"La Conga con Fidel", di Nazım Hikmet, scrittore socialista (Robin Edizioni, pagg. 100 circa, euro 10 esatti). Ci si aspetterebbe di sentir suonare il trombone e la grancassa, gli scintillii lucenti delle esaltazioni epiche, gli strilli rivoluzionari. Ma Hikmet non possedeva la penna adatta a suonare la tromba o la marcia.
I sopravvissuti - non è uno dei film memorabili di Tomás Gutierréz Alea, perché risente del periodo storico in cui viene girato ed è permeato di eccessiva fiducia e ottimismo verso la Rivoluzione. Il regista parte da un assunto fantastico e lo rende comicamente credibile, ma con il passare dei minuti scivola sempre più sul macabro e sul grottesco.
Clandestinos è il primo film di Fernando Pérez che si affaccia nel mondo del cinema cubano con un’opera di grande interesse pur se inserita senza riserve nel solco rivoluzionario. Il regista - con la collaborazione di Jesús Diaz - racconta la vita di un gruppo di giovani che lottarono contro la dittatura di Fulgencio Batista tra il 1956 e il 1958. La storia d’amore tra Ernesto (Luis Alberto García) e Nereida (Isabel Santos) costituisce la struttura romantica del film che vede come tema portante la lotta armata dei rivoluzionari.
Questo racconto-recensione parte dalla finzione letteraria di un Cabrera Infante che racconta il suo “Mea Cuba”, edito in Italia da EST – Il Saggiatore (2000), pagine 480 - euro 9,30, straordinariamente ancora in catalogo. Un libro da non perdere.
“Logica del terrorismo” di Michel Bounan (“Logique du terrorisme”, 2003; IT, Duepunti, 2006) si fonda su un presupposto incontrovertibile: “L'esaltazione ideologica o il delirio pseudoreligioso possono condurre a ogni sorta di crimine, e l'eroismo individuale o l'omicidio di massa appartengono a tutte le società umane”. A partire da questa constatazione, l'intellettuale transalpino si impegna a stabilire cosa sia il terrorismo, quanti tipi di terrorismo esistano, quanto incidano lo Stato e i servizi segreti nel terrorismo e come fronteggiare questo “crimine contro l'umanità”, come lo definisce correttamente Giusto Catania (p. 74) nella sua nota.
Toscana, 1878. Predicava giustizia sociale e fratellanza: fu “socialista senza saperlo”, sognando una società basata sui “principii socialisti del Vangelo”; “riuscì tuttavia, sia pure per breve tempo, a realizzare ciò che altri profeti, santi o squilibrati, avevano cercato di realizzare nei secoli passati: una comunità cristiana primitiva che contestava e rifiutava il presente e che si isolava dal resto del mondo costituendo una società autosufficiente, cementata dalla fede comune, che basava la propria sopravvivenza sul lavoro collettivo, la reciprocità e il baratto” (p. 101).
“Il libro di Joseph” somiglia ad un pantalone: un unico indumento costituito da due parti distinte, ma parallele. Come le due gambe, come le due vicende che Hoffmann sceglie di raccontarci con una scrittura che sembra ricalcare il ritmo dell'ago: entrando e uscendo dal passato, dalla storia contemporanea, snocciolata attraverso i ricordi. Per brevi accenni in maniera quasi implicita. Pagine come stoffa, come drappi che prendono forma sotto le mani pazienti, che cuciono in un filo continuo Yingele e Katschen.
Appartengo a una generazione piena di imbarazzo, una generazione cresciuta in un ambiente politico dominato da una destra aggressiva e vacua, aberrazione del materialismo mediatico che è andato decisamente oltre il concetto di decadenza dell'Occidente. E' curioso, ma quando si sente parlare della destra in Italia la si associa irrimediabilmente ad una tendenza più o meno forzaitaliota, tendenza che, nel bene e nel male, poco ha a che fare col liberalismo o col conservatorismo.
Regia: Steven Soderbergh. Soggetto: Tratto dalle memorie di Ernesto Che Guevara. Sceneggiatura: Peter Buchman. Direttore della fotografia: Steven Soderbergh. Montaggio: Pablo Zumarraga. Interpreti principali: Benicio Del Toro, Demian Bichir, Santiago Cabrera, Elvira Minguez, Jorge Perugorria, Edgar Ramirez, Victor Rasuk, Armando Riesco, Catalina Sandino Moreno, Rodrigo Santoro, Unax Ugalde, Yul Vazquez. Scenografia: Antxom Gomez. Costumi: Sabine Daigeler. Musica originale: Alberto Iglesias. Produzione: Laura Bickford e Benicio Del Toro per Laura Bickford Productions, Morena Films.
“Fuori dal gioco è un libro che mi sembra così lontano e irreale, pare scritto in un’altra lingua, in un altro mondo, ma è il mio segno distintivo, la mia cifra artistica, quasi il mio onore. Non è un libro, è un simbolo di misteriosa lealtà fuori dal tempo, una serie di liriche che mi commuove rivedere dopo tanti anni. Sono contento che possano venire lette dai cubani di un’altra generazione”, scrive Heberto Padilla nel 1998, due anni prima di morire.
Fuori dal gioco vince il Premio UNEAC, Julian Del Casal, 1968.
Dal punto di vista economico e sociale, la fase che stiamo vivendo oggi ha avuto inizio negli anni Settanta del Novecento. Le società occidentali avevano raggiunto allora una considerevole opulenza, varcando la soglia di quella che lo storico Eric Hobsbawm ha chiamato eta dell’oro. Ma questo risultato è coinciso con l’avvio di un progressivo degrado etico e culturale.
“Sono nato proletario. Ho scoperto presto l’entusiasmo, l’ambizione e gli ideali e nel tentativo di soddisfarli, ho finito per renderli il problema di tutta la mia infanzia. Vengo da un ambiente rude, volgare, duro. Non avevo un orizzonte davanti a me: direi piuttosto un confine. Il mio posto in questa società era negli abissi, dove la vita offriva solo squallore e sventura: lì, sul fondo, carne e spirito erano ugualmente affamati e tormentati. Sopra di me troneggiava il colossale edificio della società (…)” (London, “Cos’è la vita per me”, tratto da “Rivoluzione”, p. 177).
L’epoca dello “spaghetti western” è stata non lunghissima ma intensa e prolifica, ha partorito opere che incontrarono il gusto degli italiani e non solo, andando a solleticare l’attenzione di altre cinematografie occidentali e orientando non poco il cinema orientale di genere degli ultimi venti-venticinque anni.
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