Recensione idiota.
Ma insomma, com'è questa arte del piano B?
È un'arte artigiana, agricola, industriale, intellettuale, cazzona, pure.
Pure cazzona?
E certo. Quale arte non è un po' cazzona?
….
Ho esitato a lungo prima di prendere carta e penna e buttare giù alcune impressioni sul libro di Gianfranco Franchi. Tutt’altro che digiuno di musica pop pock, non sono però un espertissimo nel ramo e – con qualche ragione – ho voluto approfondire un po’ di temi prima di sparare parole in libertà; tanto più che proprio in relazione al rapporto musica e testi, tempo fa mi erano passate sotto gli occhi delle interessantissime riflessioni, magari riferite al genere “accademico”, ma del tutto pertinenti anche per analisi di canzoni rock.
Infine ho deciso: questa non sarà una recensione vera e propria del libro di Gianfranco Franchi “Radiohead. A kid”, contenente tutti (o quasi) i testi, con commento, della band inglese da “Pablo Honey” a “In Rainbows”, comprese citazioni di b-side, cover, e canzoni dei gruppi che hanno preceduto la formazione definitiva della band. Non lo sarà perché, via, sono troppo legato ai Radiohead per, e legato pure al Franchi, per. Scriverò semplicemente una serie di cose che hanno a che fare più o meno con il libro, più o meno con i testi, più o meno con Franchi. Certo ci saranno critiche, lodi e via dicendo, aspettative, pure. Non lo so cosa scriverò, a parte che non penso ne verrà fuori una recensione. Quindi, comincio, ed inizio dall'autore.
Da bravo fan, aspettavo con ansia l’ultimo lavoro dei Radiohead. Comprato a prezzo simbolico da un amico, simbolicamente me lo sono fatto prestare. L’ho ascoltato e riascoltato, quasi fino a consumare lo stereo ed insieme le orecchie. Perché per i primi cinque giorni, il risultato e gli effetti che il disco aveva su di me, non erano affatto chiari: prima mi piaceva, poi lo odiavo. Poi si lasciava ascoltare, poi diventava un sottofondo fastidioso ed irritante per le mie vicende quotidiane.
Le canzoni giravano in rete già un mese prima dell’uscita ufficiale dell’album, e molti fan del gruppo di Oxford avevano preferito una copia masterizzata dell’ultimo lavoro dei propri idoli, invece di spendere venti e passa euro per l’ascolto. Ma, per chi aveva scelto i canali commerciali tradizionali, solo il 9 giugno 2003 “Hail to the thief”, l’ultimo lavoro dei Radiohead di Thom Yorke, faceva bella mostra di sé sugli scaffali dei negozi di musica.
Come in una favola rock, Thom Yorke, Ed O’Brien, i fratelli Jonathan e Colin Greenwood e Phil Selway, si conobbero fra i banchi di scuola della Abingdon School di Oxford. Thom Yorke suonava all’epoca nella punk band TNT assieme a Colin; passo dopo passo si unirono gli altri, iniziando a suonare assieme negli “On a Friday”, nome ispirato all’appuntamento che i quattro si erano dati per la prima prova.
The Eraser è ciò che vuole cancellare un passato. E' quello che blocca il ricordo, che non vuole vivere di futuro. E la predica di Thom Yorke è rivolta al Thom Yorke Eraser, che aveva lasciato il proprio passato in un angolino ad incubare l'influenza elettronica di Kid A e Amnesiac. Niente però è stato cancellato, tutto è ancora più vivo di prima: ritmi trascinanti di pad elettronici, bordoni insistiti di suoni in loop e la sua voce. Ci rituffiamo in un passato recente di elettronica Radiohead, abbandonata (solo per gli stupidi) in Hail To The Thief, ma che qui gioca un ruolo da protagonista.
“Hey, ragazzi, se fate sesso su questa canzone, siete davvero dei tipi molto strani!”, così Thom E. Yorke presentò ad un concerto Paranoid Android, la canzone che sicuramente più delle altre rappresenta Ok Computer, la terza fatica di questo quintetto proveniente da Oxford. Dopo il debutto con Pablo Honey, lo stupendo seguito The Bends, Ok Computer è la naturale consacrazione dei Radiohead, che in questo disco non sbagliano praticamente nulla, infarcendo con veri colpi di classe le 12 canzoni contenute in questo Lp.
Qualsiasi perplessità sull'opportunità di visionare questo film è sfumata non appena le note di “Everything in its right place” dei Radiohead, splendido incipit di quel gioiello sperimentale che è “Kid A”, si sono diffuse nell'aria. Non dubitavamo delle elettive preferenze rock di Cameron Crowe, memori del recente “Almost Famous”; dubitavamo della scelta di girare in America un remake di un film da poco apparso in Europa, con alterne fortune: “Apri gli occhi” di Alejandro Amenábar (1997).
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