Lucy Schwob, nipote del grande Marcel, padre delle adelphiane “Vite immaginarie”, rinunciò al suo nome, se ne spogliò, disinvolta, e divenne Claude Cahun; scelse il suo nuovo nome per diventare, come insegna il letterato siciliano Roberto Speziale, un'eroina sconosciuta, e combattere il nazismo che flagellava la Francia, e difendere la sua essenza; la sua essenza complessa e misteriosa di donna, di ebrea, di democratica e di libera cittadina. La sua essenza di artista avrebbe rivoluzionato l'idea stessa dell'autoritratto, in fotografia; la sua anima partigiana sarebbe scampata alla condanna a morte a un passo dall'esecuzione, nel maggio del 1945. Una vicenda leggendaria.
Un giovane storico francese, Laurent Binet, ha scritto uno stupendo libro, a metà strada tra il saggio storico e il romanzo autobiografico. L’opera, uscita in Patria l’anno scorso per le Edizioni Grasset & Fasquel di Parigi, è valsa all’A. il Prix Gouncourt du premier roman 2010. Ora Einaudi lo fa conoscere al pubblico italiano col medesimo titolo originario.
Un libriccino sepolto ormai nella polvere del tempo: bellissimo perché lucido nella sua sostanza ideologica e soprattutto perché essenziale.
Scrive l’autore nella prefazione: Queste pagine, svolgendo rapidi appunti, - stenografia di vicende e pensieri più che di spiegate parole -, furono scritte dal 18 al 25 settembre del 1943.
Dunque giorni terribili per il nostro paese, dove la poca preparazione per l’improvviso armistizio e lo smarrimento, soprattutto dei militari, aumentò vertiginosamente la paura del domani.
Nella sciagura di un paese costretto a un armistizio disperato, di un popolo che non poteva più né fare la guerra né fare la pace, è possibile ancora cantare?
Un libro inusuale, anche se materia e stile possono ricondurre ad una sorta di neorealismo appena ‘fuori’ dall’accademia. Inusuale nella sua costruzione rarefatta, in principio quasi ‘fiabesca’, nell’impegno a collocarlo in una dimensione più vicino al nostro sentire. Perché Sàito, pur raccontando di guerra, di resistenza e partigianeria è lungi dal mitizzare quest’ultima e la sua innocenza.
Curioso come l’autore voglia determinare i fatti con estrema precisione e voler suggerire ‘un cogli l’attimo’ come se quello successivo potesse influire sulla memoria. Non si spiegherebbe l’affanno di Petroni di determinare la nascita di questo piccolo e straordinario libro.
Dice nella post-fazione dopo che su alcuni testi e articoli di giornale era apparsa la nota che l’anno di ideazione di Il mondo è una prigione fosse il 1949: Ma esiste una data privata del libro, lo dico perché mi piace, ed anche per altre ragioni: il manoscritto fu il mio regalo di nozze alla Puci. Ci sposammo il 20 settembre del 1945, perciò questa è la sua data.
Nel giorno della memoria si dimentica spesso Emanuele Artom. Forse perché ebreo sì, ma partigiano. Meglio ancora: nella suddivisione a compartimenti del dolore o si appartiene ad una categoria o ad un’altra. Sarebbe ricordata la sua figura, a imperituro ricordo, se fosse stato deportato (rischio a cui andò incontro spesso) e finito in un campo di concentramento. Morì invece, perché sfinito dalla sevizie e dalle violenze a cui fu sottoposto sin dal giorno della sua cattura il 26 marzo del ’44, il sette di aprile dello stesso anno.
Ci sono donne comuni che vivono una vita straordinaria. E di loro si sa poco o nulla. I libri servono anche a questo. A trasmettere memoria e conoscenza di persone ed accadimenti che, altrimenti, potrebbero andare perduti. Ondina Peteani, di cui mai avevo sentito parlare, è stata di certo una donna fuori dall'ordinario. Questo libro ne ricostruisce la vicenda di vita, di sofferenza, di coraggio, di determinazione e di tormenti.
Sino a oggi, mancava un contributo fondamentale per orientarsi a dovere nel dibattito storiografico sul confine orientale, nella drammatica contingenza della Seconda Guerra Mondiale e della questione di Trieste: quello relativo alle relazioni tra partito comunista jugoslavo e partito comunista italiano. Entrambi subordinati all'Urss, i partiti comunisti IT e YU si trovarono tuttavia a dover fronteggiare la dolorosa questione di Trieste, delle cittadine dell'Istria costiera, di Fiume e di Zara, città storicamente popolate da una maggioranza assoluta di cittadini di lingua e cultura veneta (traduciamo: italiana), mai messa in discussione da niente e da nessuno. Ma la Jugoslavia di Tito le reclamava a sé, mentre l'Italia non aveva intenzione di perderle.
La domanda che Giampaolo Pansa si pone nel suo nuovo libro e se dobbiamo ancora considerare una festa unitaria il 25 aprile. E se dobbiamo celebrarlo tutti insieme. Dopo Il Sangue dei vinti, il giornalista chiude il cerchio su crimini ignorati della guerra civile. L’ultimo capitolo revisionista, che farà arrabbiare ancora una volta la sinistra che difende a tutti i costi il mito resistenziale, si chiama I vinti non dimenticano (Rizzoli pagine 460, euro 19,50).
"Tutto era possibile fuorché fossero uomini come tutti gli altri"
“La mattina rimaneva a casa a studiare. Si preparava all’ultimo esame del primo anno ’Istituzioni di diritto civile’. Doveva portare il primo libro del Codice, quello riguardante la famiglia. Era una lettura appassionante e snervante insieme. Egli riferiva mentalmente tutto ad Anna. La sposa di cui parlava il Codice era Anna. Lo sposo era lui. E la chiesa nella quale si celebrava il matrimonio religioso era il Duomo di Volterra. Egli sentiva il fascino del matrimonio e, insieme, il fascino della religione; ma continuava a credere che la famiglia e la chiesa fossero i due cancri dell’umanità. E Anna non riuscì a strappargli nessuna promessa riguardo al futuro”(pag.71).
Marzo 1944. È la fine di un inverno particolarmente rigido e due giovani, Vittorio e Antonio, stanno scendendo attraverso un canalone del monte Kerle, in Vallarsa. Vittorio, il più giovane, scivola e Antonio lo trae in salvo per miracolo, infine insieme si riuniscono a un terzo amico, Luigi, in un baito nel quale stanno rintanati da quattro mesi.
"Maledetto il Paese in cui i cittadini non mangiano lo stesso pane e non parlano la stessa lingua", scrisse qualcuno. Condannato a non avere pace, si potrebbe aggiungere, quel Paese che non si riconosce nella stessa storia, nella stessa memoria, nella stessa patria. Per animare un futuro estraneo alle discriminazioni e agli odii, per conciliare la memoria d'un popolo diviso, per restituirci una "realtà storica condivisa", Ugo Intini ha scritto questo strano e romantico ibrido tra un memoir e un libro di storia. "Perché tutte le grandi nazioni hanno fatto pace col proprio passato, ricostruendolo in modo condiviso e rendendolo uno strumento di unità".
«Duclos, giorni fa, diceva: “Signori, parliamo dell'elefante (un giovane elefante di cinque anni che destava la curiosità dei parigini); è la sola bestia di una certa importanza di cui si possa parlare, in questi tempi, senza pericolo». (Grimm, “Correspondance”). Ma “Parliamo dell'elefante”, secondo Pierluigi Battista, è un titolo che depista: perché in queste pagine accade proprio il contrario, “non si capisce bene con quale grado di consapevole sfrontatezza”, perché si va allegramente e con grande naturalezza a bucare l'omertà paracula dei contemporanei. Dando vita a uno stile che rimarrà impresso nella memoria degli italiani.
“Chi oggi ha meno di quarant'anni non può immaginare il fracasso, il frastuono, e anche la comicità di quella caccia alla fattucchiera. La Morante fu accusata di speculare sulla sofferenza, di vendere disperazione, di propagare pessimismo, di avere messo in commercio un romanzo 'criticabile dal punto di vista marxista-proletario' […] Finalmente ci fu qualcuno che si decise a parlare di 'romanzo popolare'” (Garboli, Introduzione alla Storia, p. IX. 1995). Già: augusti critici del “Manifesto” (insospettabili, eh?), nel 1975, scrivevano che questo era un romanzo “mediocre” e “borghese”, “da criticare da un punto di vista marxista e proletario”: perché?
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