“Recentemente un monaco cattolico mi ha chiesto il significato di sunyata, e io gli ho prontamente risposto: Non è affare tuo. Per quale motivo? Mi ha domandato sconcertato. La ragione sta nel fatto che la nozione di non sé, la mancanza di esistenza dell'io, avrebbe potuto seriamente interferire con il suo concetto di Dio Creatore” (Dalai Lama)
Si rivela essere un esperimento maldestro quello di gettarsi nel pieno di una storia di animazione costruita sul finire del secolo ormai trascorso. Alla nuova “generazione” non mi lega alcuna tenerezza d’infanzia, neppure attenuati ricordi che possano ingannare e, quindi, deviare la volontà da un giudizio spassionato. Smuovere la sabbia della nuova realtà d’animazione può a volte riservare sorprese di vario genere, piacevoli o meno dipende dai punti di vista e dallo stato d’animo del momento. Non sono nuova ad “esperimenti” di tal genere, ma questa volta c’era una vera e propria sfida da portare a compimento.
Le mie conoscenze relative alla Danimarca si limitano a pochissimi aspetti: Lars Von Trier, la reclusione di Louis Ferdinand Celine, i fratelli Laudrup, la sirenetta di Copenaghen e la comunità di Christiania. A qualcuno potrà già sembrare molto, in realtà è davvero poco, se si pensa che stiamo parlando di un paese europeo.
È stato per questo un piacere ricevere il romanzo “Spiriti ribelli” della scrittrice e giornalista danese Gretelise Holm che da quanto si evince dalle note biografiche è notissima al pubblico del Nord Europa per la serie di crime stories che ruotano intorno alla giornalista Karin Sommer.
Il titolo “Piccoli padri” al plurale è riferito a tutti quegli uomini, politici e studiosi che negli anni, forti di una convinzione federalista e spesso nell’ombra, hanno contribuito al consolidarsi della Comunità europea prima e dell’Unione europea poi. Dietro i “grandi padri” come Adenauer, De Gasperi, Schumann, Spaak, Spinelli c’erano tanti funzionari che lavoravano e organizzavano i lavori delle istituzioni con uno spirito di servizio ormai desueto; e questo libro, nel celebrare uno di loro, ci ricorda una politica che non era disgiunta da utopie difficilmente realizzabili, ma di cui avremmo forse bisogno come medicina per volare più alto e distanziarci dalle attuali mediocrità.
Senza dubbio il romanzo “Gotico americano” di William Gaddis, dato alle stampe nel 1985 e a cui Alet, dopo la prima edizione del 1990 presso la casa editrice Leonardo, con la traduzione rivista da Vincenzo Mantovani, restituisce piena dignità è una delle migliori opere letterarie che mi sia capitato di leggere da molto tempo a questa parte e che prevedo rimarrà tale per chissà quanto tempo a venire. Una volta terminata la lettura, nel giro di un paio di giorni avevo già steso una prima bozza di recensione pronta per essere pubblicata qui su Lankelot ma, mentre ultimavo le ultime correzioni, alcuni accadimenti hanno fatto sì che la prima stesura venisse cestinata senza nemmeno troppi rimorsi.
Toscana, 1878. Predicava giustizia sociale e fratellanza: fu “socialista senza saperlo”, sognando una società basata sui “principii socialisti del Vangelo”; “riuscì tuttavia, sia pure per breve tempo, a realizzare ciò che altri profeti, santi o squilibrati, avevano cercato di realizzare nei secoli passati: una comunità cristiana primitiva che contestava e rifiutava il presente e che si isolava dal resto del mondo costituendo una società autosufficiente, cementata dalla fede comune, che basava la propria sopravvivenza sul lavoro collettivo, la reciprocità e il baratto” (p. 101).
Sembra che questo libro (edizioni Mondadori, ahimé), abbia scatenato un piccolo caso editoriale, compreso di battibecco su un miniplagio di Augias in conclusione. Sembra che si tratti di un libro chiacchierato, pubblicizzato, indicizzato e ben distribuito. Sembra, scrivo, perché uno dei vantaggi di essere extracomunitari è la sostanziale disintossicazione da canali televisivi e simili, soprattutto se di berlusconiana influenza. Quindi questo libro mi è arrivato per via relativamente neutrale (regalo di compleanno), e ho potuto leggerlo con piglio imparziale.
Brigitte Brault vive una parte della sua vita in terra di Francia, come una qualsiasi ragazza occidentale, con buone possibilità di avere un lavoro normale a cui dedicare le energie quotidiane e dimenticare così le questioni familiari dolorose e irrisolte. Brigitte vuole o forse pretende di più, sentendo di poter sacrificare se stessa e le sue personali ambizioni per un qualcosa che non ha ancora un nome né un volto.
Nel 1975 Giorgio Manganelli si apprestava a prendere un aereo che lo avrebbe portato, quale inviato de “Il Mondo”, in un Paese che 14 anni prima aveva lasciato un forte segno nelle vite di Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, entrambi autori di originali memorie di viaggio impresse su carta.
“Infanzia è una corruzione di Ninfanzia: periodo della vita che l’uomo consuma sotto l’autorità di Anzia, ninfa delle primizie. (Anzia da «ante», prima)” (pag.573). Come si annuncia in prefazione, questa è la storia di un uomo “nato” sotto il sole di Atene che vivrà la maggior parte dell’infanzia e dell’adolescenza in mezzo all’aristocrazia europea e, da gregario qual era inizialmente, arriverà a rifiutarne integralmente l’abnorme ipocrisia. Dalla nascita di Nivasio, come per ogni bambino nato in Grecia, ci si aspettava il grido benaugurale della civetta, l’uccello che preannunciava la dea Minerva, svegliata per l’occasione dal sonno eterno.
Cioran provocava: “Il diritto di sopprimere tutti quelli che ci infastidiscono dovrebbe figurare al primo posto nella costituzione della Città Ideale”.
“Il corpo disteso di mia madre galleggia di nuovo sopra la mia testa, nello studio. Non ha più il letto che lo sosteneva. È avvolto da un lenzuolo bianco, di cui un pizzo scende da un lato. Sembra fasciata come una mummia bambina” (pag.61).
Uno scrittore che torna all’origine, nella terra–madre che lo ha visto nascere, crescere nella curiosità dell’infanzia, tra le macerie del terremoto, tra le miserie della guerra, diventare ragazzo sradicato dalla certezza primordiale e poi uomo, in una città piena di luci, di colori, di vita frenetica, assente, borghese.
Lotta contro le ingiustizie, combatti la menzogna, non aver paura di essere forte: rifiuta i compromessi, opponiti alle astuzie e ai sotterfugi, rivendica la verità – per quanto ti sia possibile riconoscerla – e rigenerati dedicandoti allo studio delle arti e delle scienze. Vivi con intensità, nemico dei pregiudizi e delle false morali borghesi. Non abiurare la tua essenza. E che il tuo egoismo sia sempre altruista: come è scritto nell'essenza e nella storia autentica della tua razza – la razza umana.
La copertina in perfetto stile Guanda, strilla che siamo di fronte ad un libro da non sottovalutare e snocciola grandi nomi spendendosi in prodighi parallelismi che iscrivono Auslander nell’ambito di quell’illuminata schiera di ebrei illustri, da Roth a Groucho Marx, passando per Woody Allen non senza trascurare Richler e la recente scoperta del Jacobson di Kalooki Nights, ch
Non sono in grado di affermare se l’ultima fatica letteraria di Karol Wojtyla “Memoria e Identità. Conversazioni a cavallo dei millenni” si possa in qualche modo considerare una sorta di testamento spirituale, espressione vaga che sa tanto di luogo comune.
Rimane il fatto, incontestabile, che il libro, al di là dell’evento editoriale proprio dello scritto di un Pontefice, vuoi per i grandi temi della Storia, filosofici, politici, vuoi per gli inevitabili spunti di riflessione, farà discutere ancora a lungo.
Commenti recenti
6 min 7 sec fa
16 min 17 sec fa
1 ora 4 min fa
1 ora 29 min fa
1 ora 30 min fa
2 ore 9 min fa
2 ore 54 min fa
3 ore 1 min fa
3 ore 5 min fa
3 ore 36 min fa