Questo “La notte dei petali bianchi”, esordio di Gianfranco Di Fiore, indie-rocker che si è occupato a lungo di cinema, è un romanzo che vuole fotografare certa provincia del Nord in questi anni a cavallo della crisi, crisi (cantava Bugo nel 2008 “Io lo leggo sui visi, dappertutto c'è crisi...”) ancora lontana dal risolversi, e che forse non si risolverà fino alla prossima. Narratore e protagonista della storia è Dante, 46enne guardia giurata che vive con la madre e gira di notte per lavoro tra fabbriche e capannoni e il bar della stazione di servizio, nel triangolo Brescia-Chiari-Rovato.
Sgangherata, liminare e blasfema, “La casa del sollievo mentale” è una satira allucinata e grottesca d'una vita di provincia sull'orlo del collasso: da qualsiasi punto di vista. Protagonista e comprimari sono più o meno coscienti di resistere in vita per la consolazione della follia; e quando manca quella coscienza, subentra l'estasi della stupidità, o della sconnessione. Oppure, incresciosamente e inaspettatamente, spunta fuori un passato tanto sporco che diventa impronunciabile – nero, nero profondo, e irrimediabile.
La vigliaccheria, la cattiveria e il degrado della società italiana sintetizzati in un racconto: un racconto ispirato a un fatto di cronaca avvenuto una manciata d'anni fa. Una coppia di ragazzotti, in un'oscura periferia italiota, per ammazzare il tempo aveva giocato a massacrare il cane di lei, e a filmare la scena con assurda freddezza; anestetizzati dall'inciviltà, non avevano avuto nessun freno, e nessun rimorso. Pizzicati e denunciati da qualcuno. Una manciata di polemiche sulla stampa locale e sui social network più popolani. Poi, più nulla.
Dramma borghese, generazionale ed esistenziale, “Lo sbaglio” [Rizzoli, 312 pagine, euro 18.50], secondo romanzo della scrittrice tarantina Flavia Piccinni, classe 1986, lucchese d'adozione, è uno spaccato d'un periodo di profonda decadenza e di confusione: individuale, sociale, estetica.
Un artista inespresso pieno di talento e di stile, incresciosamente e inspiegabilmente dimenticato dalla piccola e media editoria di qualità e di progetto: un'intelligenza letteraria notevole, uno spirito indipendente e ultrasensibile, una grande e contrastata personalità autoriale. Questo, oggi, è lo scrittore Andrea Consonni, lombardo, anarchico, classe 1979. A quasi otto anni di distanza dal suo secondo romanzo, “Wrong”, un libro fiutato e pubblicato da uno scout laterale di lusso come Gordiano Lupi, esce adesso il suo terzo libro di narrativa, “La maledizione degli affetti”.
“Dove abitiamo c’è poco, c’è sempre stato poco. Ci avevano promesso che col tempo le cose sarebbero cambiate, che questo era solo l’inizio, che in seguito avrebbero fatto scuole, biblioteche, prati curati e recintati, un cinema. Persino un cinema, ci avevano detto. Sono anni che abitiamo qui e quello che c’è è quello che c’è sempre stato: cemento, tanto cemento, un supermercato e un campo da basket, che poi a basket non ci gioca nessuno, a parte gli indigeni e solo di domenica.” (pag.8)
Ardian-Christian Kyçyku è uno scrittore balcanico, classe 1969, perfettamente bilingue: albanese, per sangue e per formazione culturale, e rumeno, per adozione culturale, estetica e politica. Non è l'unico scrittore albanese a incarnare questa commistione: sembra sia una sorta di tradizione albanese, quella di scrivere bella letteratura dopo aver vissuto un periodo in Romania, nutrendosi del respiro di quel popolo, e della dialettica con i suoi artisti. Kyçyku, in un recente e ricco scambio di battute con la stampa italiana, ha parlato di una “lunga e consolidata tradizione”, in questo senso. Interessante.
Questa raccolta di racconti sembra uscita da uno stato di dormiveglia. L'autore, nella sua premessa iniziale, pone l'accento su tre elementi portanti: l'acqua, il sogno, la follia; sono certo caratteristiche importanti all'interno del narrato, e facenti parte della sua scrittura, ma da lettore il senso complessivo che ne ho avuto, appena terminata la lettura, è stato quello di uno stato di dormiveglia. Sarà forse stato un influsso inconscio del primo racconto, che dà il titolo anche alla raccolta, dove “È una forma d'intimità, quella che più avvicina la scrittura al sonno.” (pag. 17).
“Per M. l'inattività di quelle ore libere era solo angoscia e anche dolore. Infatti per lui, uomo e non macchina, quelle due ore erano anch'esse il frutto di una convenzione, la convenzione della libertà, del tempo libero da occupare a piacimento. Senonché era proprio questa libertà, che lo angosciava. Egli non si rendeva ben conto del perché provava quei sentimenti, era però cosciente di provarli mentre le macchine d'ufficio non li provavano affatto. Eppure, riflettendo, non trovava alcuna differenza reale tra sé e quelle macchine, la loro vita era pressoché uguale: stessi orari, stesse pause, stesso riposo.
Enrico Astolfi, scrittore ferrarese classe 1976, accidentalmente originario di Magenta, alle spalle esperienze professionali tra Roma e l'Uruguay, ha esordito in narrativa pubblicando questa raccolta di quattro racconti, “Palude”, per una piccola e dignitosa libreria-casa editrice della sua città, Ferrara, La Carmelina. Secondo il suo concittadino e sodale Lorenzo Mazzoni, prefatore, in questo libro “Enrico lascia poco spazio al cambiamento.
My heart is broke but I have some glue / Help me inhale and mend it with you / We'll float around and hang out on clouds / Then we'll come down and I have a hangover, have a hangover/ Have a hangover, have a hangover. Dumb, Nirvana.
Questa è la storia di una donna comune che si accompagna, sfiorandoli, agli eventi di più generazioni. Gisella diventa una serva in casa di parenti, dopo la rovina del padre che perde tutto al gioco e con le donne. Gisella è una moderna Cenerentola che sa di possedere un bene per lei inestimabile, la sua bellezza, non provocante, non eccessiva, come andava di moda a quei tempi, ma dai caratteri fini e delicati che le avrebbero dovuto far trovare un buon marito.
“Perché la critica si sia tanto accanita contro questo romanzetto (fine di una ideale trilogia iniziata con Il prete bello, proseguita con Il fidanzamento) non so proprio. […] Non è certamente un capolavoro, questo lo so anch’io, ma visto nella trilogia ha un senso. […] Visto per la prima volta a distanza di quattordici anni dalle bozze di allora, è un ritratto, tra grottesco, lugubre e comico, della bigotteria italiana. Pare a me.[…] Molta poesia non c’é.
Nel 1953 quando scrive “Il prete bello”, Parise è un letterato che si trova a Milano per lavorare presso la casa editrice Garzanti. Sebbene sia contento della sua nuova attività, vive “ore di vuoto, di tristezza, di solitudine” nella grande città, specie la sera.
Commenti recenti
35 min fa
1 ora 2 sec fa
1 ora 11 sec fa
1 ora 40 min fa
2 ore 25 min fa
2 ore 31 min fa
2 ore 35 min fa
3 ore 6 min fa
3 ore 58 min fa
4 ore 52 min fa