Tenuta a battesimo da Mino Maccari nelle stanze del “Mondo” di Pannunzio, “L'Italia dei poveri” è un'appassionata raccolta di racconti-inchiesta firmati dal giornalista salernitano Giovanni Russo. Si tratta di scritti composti tra 1950 e 1957, senza pensare ad una futura pubblicazione in volume: sono pagine che erano rimaste, tendenzialmente, al di fuori dell'articolo commissionato dal giornale o dalla rivista.
“Oggi, quando si dice popolo, si fa della letteratura, una letteratura deteriore, elettorale, politica, parlamentare. Il popolo non esiste più. Tutti sono borghesi. Perché tutti leggono i giornali. Quel poco che rimaneva della vecchia, o meglio delle vecchie aristocrazie, è diventato piccola borghesia. L'antica aristocrazia, come le altre, è diventata una borghesia dei soldi. L'antica borghesia è diventata una borghesia squallida, una borghesia del denaro. Quanto agli operai, non pensano che a questo: diventare borghesi. Anzi, questo lo chiamano diventare socialisti.
Dobbiamo tornare ad avere rispetto della povertà. A esserne orgogliosi. A rivendicarne l'essenza. L'integrità. Sul Corriere della Sera, nel 1974, il grande Goffredo Parise insegnava: «Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l'automobile, le motociclette, le famose e cretinissime barche.
27 lettere scritte dal padre della “Disobbedienza civile” al suo primo discepolo, Harrison Blake, nell'arco di tredici anni: argomento principe, i consigli per il cammino spirituale di un giovane che sente di trovarsi a “tremare sull'orlo” del suo sentiero di ricerca. Un giovane che ha compreso che il senso della vita è “semplicemente, essere” ma non trova ancora la forza di essere fedele a questo principio, per vivere una vita semplice nel nome di Dio. “Blake! Blake! Are you awake?”, scriveva Thoreau nel dicembre 1856, dalla cittadina di Concord. “Blake! Blake! Siete sveglio? Vi rendete conto qual mattino sempre radioso sia questo?
“Io aspetto con ansia un'epoca in cui noi uomini non avremo più nulla da fare e ce ne staremo a letto fino a mezzogiorno, leggeremo due romanzi al giorno, ci ritroveremo tutti insieme per dei deliziosi tè delle cinque, e non ci affaticheremo il cervello con argomenti più ponderosi dello studio degli ultimi modelli di pantaloni e delle disquisizioni attorno alla giacca del signor Jones e sulla stoffa di cui era fatta e se gli stava bene o no. È una prospettiva gloriosa... per i pigri” (Jerome Klapka Jerome, “Pensieri oziosi di un ozioso”, capitolo “Sull'essere pigri”, p. 16).
Antonio Pennacchi ed Edoardo Nesi hanno raccontato, nei loro ultimi libri, il monumentale romanzo Canale Mussolini (Mondadori, 2010) e il drammatico memoir Storia della mia gente (Bompiani, 2010), la rabbia, l'amore, l'orgoglio e la dignità di due popoli, quello pontino e quello pratese, che hanno saputo imprimere il loro nome nella storia del Novecento.
Camus credeva che i critici francesi avessero trascurato la sua parte oscura, ciò che in lui c'era di cieco, e di istintivo, scriveva a fine carriera, nel 1959: in sostanza, ribadiva che si fossero interessati soltanto alle sue idee. Nelle “Voci del quartiere povero e altri scritti giovanili” (Rizzoli, 1974) possiamo ritrovare quel che d'oscuro e d'istintivo viveva nel giovane Camus, ventenne, nei primi anni Trenta: in quel giovane figlio di domestici, analfabeti, che considerava “il mondo irreale dei libri un Paradiso doppiamente riservato”, e che sognava, mentre scriveva, per dimenticare la sua “stanchezza”.
Parise di “Verba volant” è un Bianciardi liberal-democratico: stessa verve, stessa indipendenza, stessa schiettezza, diverso orientamente politico. L'iniezione di libertà di pensiero è tuttavia proprio la stessa, e così la sensazione che s'ha di fronte uno che non ha mai obbedito agli ordini di un partito, e non conosce ideologia diversa da quella letteraria.
Raccolta di dodici racconti, originariamente apparsi per Mondadori nel 1950, ambientati tendenzialmente tra la Nofi (Nocera Inferiore) e i vicoli di Napoli tanto cari all'artista, “Gesù fate luce” è un quaderno di prose caratterizzato da una scrittura carica, spumeggiante e ludica, innervata da uno spirito popolano e popolare irriducibile, facile preda di adattamenti teatrali per sketch o piccoli sceneggiati fondati sulla segreta (manco troppo, non sempre) essenza di Napoli, e sull'incredibile capacità campana di sopportare e rovesciare la miseria, le sofferenze e le sfortune. A distanza di sessant'anni, lo stile di Rea è decisamente e incredibilmente fresco, vivace e solare.
Drammatica e cannibalica allegoria della sofferenza del popolo italiano nei primi cinquant'anni del secolo scorso, “I Cariolanti” è un'opera letteraria che sprofonda nel male – e dal male lascia discendere e derivare una narrazione viscerale, rabbiosa e violenta, storia di miseria nera e di fame assoluta, di povertà e ignoranza, di straordinaria e incontrovertibile sconfitta del bene, e della speranza.
Non è facile raccontare Francesco d’Assisi senza farne un’icona devozionale e senza privarlo della sua potente carica innovativa, non solo per gli anni in cui è vissuto, ma per gli uomini di tutti i tempi. Padre Ernesto Balducci evidenzia il forte spirito profetico che animò il povero d’Assisi, che diventa così non un uomo del passato, ma un uomo del futuro, capace di prospettare in tutti gli atti della sua vita un’immagine completa di uomo nuovo, in perfetto stile evangelico.
Nel 1975 Giorgio Manganelli si apprestava a prendere un aereo che lo avrebbe portato, quale inviato de “Il Mondo”, in un Paese che 14 anni prima aveva lasciato un forte segno nelle vite di Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, entrambi autori di originali memorie di viaggio impresse su carta.
A un passo dal Settantasette, Roma: una generazione sta per sprofondare nell'ultimo illusorio movimento di protesta politica, sognando una rivoluzione rossa e antiborghese, per ritrovarsi infine a ricostruire, con pazienza, la propria identità individuale, lacerata e sbranata dalla farneticazioni del delirio collettivo comunista.
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