“Hey Mom, Where’s Timbuktu?” il terzo album degli svizzeri ticinesi Kovlo si apre e si chiude con un inserto vocale tratto da Apocalypse Now ed è un’atmosfera da apocalisse quella che si respira lungo le sei tracce che lo compongono. Post-rock all’ennesima potenza ma mai di maniera e sempre attento a cercare lievi spostamenti nelle partiture musicali ma soprattutto ad emozionare, a colpire il cuore.
"Sul versante opposto della valle la strada attraversava un terreno incendiato nero e spoglio. Tronchi carbonizzati e senza rami che si susseguivano a perdita d'occhio. Cenere che aleggiava sopra la strada e grappoli di cavi ciechi che penzolavano dai pali della luce anneriti gemendo piano nel vento. Una casa bruciata in una radura e più in là una distesa di praterie livide e desolate e una montagnola fangosa di terra rossa grezza con dei lavori stradali lasciati a metà, più avanti, cartelloni pubblicitari di motel. Tutto come una volta, solo sbiadito e sciupato dalle intemperie. In cima alla collina si fermarono nel freddo e nel vento a riprendere fiato. L'uomo guardò il bambino. Sto bene, disse lui.
Per ascoltare "Export for malinconique" album quasi interamente strumentale de "Il Cielo di Bagdad", trio di Aversa, è necessaria una premessa d'obbligo: per chi ama Sigur Ros, Olafur Arnalds, Mum, Boards of Canada, Explosions in the Sky, God is An Astronaut, etc, etc, "Export for Malinconique" potrà risultare eccessivamente derivativo tanto da spegnere tutto dopo due pezzi, stanco di tutti questi gruppi cloni (e in Italia gruppi di questo genere ne esistono a decine famosi e meno famosi, bravi e meno bravi, come Kobenhavn Store e Port Royal), per chi invece non conosce questi gruppi l'ascolto di questo disco sarà una piacevole sorpresa che li
Domenica. Mezzanotte o poco più. Un locale a Testaccio. In una Roma fredda e stranamente silenziosa. Pensavo di essere in clamoroso ritardo. Ma invece non era così. Anzi i The Mantra Above the spotless melt moon ancora dovevano iniziare a suonare. Il che mi fa pensare che era destino. Ero lì ed ero curioso. Una curiosità suscitata dall'ascolto del loro Ep Rooms con l'etichetta Rarenoise records.
Ho incontrato questo gruppo per puro caso, arrivando sul loro myspace da quello dei Manetti! e ho desiderato all’istante ascoltare l’intero album, sorpreso piacevolmente da linee melodiche d’infinita tristezza che mi ricordavano gli episodi più malinconici e dilatati degli Explosions in the Sky alla "Your hand in mine" (tra l’altro una meravigliosa canzone supportata da un video tristissimo che ogni volta che lo rivedo mi scendono le lacrime) coi loro finali sconquassanti e intrigato dal fatto che questi ragazzi, almeno da quello che mi era sembrato di capire (e magari mi sbaglio), fossero di stanza sul versante comasco del Lago di Como, a due passi insomma da casa mia.
Sperimentazione. Ecco di cosa avevano bisogno. Chicago, Illinois. Pieno fermento Grunge. Inizi anni novanta. I Tortoise scelsero un'altra strada. Post-Rock? E chi può dirlo. Sicuramente i tratti solcati, il minutaggio delle canzoni, il desiderio di non avere argini pre-calcolati ma ampie praterie dove poter sciogliere l'istinto e il talento musicale fu il desiderio, risuscito, di questa 'Super band'.

The Earth Is Not A Dead Cold Place Un titolo manifesto per un album di emozioni cristalline.
Quando ha iniziato a scorrere l’incipit, ”Dividing opinions”, che dà il nome anche all’album, ho subito capito che i Giardini di Mirò mi stavano per comunicare qualcosa. Emozioni e sensazioni, forti. Intense. Una traccia di soli 2 minuti che però ha in sé un incredibile impatto sonoro. Sfuocata dagli effetti della chitarra. Dalla voce di Jukka che guida la band in un’ascesa che potrebbe arrivare al muro. Ma che si ferma sul più bello. Collassando entra nella seconda traccia “Cold Perfection”, dal sapore vagamente Blonde Redhead.
Completamente disorientanti, intrisi d’atmosfere melanconiche, contraddistinti da un cura maniacale dei suoni. Senza alcun dubbio si può parlare di capolavoro per “Rock Action”, penultimo disco dei Mogwai, intenso concentrato di modernità e sentimento a cui non è possibile avvicinarsi senza partecipazione.
La musica dei Calexico risuona dei colori roventi dei tramonti di frontiera, nello spazio magico del deserto e delle sue notti sabbiose. Sono suoni caldi che ritornano nell’insolita combinazione di mariachi e ballate folk-americane, amalgamate nelle ombre di composizioni dal sapore jazzato, a cui Joey Burns e John Convertino – primo nucleo della band - hanno dato forma con il progetto dei Calexico.
E' meraviglioso pensare a quante cose si possono fare col silenzio.
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