Ho pescato questo libricino da uno scatolone, in fondo allo stand della Sellerio a "Più libri più liberi". Non sapevo neppure che Leonardo Sciascia lo avesse scritto. Leggo il risvolto di copertina: "Questo racconto-inchiesta è stato pubblicato nel 1971, ha avuto dalla critica – non soltanto italiana – un vasto ed entusiastico consenso, è stato ristampato nel 1977: ma resta, tra i libri di Sciascia, il meno conosciuto".
Credo sia soprattutto nei momenti di disorientamento, quando ai frantumi di un'epoca in caduta libera andrebbero opposti pilastri costruttivi per un tempo a venire, quando si sente il bisogno di porre fine alla putrescenza del presente e slanciarsi verso la costruzione di un ennesimo “nuovo”, che si avverte la necessità di riascoltare la Storia, di risentirne la voce e il monito; meglio ancora sarebbe andarsi a nutrire non tanto alla fonte marmorea da cui sgorga la Storia maiuscola, generalmente scritta e interpretata dal vincente, quanto ai mille rivoli particolari, alle storie minuscole, alle voci singole che declinano lo scorrere del tempo condiviso nei travagli emotivi indiv
“La stanza degli animali” è un racconto mosaicale, nero e lirico. È una discesa nell'abisso psichico di un personaggio che ha conosciuto la ferocia dei rovesci della sorte e ha saputo restare in piedi, sostenendosi forse soltanto con qualche verso. I versi sono questi qui: “C'era e non c'è la rosa: / ci resta della vita / questa memoria vana, frana rovinosa. //. C'era e non c'è la rosa: / cade nell'infinita / fine ogni cosa umana, / cade precipitosa. // Sotto perenne inverno / vive l'umana carne, / nulla verrà a salvarne / - tantomeno l'eterno. / C'era e non c'è la rosa / c'era e non c'è ogni cosa”. E questi versi suonano come un apocrifo di Dino Campana.
Una gatta grigia, meticcia, mezza certosina mezza romana, diciamo così. Un ragazzo di neanche vent'anni, irrisolto e inquieto, più degli altri adolescenti. La gatta è un cucciolo che sbanda sul fango gelato, mescolata ai suoi fratellini. Della mamma niente tracce. Manco dei fratelli, a dirla tutta, perchè prendono e svicolano come niente fosse, s'imboscano in una siepe e non si lasciano pigliare. La gattina è destinata a quel ragazzo. Si chiamerà Diana e significherà qualcosa. Per dire: significherà che la vecchia vita è terminata. Che si può andare incontro a un futuro diverso. A un altro microcosmo possibile. E che l'inquietudine non deve trascinare alla violenza. Semplice, a ben guardare: elementare. Ma l'innesco miagola, non sa parlare.
Tim King è un uomo sui quaranta anni. Ha una moglie e due figli. Una faccia rotta e imbruttita dai colpi ricevuti durante i tanti incontri di boxe disputati nel corso della sua vita. Siede a tavola, mangia quel poco che trova. Ed è l'unico in famiglia, quella sera, a poter mettere sotto i denti qualcosa: deve salire sul ring ed ha bisogno di energie. In realtà Tim vorrebbe mangiare una bistecca, ci pensa da quando si è svegliato al mattino. Ma comprare una bistecca non è possibile perché nessuno sembra più intenzionato a voler concedere altro credito a sua moglie Lizzie.
In A perfect day for bananafish di Salinger ci troviamo davanti due ambienti: quello chiuso di una camera d’albergo della Florida, infestato da agenti pubblicitari newyorchesi, dove Muriel parla al telefono con la madre, si occupa del bottone della sua camicetta comprata da Saks, strappa due peli da un neo, si lacca meticolosamente l’ultima unghia, quella del mignolo, e l’ambiente en plein air della spiaggia lì fuori, che Seymour (see more) affronta con un accappatoio di spugna, per nascondere a tutti il tatuaggio che non ha.
"Hills like white elephants" di Hemingway è tra i suoi racconti più brevi e più belli, una specie di breve atto unico. Un uomo (lo immaginiamo sui 30 anni) e una ragazza, Jig (di qualche anno più giovane) si trovano in una stazione ferroviaria nella valle d’ Ebro, aspettano che passi il loro treno, bevono birre e anis, vedono la cameriera sfilargli davanti attraverso una tendina di tubetti di bambù, ordinano di nuovo, consultano l’orologio e si consultano l’un l’altro. Su cosa?
Cos'è “Giorno d'estate”? Contestualizza e introduce a dovere il curatore della plaquette Via del Vento, il letterato Antonio Castronuovo: “Uscito su «La Revue des Deux Mondes», Jour d'eté fu il primo dei quattro racconti che Irène Némirovsky pubblicò sull'autorevole periodico letterario francese […] ed è inedito in Italia. È uno dei tanti racconti con i quali la N. collaborò a una nutrita serie di periodici francesi: oltre alla citata rivista, «Gringoire», «Candide», «Marie-Claire», «La Revue de Paris».
È un Proust in fiore; è un Proust ritrovato un questa scarna ma succosa novella pubblicata dalla casa editrice milanese La Vita Felice. Una chicca per appassionati, certamente, ma potrebbe anche rivelarsi anche un primo coraggioso tentativo di approccio all’opera immensa per chi non ha mai intaccato le pagine dello scrittore francese che dedicò gli ultimi quattordici anni della sua vita alla “Recherche”, chiuso nella sua stanza rivestita di sughero per isolarsi dai rumori del mondo.
Il re dei camosci e il suo cacciatore. Antagonisti e, per questo, intimamente legati. Avvicinati dalla stanchezza dell’età. Il bracconiere che ruba “sotto gli occhi del padrone di tutto” e il camoscio cresciuto da solo “senza freno e compagnia”. Due creature accumunate dalla diversità e dalla solitudine costruita per indole e per prendersi riparo dal resto.
L’animale è re e patriarca, ha conquistato la sua supremazia in duelli mortali, non risparmiando cornate micidiali agli avversari di stazza inferiore e di peggior talento. L’uomo discende da una vita tra gli uomini, approdato al bracconaggio “dopo la gioventù passata in città tra i rivoluzionari, fino alla sbando”.
Non parlerò del libro “An Education”, che non ho letto, né del film “An Education”, che non ho visto. Parlerò del racconto “An Education”. Quel racconto che nel 2003 la giornalista Lynn Barber ha pubblicato sulla rivista inglese “Granta” dal quale, nel 2009, è stato tratto l’omonimo film diretto da Lone Sherfig e sceneggiato da Nick Hornby.
“Sei lì da quattordici anni, uno uguale all'altro, mese, giorno, ora, minuto, uno uguale all'altro, sino ad oggi, fino alle undici e cinquantasette, quando, steso nel tuo stesso sangue, per la prima volta da quattordici anni ti accorgi di quanto bianca sia la luce dei neon” (p. 22)
Erri De Luca chiude il 2008 inaugurando la collana un racconto per Antigone. Scrive pagine che sono nodo a stringere la memoria intima con quella collettiva. Sceglie la terza persona per raccontare suo padre e il ricordo dei milleduecento giorni di guerra gravati sulla gioventù di quegli anni. Lo fissa in quello scorcio di storia, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre del ’43. In quelle settimane eterne, quando “tutto si giocava di ora in ora.
De Amicis scrive tenendo tra le mani un “esemplare mezzo sfatto della prima edizione di Jacopo Ortis” del 1802: è il 1907. A un tratto, allucinato dal frontespizio, immagina di vederlo animare e di sentire il libro parlare di sé; delle sue immediate fortune, della sua resistenza alla censura austriaca, del suo ritorno alla popolarità alla notizia della morte di Foscolo, nel 1827. Assieme, racconta dei suoi passaggi, da una casa all’altra, da una bancarella a una libreria antiquaria, da una vita all’altra, non escludendo, naturalmente, l’involontario sostegno al suicidio d’un giovane che viveva in una mansarda e le leggende apocrife sulle sottolineature autoriali: “Ecco la mia storia di centocinque anni, dal Consolato di Napoleone al Regno di Vittorio Emanuele III.
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