può affermare con certezza che l’anima non è più presente nel corpo. Se non c’è più l’anima la persona è morta.
Si dichiara la morte cerebrale quando non c’è più speranza di miglioramento, quando la diagnosi e la prognosi sono certe, in assenza di assistenza ventilatoria meccanica c’è arresto cardiorespiratorio ed infine l’encefalogramma è piatto.
Anche se è adottata come standard nella maggior parte dei Paesi occidentali ed è utilizzata nella pratica clinica genera spesso confusione nei familiari, che chiedono al medico:
“C’è differenza tra la morte cerebrale e la morte vera?”
“Perché se la persona è morta è sottoposta alle procedure meccaniche di ventilazione?”
“Se la persona è morta, allora perché occorre un permesso per staccarla dal respiratore?”
Abbiamo detto prima che la morte cerebrale e il coma vegetativo persistente sono due cose diverse.
Il PVS è una condizione permanente di incoscienza, non è un coma perché c’è la morte delle funzioni cerebrali superiori; di conseguenza un paziente in PVS ha ritmi di sonno regolari, movimenti riflessi casuali e non finalizzati, non può percepire gli stimoli ambientali e respira spontaneamente. Questo apre il problema della qualità della vita: il paziente non risponde, costa moltissimo al SSN (che appena può lo sbologna ai parenti che non sono in grado di assisterlo economicamente e fisicamente) però respira, quindi non è del tutto morto.
Nel PVS gli emisferi cerebrali sono danneggiati in modo irreversibile, mentre la parte corticomidollare è intatta (questo spiega come mai mantengono i riflessi della vita vegetativa); il problema è che non esiste un sintomo particolare o un test diagnostico conclusivo, può essere diagnosticato con grande precisione solo dopo un periodo di osservazione che va da 1 a 12 mesi in seguito all’incidente o al danno che l’ha provocato, a seconda dell’età, della natura della lesione, etc… la ripresa delle funzioni è maggiormente possibile se il coma dura al massimo un anno.
Per fare due numeri, i dati indicano che attualmente negli Stati Uniti ci sono 10000-25000 adulti e 4000-10000 bambini in PVS; in Italia non c’è un numero certo delle persone che si trovano in PVS perché non sono ospedalizzate e non esistono centri di cura appositi.
DIFFERENZE TRA LE PERSONE IN PVS E LE PERSONE IN MORTE CEREBRALE:
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Legalmente vive |
Legalmente morte |
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Perdita delle sole funzioni cerebrali |
Perdita di funzioni cerebrali e corticomidollari |
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Stato di incoscienza permanente |
Stato di incoscienza permanente |
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Alcuni sono stati tenuti in questa condizione anche per 40 anni |
Mantenuti in questo stato fino a 3 mesi |
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Esistono rari casi di recupero |
Non esiste possibilità di recupero |
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Non sono in coma |
Sono in coma irreversibile |
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Respirano senza assistenza |
Necessitano di ventilazione assistita |
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Hanno riflessi ma non movimenti superiori |
Non hanno riflessi |
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Non si sa come diagnosticarli |
Sono diagnosticati con precisione |
In alcuni Paesi le persone possono scegliere la propria definizione di morte per motivi religiosi e spirituali, anche se il punto di riferimento resta la morte cerebrale completa, attraverso le cosiddette “direttive anticipate”.
Resta il fatto che comunque la morte non è una questione religiosa o filosofica, è una questione biologica, punto e basta! La società forse non dovrebbe munirsi di politiche precise, visto che la morte di una persona ha implicazioni sociali (per esempio la donazione degli organi, le questioni ereditarie e così via) per non incorrere nella possibilità di abusi.
Il concetto morale è il rispetto della persona: se è tale solo quando ha vita di relazione e ha capacità di trasmissione del pensiero, nel momento in cui esse vengono meno perde tutti i suoi diritti e la sua dignità?
L’assenza di norme costringe i medici a fare scelte individuali, senza copertura legale e con l’incertezza continua di aver preso o meno la decisione giusta.
Silvia Boarino, gennaio 2005. Potreste averlo già letto su Lankelot.com
Commenti
Grazie per la preziosissima (per me) unteriore confermadi alcuni aspetti.
se ci sono punti poco chiari fammelo sapere, così provvedo
Quello della morte è un tema complesso, privato, di difficile dibattito. Premetto che sono contrario all'accanimento terapeutico, ma lo sono anche riguardo all'eutanasia. Resto convinto che un uomo non può consentire di dare la morte per legge. Il discorso più complesso è quello a proposito della morte cerebrale (legato alla donazioni di organi). Con Arpa, in un post del forum del vecchio Lankelot, avemmo a discuterne con posizioni diverse. Non mi va di riproporre l'argomento proprio per un fatto di sensibilità (mi ricordo la tua storia personale, Arpa), ma ho i miei motivi per dubitare che la così detta "morte cerebrale" sia da considerarsi morte (e che quindi consenta di donare gli organi). Sono contrario alla donazione degli organi. Non vado oltre. il tema è delicato.
Léon, faresti torto a me, a chi legge ed allo spirito del nuovo sito ponendoti delle restrizioni di espressione per vicende personali di questo o quell'altro individuo. Apprezzo la tua sensibilità, ma esprimere con civiltà ed argomentazioni è sempre stato un valore che reputo nobile. Tu rendici, se vuoi, pure partecipi del tuo pensiero, poi sta a chi legge decidere in coscienza se intervenire o astenersi. Grazie, in ogni caso ;)
La norma chiave dovrebbe essere che ogni cittadino ha diritto di disporre della propria vita, nel bene e nel male; e che - qualora non abbia figli piccoli a carico - è suo pieno diritto decidere di morire. Io sarei più radicale rispetto all'etimo di "morte buona": morti buone non ne esistono. Se il male è invincibile e quel che ho di fronte è soltanto una proroga del dolore, lo Stato non ha diritto di prolungare la sofferenza. Io ho diritto di mettermi fine come e quando mi sembra più giusto.A meno che non ci siano bambini o ragazzini che possano aver bisogno anche di uno straccio di figura paterna, stesa su un letto di ospedale. In quel caso, a oltranza.
Madonna, gianfrà, che toni...
pardon, non mi rendo conto amice.
Ma niente, Arpa. é il discorso che ho già fatto altrove, credo che finchè il cuore batte un essere umano è vivo. Non è un mio pensiero bislacco, mi pare. Ho conosciuto medici che si battono contro la donazione degli organi proprio perchè ritengono che sia improprio parlare di morte cerebrale. é noto che la loro è una posizione minoritaria, ma mi sono documentato parecchio sull'argomento. E ho trovato buone le loro ragioni. Non per un fatto religioso, come forse sai, sono agnostico, ma per un fatto di mia intima convinzione etico-esistenziale. Nella vita non si può mai dire, ma non credo che donerò mai organi a chicchessia. Come ripeto, sono scelte molto personali, e non mi sento di giudicare chi la pensa diversamente da me. Sull'eutanasia ho molti dubbi. Ovvero che ci si possa far prendere la mano. Come in Olanda, per capirci, dove la ministra della sanità ha proposto la pillola per togliersi la vita quando se ne ha voglia (oltre una certa età, naturalmente), anche solo per sconforto o depressione. Allucinante.
Anche io sono titubante della convinzione che ogni persona abbia la necessaria responsabilità lucida, in alcuni frangenti critici, del non lasciarsi andare perché magari solo non si è avuto la forza di chiedere aiuto. O perché la depressione più acuta e le malattie più spaventose possono condizionare la propria integrità decisionale.
Per quanto riguarda la questione della morte io mi affido a ciò che di più oggettivo dispongo, il parere dei medici, e questi in stragrande maggioranza pensano sia morte vera e irrisolvibile ed inconfondibile quella cerebrale. Sono le teorie più accreditate, e maggiormente condivise. Nel mondo della scienza la credibilità è basata soprattutto sulle argomentazioni convincenti. Preferisco affidarmi a quel che reputo maggiormente condivisibile, piuttosto che ad indirizzi sotterranei. Io donerò i miei organi. E spero questo contribuisca ad una qualche felicità. Io sono di parte ;), ma rispetto il tuo pensiero perché sono sicuro che sia basato su un forte convincimento etico e radicato nella tua visione spirituale e morale dell'esistenza. So che non è stata per te una presa di posizione leggera su questo tema.
Io sono abbastanza concorde con la posizione di Franco. E vorrei (in caso di) che la mia morte non fosse del tutto inutile: il mio corpo andrà inevitabilmente incontro alla decomposizione, perchè non salvare quei pezzi che possono servire per migliorare o restituire una degna vita a qualcun altro? Allora ben venga lo staccare la spina, se serve.
Ma si, Arpa, la mia è una posizione assai meditata, è un tema che non tratto con leggerezza.
*
Vedi, Spora, non è un problema di decomposizione o meno, né di non voler aiutare gli altri; la mia contrarietà, come ho spiegato nel post precedente, è a monte. Come sono nato voglio morire, senza pezzi sostituiti da qualcuno che non ritengo essere senza vita. Il mio è un principio etico, forte e radicato. Nulla contro chi fa il contrario da me. E, ribadisco, del domani non sò, le urgenze, ahimé, spesso cambiano il modo ideale di relazionarsi alla vita...
Ma si, guarda che non c'è nessun problema, ognuno è ben libero di pensarla come vuole perchè dietro ciascuna presa di posizione esiste una ricerca, un confronto con se stessi e gli altri che ti porta a sostenere una tesi piuttosto che un'altra.
Comunque, caso mai ti servisse un pezzo di fegato sarò lieta di condividere il mio con te :)
Il fegato non mi piace. Meglio una bella bistecca:)
Sarò semplicistica, ma considero l'eutanasia una modalità di suicidio. Dunque anche nel caso dell'eutanasia attiva, la persona che rende possibile l'interruzione della vita, diventa lo strumento di una volontà che non può esprimersi in piena autonomia. Una persona sana, infatti, può scegliere in che modo togliersi la vita, un malato invece ha meno possibilità. Tuttavia dovrebbe poter conservare il diritto di disporre della propria vita. Questo comporta ulteriori riflessioni sulla lucidità e sulla responsabilità. Però, nei casi in cui si è in pieno possesso delle proprie facoltà mentali, troverei più giusto lasciare libero arbitrio al malato. Diversamente, credo sia inevitabile affidarsi al parere dei medici.
riattribuito a scienze;
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