“E io non ero il solo schiavo del mio istinto di nidificazione. Gente che conosco, che una volta andava a sedersi in bagno con una rivista pornografica, adesso va a sedersi in bagno con un catalogo dell’Ikea. […] Compro mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della mia vita. Compri il divano, poi per un paio d’anni sei soddisfatto al pensiero che, dovesse andare tutto storto, almeno hai risolto il problema divano. Poi il giusto servizio di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto. Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te.” (Chuck Palahniuk – Fight Club)
Grottesco, caotico, amaro e paradossale, l'atteso esordio di Chiara Moscardelli, scrittrice romana nata negli anni Settanta, è una tragicommedia generazionale, femminile e corrosiva. È narrativa di grande umanità, benedetta da una vera capacità di sorridere di tutto: e puntinata, qua e là, da una risata trascinante che sa surclassare tutte le ombre e tutto il male del mondo. Alla grande, e come niente fosse.
«Caro Bianciardi, tu non puoi saperlo, ma noi siamo la prima generazione di intellettuali-operai. Che buffo, una volta Flaiano ha scritto: “Non ci restano che gli artisti a voler sembrare operai”. Adesso lo siamo diventati per davvero, e non per posa snobistica. C'è stata una sottile evoluzione della specie umana: dal proletariato delle fabbriche siderurgiche e metalmeccaniche a quello dei plurilaureati. Oggi le classi meno agiate sono spesso quelle che hanno il più alto grado di istruzione. Senza soldi, senza futuro e senza nulla da perdere e da rimpiangere». Vero. Almeno: sin qua.
"Il paradiso della trottole - Storie e canzoni per bambini cresciuti" è un volume variegato e rischioso che unisce musica e critica sociale, parole e disegni. La musica, ascoltabile dal cd abbinato, e le parole sono della Banda Putiferio, definita da Gianfranco Manfredi nella prefazione in questo modo:
“Alla fine, dalla valigia, aveva tirato fuori un libro. Era un vecchio romanzo, 'La maschera di Dimitrios' di Eric Ambler, un autore che a lui era sempre piaciuto. Il romanzo cominciava con una frase alla quale sarebbe tornato più avanti nel tempo, quando Soula, da sconosciuta con la quale aveva scambiato solo poche battute all'aeroporto di Atene, sarebbe diventata la sua donna, lì in Grecia. La frase è: 'Un francese di nome Chamfort disse una volta che il 'caso' si identifica con la provvidenza'” (Zandel, “Il fratello greco”, p. 39)
L'arte d'essere precario nei primi anni Sessanta: per precisa e consapevole scelta esistenziale, nel tempo e nella società in cui, per buona parte dei nostri compatrioti, era ancora possibile suicidarsi professionalmente con garbo, e con un certo stile. Sbagliando tutto, ma con qualche garanzia di restare in piedi. Beati loro. Il supplente (Isbn, 264 pp., € 15) di Angelo Fiore, dimenticato e rimosso artista siciliano, è la trasfigurazione estetica delle esperienze d'uno scrittore laureato in Letteratura Inglese, che per campare – proprio come il suo antieroe, in questo romanzo – lavorava come impiegato ministeriale, ma poi un bel giorno aveva deciso di accettare una nomina da supplente in uno sperduto paesino dell'isola.
Il favoloso mondo del cinema non è estraneo alla recessione. Sembra, piuttosto, che tutta una serie di lavoratori stiano soffrendo difficoltà che larga parte della cittadinanza non conosce, non immagina nemmeno e fatica, in ogni caso, a credere possibili. Questo romanzo di Antonio Petrocelli, attore e scrittore italiano classe 1953, alla spalle un esordio letterario con prefatore d'eccezione (Sofri: “Volantini. Ora tocca a me partire”, 2001), serve fondamentalmente a questo: a informare e sensibilizzare la cittadinanza a proposito dello stato e delle condizioni di vita degli attori meno noti, e di tutti i precari (cronici) del mondo dello spettacolo.
Primo romanzo di Mauro Garofalo, giornalista e scrittore capitolino classe 1974, alle spalle un fortunato libro-intervista con Morgan (“In pArte Morgan”, Eleuthera 2009), “Iolavorointivu” (Alacran) è una vita agra catodica e ribelle, dominata da una impressionante capacità di assimilazione del lessico ultrainglese dell'informatica, del marketing e della comunicazione, capace d'essere a un tempo libro satirico di denuncia delle condizioni dei cittadini lavoratori nelle aziende contemporanee, a un tempo libro drammatico di sintesi e trasfigurazione del
Il fantasma di Francis Scott Fitzgerald infesta questo romanzo. È lo spettro della decadenza economica, sociale e politica d'una generazione, e d'una nazione, che non credevano di poter ritrovarsi a camminare sull'orlo del baratro con tanta facilità, e tanta impotenza. Chi scriveva questa storia leggeva Fitzgerald nel momento giusto; forse inconsciamente, o forse con un pizzico di malizia. Stiano come stiano le cose, in ogni caso questo è un libro che fa male, fa piangere di rabbia e di tristezza, fa sperare in qualcosa di diverso – nel popolo che torna a camminare per le strade, rivendicando giustizia, dignità, lavoro e diritti.
Scritto tra 2003 e 2004, pubblicato soltanto nel 2008 da Tespi, il diaristico romanzo di formazione “Dio è distratto”, ambientato tendenzialmente tra Roma e Amsterdam, è un'opera prima caratterizzata da due aspetti fondamentali: il primo – assoluto – è la relazione dell'io narrante con la scrittura, l'adesione e l'appartenenza alla scrittura, l'ossessione sacrosanta per la letteratura, la smania di poter riconoscere in sé una personalità autoriale; il secondo è la determinazione nello scolpire limiti, aporie, difetti e guasti della vita capitolina contemporanea, nella prospettiva d'un giovane emigrato in città con grande entusiasmo e grande coraggio; e un pizzico di disperazione, comune a tutti quelli che hanno dovuto lasciare casa e lacerare le proprie radi
Mi ricordavo di Silvio Soldini per il divertente e poetico “Pane e Tulipani”, film pluripremiato del 2000, ed Antonio Albanese come il mitico Alex Drastico, dunque mi chiedevo se fosse possibile che una simile accoppiata potesse dar vita ad un’opera che una parente mi aveva definito come :molto ma molto drammatica. Incuriosito, non ho chiesto ulteriori particolari e il giorno seguente mi sono avviato al cinema. Avendo visto il film e avendo visto le facce turbate delle persone che uscivano dalla sala, mi sono reso conto che forse Totò aveva ragione quando affermava che è più difficile far ridere una persona che farla piangere. I due quindi ci sono riusciti, eccome se ci son riusciti!
Franchi anarchico. Franchi apartitico. Franchi antiamericano. Franchi... a'stronzo? Quanti lettori di Pagano hanno seguito questa dinamica logica? Succede quando si ha a che fare con un libro così dissacrante. Franchi non risparmia nessuno, è verissimo. Ma a me vengono in mente domande diverse, domande che superano - o che provano a superare - la mia familiarità, seppur virtuale, con Gianfranco Franchi. Per esempio. Che aggiungere dopo le splendide pre e postfazioni di Gordiano Lupi, Patrick Karlsen e Francesca Mazzucato? Le ho lette come parte integrante di un parto maturo e, soprattutto, maturato. Invecchiato come il vino buono. Altra domanda.
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