Quinto libro di narrativa di Renzo Rosso, apparso a sei anni di distanza dalla raccolta di racconti “Gli uomini chiari” [Einaudi, 1974] e otto anni prima del velleitario e debole “Le donne divine” [Garzanti, 1988], “Il segno del toro” [Mondadori, 1980] è un romanzo allegorico e satirico, pretenzioso, apocalittico e fumoso.
“[...] e ci sono case belle, brutte, ci sono le stamberghe dei pastori, e quelle miserabili di certi contadini che probabilmente tu non hai mai visto; di dentro. Ma ogni casa, bella o brutta che sia ha qualcosa che non ha niente a che vedere col denaro, molto o poco o niente, di chi ci sta. Tu puoi prendere la più ricca, e la più povera e ti assicuro che io ne ho viste, e ti accorgerai che ognuna ha un tono suo, cioè come si dice?, un carattere. Come le persone. […] Tu prima parlando dei tuoi hai detto che sono melanconici. Il fatto è... è la vostra casa che lo è, ti giuro, non ti saprei dire che cos'è che dà quest'impressione, ma è così. Non ci vivrei mai” (Rosso, “La casa disabitata”, p. 91).
Sesto libro di narrativa di Renzo Rosso, “Le donne divine” (Garzanti, 1988) è un romanzo d'agnizione tragica e di nostalgia sconfitta. L'agnizione finale è quella della reale natura del rapporto tra lo “zio” e il “nipote” protagonisti del libro; la nostalgia è quella, dell'artista e forse del suo primo protagonista, per la lontana Trieste. Tecnicamente non è il miglior romanzo dell'artista giuliano, padre della “Dura spina”: è un buon libro esistenzialista, un po' mélo, politicamente velleitario (si dice e non si dice, ma appare il fantasma della spia triestina per eccellenza, l'assassino comunista Vittorio Vidali, stalinista: uomo lugubre, eppure amico di zio e nipote), morbosetto e febbrile.
L'ultimo libro di Renzo Rosso, “Un passato intenso. 36 anni in RAI” (Azimut, 2007) è un memoir fragile e semplice, scritto da un artista ormai ottantenne ma ancora lucido: abbastanza lucido da ricordare tutta una serie di episodi, e di persone, importanti nella sua vita e nella vita culturale e politica della nazione. Lettura sicuramente importante per studiosi e aficionado, giuliani e non.
Raccolta di undici racconti di Renzo Rosso, pubblicata da Einaudi nel 1974, “Gli uomini chiari” è stato il quarto libro di narrativa dell'artista triestino. Nella bandella, Italo Calvino scriveva che “Con questo libro, confermando la serietà del cammino intrapreso negli altri suoi, egli si classifica come uno scrittore che non somiglia a nessuno: un'immaginazione sempre ad alta tensione, nutrita insieme di precisione intellettuale e di accanita immedesimazione nel vivere la storia naturale e la storia umana come offesa, dilaniamento, strazio”.
Seducente rappresaglia all'oltranzismo xenofilo, la collana Novecento Italiano (ISBN Edizioni, Milano) diretta dal professor Guido Davico Bonino, si propone di restituire alla loro sacrosanta centralità opere letterarie del secolo scorso, dimenticate o trascurate dagli editori e dalle ultime generazioni di lettori e scrittori italiani.
“Se potessi farlo, saltando la realtà, preferirei proporre a ciascuno dei miei ipotetici lettori una narrazione viva, a braccio, di ciò che mi accingo a mettere per iscritto; innanzitutto perché un racconto autobiografico avrebbe molto da guadagnare dai segni ausiliari del viso delle mani e della voce, che contraddicendo spesso le parole pronunciate aggiungono alla loro superficie il profilo complesso degli impulsi più intimi; e poi perché dubito la materia sia del tutto degna di scrittura e in essa facilmente riproducibile, prova ne sia il fatto che ho aspettato quarant'anni prima di decidermi a stenderla”.
Romanzo storico ambientato una manciata d'anni dopo l'anno Mille, in una fase di drammatica decadenza civile, sociale e culturale, “Il trono della bestia” è la trasfigurazione della corruzione, della fatiscenza e dell'abnorme disordine della Romana Chiesa nel momento di massimo declino: quando si poteva diventare papa magari a vent'anni, e non senza robusti giochi di potere.
Esordio di Renzo Rosso, “L'adescamento”
(Feltrinelli, 1959) è una raccolta di tre racconti scritta con eleganza, profondità e personalità; premiata con diverse traduzioni all'estero (Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Russia), e salutata da Carlo Emilio Gadda con parole come queste: “Breve viaggio nel cuore della Germania è un racconto molto fine, molto intelligente: e ben costruito (…). Il tono linguistico, serio e senza orpelli ma non monotono”.
Quando ho saputo della morte di Renzo Rosso erano passati già due mesi dal suo decesso. Sono rimasto molto male. L'avevo conosciuto una sera al Barabook di san Lorenzo, qui a Roma. Gli avevo appena fatto la recensione del suo straordinario ultimo romanzo pubblicato con Azimut nel 2006 (e per questo, e per aver pubblicato anche i suoi ultimi due saggi, Guido Farneti dovrebbe essere insignito di un premio speciale – ma non lo faranno perché l'editoria è in mano a illetterati, spesso in malafede). La recensione era uscita su un giornale di partito che oggi non esiste più, lui era rimasto molto contento, io ammirato non solo dalla sua scrittura ma dalla sua mente geniale, e dalla sua statura di uomo modesto e colto.
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