Un grande saggista come il francese Bernard Bruneteau ha raccontato il Novecento coniando una definizione lapidaria e atroce: “Il secolo dei genocidi”. Per mano turca, russa, tedesca, cambogiana; nel nome dei totalitarismi, nel nome della razza, nel nome della classe sociale; con criteri industriali, seriali: abbiamo assistito a ripetuti, pianificati sterminii, a distanza di poco tempo. Fatichiamo a studiarli. Rifiutiamo di accettarli. Finiamo per esserne infestati. Gli artisti europei più sensibili raramente hanno saputo sintetizzare e universalizzare il respiro di qualcosa di così buio, metodico e gelido.
Diciamolo subito, fosse stato scritto da una donna sarebbe stato diverso. Un bello strappo al piagnisteo – al dolorismo, come lo abbiamo definito altrove – di troppa letteratura femminile, una sana dimostrazione di coraggio, e di buon gusto perché no.
Sgangherata, liminare e blasfema, “La casa del sollievo mentale” è una satira allucinata e grottesca d'una vita di provincia sull'orlo del collasso: da qualsiasi punto di vista. Protagonista e comprimari sono più o meno coscienti di resistere in vita per la consolazione della follia; e quando manca quella coscienza, subentra l'estasi della stupidità, o della sconnessione. Oppure, incresciosamente e inaspettatamente, spunta fuori un passato tanto sporco che diventa impronunciabile – nero, nero profondo, e irrimediabile.
Altri hanno già scritto e recensito. Perciò queste righe si presentano più con lo spirito di chi viene a rendere omaggio che di colui che recensisce, e vogliono porgere, per quel che conta, la mia personale eco. A lettura appena ultimata. Qualcuno si potrebbe aspettare che io parafrasi le parole dell'autore, spiegando la mia personale visione/interpretazione del Piano B. No, non accadrà. È vietato: la prima regola del Piano B è che non si parla mai del Piano B. Lo si vive semmai. Lo si disegna: e il disegno ha in più questo, rispetto alla scrittura: il silenzio. La segretezza. Basti dire che sentir nominare il Piano B serve in primo luogo a farci rendere conto di quanto siamo incastrati nel Piano A.
“Per M. l'inattività di quelle ore libere era solo angoscia e anche dolore. Infatti per lui, uomo e non macchina, quelle due ore erano anch'esse il frutto di una convenzione, la convenzione della libertà, del tempo libero da occupare a piacimento. Senonché era proprio questa libertà, che lo angosciava. Egli non si rendeva ben conto del perché provava quei sentimenti, era però cosciente di provarli mentre le macchine d'ufficio non li provavano affatto. Eppure, riflettendo, non trovava alcuna differenza reale tra sé e quelle macchine, la loro vita era pressoché uguale: stessi orari, stesse pause, stesso riposo.
Enrico Astolfi, scrittore ferrarese classe 1976, accidentalmente originario di Magenta, alle spalle esperienze professionali tra Roma e l'Uruguay, ha esordito in narrativa pubblicando questa raccolta di quattro racconti, “Palude”, per una piccola e dignitosa libreria-casa editrice della sua città, Ferrara, La Carmelina. Secondo il suo concittadino e sodale Lorenzo Mazzoni, prefatore, in questo libro “Enrico lascia poco spazio al cambiamento.
Irriverente, assurdo e tragicomico, Il vangelo della scimmia (Meridiano Zero, 160 pp., euro 13), originariamente apparso in Inghilterra nel 1986, è una satira distopica scritta dal londinese Christopher Wilson. È una feroce allegoria della mediocrità, della medietà e della stupidità del conservatorismo, e di quanto rocambolesca e rivoluzionaria possa essere l'epifania di una scimmia tra gli uomini, quando gli uomini si sono arroccati in un fortino fatto di leggi incontrovertibili e indiscutibili, classi immutabili, religioni xenofobe e punizioni violente previste e applicate per chiunque mediti una ribellione: o un semplice cambiamento dello stato delle cose.
"La censura alimenta le menti perverse più di quanto le alimenterebbe la parola che inizia per C." (Dick Cavett)
“A molti I Simpson possono sembrare sciocco intrattenimento, ma di fatto propone la commedia e la satira più sofisticata mai apparsa alla televisione americana. Negli anni lo show ha affrontato molti temi seri: la sicurezza del nucleare, l’ambiente, l’immigrazione, i diritti degli omosessuali, le donne nell’esercito, e così via. Paradossalmente è proprio la natura farsesca del programma che gli permette una serietà che molti altri programmi non hanno” (pag. 182)
I sopravvissuti - non è uno dei film memorabili di Tomás Gutierréz Alea, perché risente del periodo storico in cui viene girato ed è permeato di eccessiva fiducia e ottimismo verso la Rivoluzione. Il regista parte da un assunto fantastico e lo rende comicamente credibile, ma con il passare dei minuti scivola sempre più sul macabro e sul grottesco.
“La commedia dei filosofi” è una breve pièce teatrale del giovane Camus, inedita in Italia. Secondo il curatore, Antonio Castronuovo, è una “precoce incursione critica verso precise posizioni”, scritta con ogni probabilità nel 1947: “I taccuini di Camus sono punteggiati nel 1947 di appunti sulle ambizioni degli esistenzialisti parigini, e ciò fa ritenere che l'operetta sia stata redatta proprio in quell'anno. La certezza poi che abbia inteso causticamente pungere proprio l'esistenzialismo – continua Castronuovo – risulta chiara dai temi che prende di mira: la libertà della scelta, la contingenza, l'autenticità, l'engagement” (p. 31).
Raoul Vaneigem, scrittore belga classe 1934, già protagonista del movimento situazionista, è un intellettuale eretico, apocalittico, visionario. Nella nuova edizione del suo “Avviso agli studenti” (1995), completa del saggio breve “Terrorismo o rivoluzione” (1972), possiamo apprezzare l'intelligenza dissacrante di un pensatore che ha saputo spiegare – per dirla con le parole del curatore, Sergio Ghirardi - “Come reagiscono le nuove generazioni al consolidarsi dell'alienazione, aggravata dal ricatto economico che un capitalismo alla deriva fa pesare sulla sopravvivenza economica, ambientale e persino fisica degli esseri viventi” (p. 17).
Undici staffilate contro la nuova borghesia italiota, tutta americanizzata: originariamente apparse nel 1953, caratterizzate da una feroce attualità e da una veridicità scomoda e imbarazzante, queste satire longanesiane dovrebbero accompagnarci, almeno nel pensiero, giorno dopo giorno nei nostri nuovi anni Dieci; per ricordarci – sempre – da quale belpaese veramente proveniamo, e quale nazione dovremo impegnarci a ricostruire sulle rovine di questa.
«Duclos, giorni fa, diceva: “Signori, parliamo dell'elefante (un giovane elefante di cinque anni che destava la curiosità dei parigini); è la sola bestia di una certa importanza di cui si possa parlare, in questi tempi, senza pericolo». (Grimm, “Correspondance”). Ma “Parliamo dell'elefante”, secondo Pierluigi Battista, è un titolo che depista: perché in queste pagine accade proprio il contrario, “non si capisce bene con quale grado di consapevole sfrontatezza”, perché si va allegramente e con grande naturalezza a bucare l'omertà paracula dei contemporanei. Dando vita a uno stile che rimarrà impresso nella memoria degli italiani.
Durante il liceo già si divertiva. Scrive nel suo bellissimo Giorni lontani (Il Mulino, 1989): La mia mania versificatoria si sfogava anche in facili parodie della Gerusalemme liberata, adattandone le sonanti ottave alle vicende del liceo D’Azeglio. Del resto, tutti gli alunni di ‘Umanità’ con un po’ di gusto letterario han fatto o tentato qualcosa di simile, e a volte quegli scherzi sopravvivono alle vicende scolastiche.
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