Prima di aver letto “Il custode” non conoscevo il giornalista e scrittore Giampiero Cazzato e quindi davvero non saprei dire se la sua recente collaborazione a quotidiani e periodici dell’area di sinistra antagonista, ora extraparlamentare, risponda in pieno alle sue idee politiche e i suoi articoli abbiano o non abbiano mostrato una particolare ortodossia falce e martello.
Certo è che questa ortodossia non appare presente nel “Custode”, il libro che è biografia politica di Giorgio Napolitano ed anche sintesi, fino al novembre 2011, dell’attività di Presidente della Repubblica alle prese con la crisi istituzionale, la crisi economica e le parole in libertà dei nostri onorevoli.
“L'esodo fa parte della storia del nostro Paese. Come fanno parte della nostra storia, rispetto a questo specifico problema, le responsabilità di quanti nell'immediato dopoguerra mostrarono una preconcetta ostilità contro i profughi, ritenendoli solo una massa di fascisti in fuga da chissà quale paradiso socialista. Invece erano in gran parte italiani e per lo più povera gente, vittima di una politica di annessione che aveva tra i suoi primi scopi quello, come diceva Milovan Gilas, di 'indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo' dall'Istria” (Diego Zandel).
"Il libretto viola” è un bel libro e non nell’accezione più semplice e ovvia del termine, è un bel libro non solo per il suo contenuto interessante, ma per la sua componente estetica che va dal formato alla copertina di Maurizio Ceccato, dall’aspetto generale fino al dettagliatissimo colophon che recita “Qui finisce il libro… Ma non finisce qui” e una miriade di notizie precise ci illuminano sui materiali che hanno consentito la realizzazione del libro, nel rispetto dell’ambiente.
Sino a oggi, mancava un contributo fondamentale per orientarsi a dovere nel dibattito storiografico sul confine orientale, nella drammatica contingenza della Seconda Guerra Mondiale e della questione di Trieste: quello relativo alle relazioni tra partito comunista jugoslavo e partito comunista italiano. Entrambi subordinati all'Urss, i partiti comunisti IT e YU si trovarono tuttavia a dover fronteggiare la dolorosa questione di Trieste, delle cittadine dell'Istria costiera, di Fiume e di Zara, città storicamente popolate da una maggioranza assoluta di cittadini di lingua e cultura veneta (traduciamo: italiana), mai messa in discussione da niente e da nessuno. Ma la Jugoslavia di Tito le reclamava a sé, mentre l'Italia non aveva intenzione di perderle.
"Maledetto il Paese in cui i cittadini non mangiano lo stesso pane e non parlano la stessa lingua", scrisse qualcuno. Condannato a non avere pace, si potrebbe aggiungere, quel Paese che non si riconosce nella stessa storia, nella stessa memoria, nella stessa patria. Per animare un futuro estraneo alle discriminazioni e agli odii, per conciliare la memoria d'un popolo diviso, per restituirci una "realtà storica condivisa", Ugo Intini ha scritto questo strano e romantico ibrido tra un memoir e un libro di storia. "Perché tutte le grandi nazioni hanno fatto pace col proprio passato, ricostruendolo in modo condiviso e rendendolo uno strumento di unità".
Parte alla grande la nuova collana Rumore bianco diretta da Luigi Bernardi, ispirata al capolavoro di Don DeLillo e intenzionata a cercare uno squarcio di luce nel quotidiano. La grafica è a dir poco perfetta: libri agili, maneggevoli, belli da guardare, da sfogliare e da collezionare.
Parise di “Verba volant” è un Bianciardi liberal-democratico: stessa verve, stessa indipendenza, stessa schiettezza, diverso orientamente politico. L'iniezione di libertà di pensiero è tuttavia proprio la stessa, e così la sensazione che s'ha di fronte uno che non ha mai obbedito agli ordini di un partito, e non conosce ideologia diversa da quella letteraria.
Sorpresa: passati i sessant'anni, Carlo Cassola contraddice la sua estetica e si concede un romanzo storico. Storico e basta? Storico-politico, va da sé. E ben ideologico. Era il 1980, si viveva il clima politico del “compromesso storico”: s'andava cercando di fondare una solida e duratura alleanza tra le forze democratiche di centro e quelle di sinistra, riconoscendo fraternità o almeno similitudini tra il vangelo spirituale di Gesù e quello tutto materiale di Karl. Non tutta la sinistra era convinta dell'opportunità di questa scelta; non ne era affatto convinta la sinistra dogmatica, rivoluzionaria (e intollerante, e non proprio pacifista). Da posteri riconosciamo quanto sana e santa sia stata la scelta d'un sentiero dialettico e democratico.
“Il lungo esodo” (Rizzoli, 2005) è un saggio equilibrato, ben documentato e illuminante: argomento principe, esodo e ragioni dell'esodo dei giuliano-dalmati, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1954. Pupo riesce nella complessa impresa di offrire uno spaccato delle ragioni di tutti: dei vincitori della guerra, ossia i popoli slavi all'epoca confederati nella Jugoslavia, e degli sconfitti, ossia il popolo italiano che viveva in territori e città fondate dai loro antenati, nell'Istria Costiera, a Fiume e a Zara, e s'è ritrovato costretto a fuggire dall'occupazione militare comunista slava, dopo aver subito terrificanti violenze, cercando una difficile ospitalità in tante città italiane e poi all'estero (Australia in primis).
Per quanti, come me, sono nati alla fine degli anni Settanta, il fenomeno tutto italiano delle radio libere è quello cantato e mitizzato dal cinema in film come “I cento passi” di Giordana o “Radiofreccia” di Ligabue. Cosa hanno rappresentato? Il primo, la dimostrazione delle potenzialità politiche e di controinformazione della radio, in quel periodo; il secondo, l'espressione delle potenzialità estetiche, amatoriali solo ab origine, di una programmazione “altra” rispetto a quella dell'allora monopolio di Stato.
Radio Aut, radio libera di Terrasini, Palermo, attiva tra 1976 e 1978, era la radio di Peppino Impastato e dei suoi compagni. 98,800 mega hertz. La trasmissione principe era “fantapolitica”, “satirica” e “schizofrenica”: si chiamava Onda Pazza. Sigla, “Facciamo finta che tutto va ben” di Ombretta Colli. Si cavalcava l'Onda ogni venerdì: per rompere le scatole. In primis, a Tano Seduto – Tano Badalamenti.
Via del Corno è una strada come tante, tra Santa Croce e Palazzo Vecchio. Sullo sfondo, la Firenze degli anni venti, in un’Italia che attraversa un clima di repentino mutamento sociale e politico, con il Fascismo nella sua riottosa fase iniziale e la comunità spaesata e divisa, dubbiosa di fronte alla scelta da prendere nei confronti di un potere che sta, come un processo morboso e virale, infettando progressivamente ampie fasce della società.
Afferma a un certo punto la voce narrante, che Berlinguer tra la folla provava disagio, vi stava con la discrezione minuta della sua persona, e quasi sembrava scusarsi; che quando da essa s’involava un saluto diretto, o si dipartiva un gesto d’affetto a ghermirlo, lui, signore modesto e cortese, non trovava da rispondere che con «buona sera, come sta?»; che quindi non era, come si può ben intuire, uomo da pacche sulla spalla. Il documentario è del 1988: si situa, come dire, al di fuori di ogni sospetto, a data di molto precedente l’elevazione della pacca sulla spalla a sistema di governo.
Questo film è dedicato all'amore. Stavolta fraterno o comunque famigliare. Niente donne che scappano, oppure dissidi interiori, umanità che soffrono, maschi che scappano, insomma la eventualmente vostra e stramaledetta tragedia all'italiana. Una dimensione del privato proiettato e sostanziato dallo sfondo che ancora adesso desta interresse,rammarico, nostalgia e desiderio di capire. Parlo per me. Attenzione. E per molti altri. Siamo in tanti a volere. Questo. Inutile addentrarsi sulle molteplici verità storiche ed emotive e nel contempo nel pari numero di bugie più o meno ufficiali ed officiate che ad oggi sono tramandate per raccontare quel coacervo fascinoso e conturbante che furono gli anni Settanta e dintorni, in Italia. Io non c'ero. Volevo. Ma poi.
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