La maledizione degli affetti. La maledizione degli affetti. La. Maledizione. Degli. Affetti. Maledizione. Affetti.Non è un titolo che, non appena lo leggi, ti stende? Ti butta al tappeto. Knock Out. Quattro parole, quattro pugni in volto: articolo e preposizione di studio, i nomi ad affondare. Almeno, su di me ha avuto questo effetto. Difatti ho dovuto aspettare del tempo per poterlo leggere. L'avevo qui, sul computer, questo e-book, e ogni tanto l'aprivo, ne leggevo qualche brano, richiudevo. Credo di averlo letto, a pezzi e bocconi, come si dice, quasi tutto, ed alcuni capitoli più volte, prima che mi sentissi pronto a farne una lettura dalla prima all'ultima riga. Come se mi fossi allenato, per mesi, a resistere tutti i rounds del match.
Raccontare cinque giorni di immersione nella musica dal vivo mi era sembrato troppo difficile, appena tornato da Barcellona. Dopo oltre sette mesi i ricordi si sono sedimentati, e le impressioni sono diventate convinzioni. E' tempo di raccogliere quel distillato, di rimettere in ordine immagini e suoni di un festival, il Primavera Sound 2011, che valeva davvero la pena di vivere fino in fondo.
«L’espressione «poète maudit» (poeta maledetto) ha superato i limiti di un’epoca, e può oggigiorno qualificare altri autori oltre agli amici di Verlaine. Essa designa in generale un poeta (ma anche musicista, artista in genere) di talento che, incompreso, rigetta i valori della società, conduce uno stile di vita provocatorio, pericoloso, asociale o autodistruttivo (in particolare consumando alcol e droghe), redige testi di una difficile lettura e, in generale, muore ancor prima che al suo genio venga riconosciuto il suo giusto valore» [it.wikipedia.org/wiki/Poeti_maledetti].
«C'è stato un momento della mia vita non troppo tempo fa nel quale potevo semplicemente esibirmi in un café e fare ciò che mi piaceva fare, suonare musica, imparare esibendomi, esplorare cosa significasse per me, i.e., divertirmi mentre irritavo e/o divertivo spettatori che non mi conoscevano. In questa situazione avevo la preziosa e insostituibile lussuria del fallimento, del rischio, della resa. Lavoravo duramente per mettere insieme queste cose, questo lavoro. Mi piaceva e mi mancò quando scomparve. Quello che faccio è recuperare ciò» [Jeff Buckley].
'Non Ingerire' è il primo lavoro sulla lunga distanza degli Ibrido_xn, dopo una serie di demo ed Ep. 10 canzoni che spaziano e mescolano diversi generi musicali, punto di forza di questo trio di musicisti che arriva da Civitavecchia. “All'apice” apre il disco con percussivi ritmi tribali, per lasciare spazio all'anima rock del gruppo. Distorsioni, ritmo serrato e il canto profondo e caldo di Germano “J” Tasselli.
Un uomo del Rinascimento nato in Inghilterra nel 1948: un futurista inquieto, un paesaggista sonoro. Un anglosassone sanguemisto fiammingo, incarnazione autentica dell'arte per l'arte. Un artista convinto che perché il mondo possa essere interessante, il sentiero sia uno e uno soltanto: plasmarlo giorno dopo giorno, continuamente, senza paura di rimettere in discussione le proprie convinzioni e i propri risultati. Un ex ragazzo del Suffolk, nato da una famiglia di origine ugonotta, cresciuto in una cittadina strapiena di militari dell'Air Force, tendenzialmente pieni di dischi introvabili: la piccola e grigia Woodbridge. Ecce Brian Peter George St. Jean le Baptiste de la Salle Eno, alias Brian Eno: musicista sperimentale, icona pop, ma non solo.
«Mio padre mi raccontò una volta una storia su Orson Welles, l'illustre regista di “Quarto potere”. Papà, o un suo collega, dovevano stare appresso a Welles mentre gironzolava in un pittoresco villaggio irlandese, nei primi anni Sessanta, registrando ogni sua parola mentre si trascinava da un pub all'altro. Gli anni di gloria erano ormai un ricordo per Welles, che si era ridotto a far sopravvivere la sua leggenda con sciocche comparsate in documentari turistici. Condizione che peraltro non sembrava modificare la percezione che aveva di se stesso. A chiunque incontrasse quel giorno regalava la stessa preziosa informazione: “Sono un genio”.
Cantano i Geff nel brano (l’unico in italiano) ‘Riff Geff’, sorta di manifesto programmatico del gruppo ed ironica autocensura: Io preferisco chi inventa davvero… Non male come intenzione, soprattutto di questi tempi, dove invece è inevitabile che ci si rifaccia a qualcosa o a qualcuno. Vero è che nelle note di accompagnamento al disco i musicisti – ma come non potrebbe essere – rivelano i loro padri putativi: si va dai classici per eccellenza, Beatles e Led Zeppelin (ma personalmente nel sound vedo molto poco Beatles e molto più Led Zeppelin) all’indie rock inglese degli ultimi venti anni, Radiohead, Arctic Monkeys e Placebo.
Ho scoperto l’esistenza di un gruppo italiano proveniente dalla Sicilia chiamato Moque grazie alla frequentazione del blog di Manfredi Lamartina, giornalista musicale e non solo, dotato di una penna graffiante che meriterebbe una maggiore visibilità, nonché chitarrista di questo gruppo ormai scioltosi, ed è stato proprio per la sua intercessione che sono entrato in possesso del loro debutto “Luna appesa con lo scotch” targato estate 2007.
Sono passati quasi 17 anni dall’uscita di questo disco. Era il maggio 1994 (il disco lo ascoltai compiutamente nella seconda metà dell’anno a ripresa delle scuole), l’anno dopo la morte di Kurt Cobain. 17 anni sono tanti, quasi la metà della mia vita e in questo disco c’è buona parte della mia esistenza, delle persone che mi hanno permesso di scrivere i miei due romanzi, di superare momenti complicati, di sorridere, di vivere nuove esperienze e ancora oggi, quando lo ascolto, mi si riempiono gli occhi di lacrime tanto sono luminosi i ricordi che mi prendono e si materializzano davanti ai miei occhi.
Ho esitato a lungo prima di prendere carta e penna e buttare giù alcune impressioni sul libro di Gianfranco Franchi. Tutt’altro che digiuno di musica pop pock, non sono però un espertissimo nel ramo e – con qualche ragione – ho voluto approfondire un po’ di temi prima di sparare parole in libertà; tanto più che proprio in relazione al rapporto musica e testi, tempo fa mi erano passate sotto gli occhi delle interessantissime riflessioni, magari riferite al genere “accademico”, ma del tutto pertinenti anche per analisi di canzoni rock.
C’è poco da fare la stupefatta in copertina: stupefatti siamo noi. Non che perdessimo il sonno per l’attesa di un nuovo disco della Hagen, ma mai avremmo pensato a dei risultati del genere. Lei vuole fare ancora la scugnizza vivace, fa la birichina nell’approccio e soprattutto nel canto, come sua consuetudine, ma poi quel che esce dalla bocca sono insulse preci da catechesi di provincia.
“Prova ad ascoltare Barghi e il suo Sunny Day, poi mi dici”. Il consiglio è stato azzeccato, così ho fatto, anche se poi non è che mi sia risultato proprio facile dare conto dell’ascolto oltre ad un pur convinto “mi è piaciuto”. “Sunny day”, tanto si fa ascoltare bene quanto sfugge alle consuete definizioni musicali; e quindi parlarne (ed ora scriverne) non può essere un esercizio superficiale e sbrigativo.
«My Daddy was a bankrobber
But he never hurt nobody
He just loved to live that way
And he loved to steal your money» (The Clash - Bank Robber)
Si viene presi dalla malinconia a leggere queste parole in un'epoca, come la nostra, delle grandi crisi finanziarie e delle manovre dei governi per salvare le banche e il mondo intero.
La malinconia e la rabbia aumentano leggendo il meraviglioso volume «The Clash - La straordinaria storia dei Clash raccontata dai Clash» pubblicato dalla casa editrice milanese ISBN, che ripercorre la storia di uno dei gruppi fondamentali della musica (limitarsi al termine punk sarebbe alquanto riduttivo ascoltando tutta la loro produzione) dalle sue origini
Ricky Russo ed Elisa Russo sono due vere anime rock. Due anime rock capaci di plasmare, nel tempo, una delle poche esperienze radio-televisive indie di grande qualità e di respiro internazionale: “In Orbita”, appuntamento cult di Radio e Tv Capodistria. E intanto organizzano concerti, un bel po' di dj set, collaborano con quotidiani (come “Il Piccolo”) e riviste (“NTWK”, per parecchi anni).
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