Ci sono un portoghese, un italiano e un inglese... È una barzelletta? No, se fosse una barzelletta ci sarebbero un tedesco, un italiano e un francese... O un tedesco, un francese, un italiano... Che è la stessa cosa. Già, cambiando l'ordine degli addendi...
Once there was…Es war einmal…C’era una volta una guerra, che suona più o meno come “c’era una volta un califfo per un un’ora”. Il titolo è volutamente provocatorio. John Steinbeck, scrittore americano versatile e fecondo, si è cimentato con un evento drammatico, la guerra, vissuta in prima persona, in quanto inviato al fronte. Da questa esperienza sono scaturiti una serie di “pezzi”, spesso scritti nei tempi impossibili richiesti dai giornali e in situazioni affatto comode, il cui contenuto non appare invecchiato neppure di un giorno.
Va in scena un invalidante difetto del parlare che in questo lavoro, a causa della personalità d’eccezione che ne è colpita, acquista una speciale risonanza. La valida sceneggiatura di David Seidler dà vita a una sorta di dramma da camera che si sviluppa principalmente attorno alla “strana coppia”, composta dal duca di York (futuro Giorgio VI) e il logopedista australiano Lionel Logue, pioniere nel trattamento della balbuzie, cui si affianca, seppure in posizione più defilata, Elizabeth Bowes-Lyon, la moglie del duca, nota in seguito come regina madre.
“Per M. l'inattività di quelle ore libere era solo angoscia e anche dolore. Infatti per lui, uomo e non macchina, quelle due ore erano anch'esse il frutto di una convenzione, la convenzione della libertà, del tempo libero da occupare a piacimento. Senonché era proprio questa libertà, che lo angosciava. Egli non si rendeva ben conto del perché provava quei sentimenti, era però cosciente di provarli mentre le macchine d'ufficio non li provavano affatto. Eppure, riflettendo, non trovava alcuna differenza reale tra sé e quelle macchine, la loro vita era pressoché uguale: stessi orari, stesse pause, stesso riposo.
Nelle società occidentali è più facile finire investiti da un'auto che essere picchiati, è più facile ritrovarsi senza casa che essere pugnalati, è più facile essere abbandonati dal proprio compagno, nell'arco di dieci anni, che ritrovarsi la casa svaligiata. E tuttavia moriamo di paura: per le cose sbagliate. E tuttavia concentriamo le nostre inquietudini sull'angoscia d'una possibilità d'aggressione, di una rapina, di una violenza. I media mainstream ci intontiscono con una pletora di dettagli e una valanga di piccoli aggiornamenti e di colpi di scena su drammatici episodi di cronaca nera che si ripetono una volta ogni tre anni: intanto ogni anno, per le strade, soltanto qui in Italia, muoiono 5000 persone.
A quattro anni di distanza dal premiato ma non del tutto convincente The Departed, Scorsese torna nelle sale con Shutter island, thriller dalle atmosfere cupe e tenebrose tratto dal romanzo L’isola della paura, del sempre più “saccheggiato” Dennis Lehane (lo splendido Mystic River di Clint Eastwood, e il meno noto ma non trascurabile Gone baby gone, di Ben Affleck).
THE ONLY THING WE HAVE TO FEAR IS FEAR ITSELF. Il filosofo norvegese Lars Svendsen fonda questo suo nuovo, polemico e intelligente pamphlet su una prospettiva liberale: è convinto che l'indesiderata e insensata cultura odierna della paura vada indebolendo la nostra libertà. È una convinzione che non possiamo non condividere. In gioventù abbiamo letto “La scimmia e l'essenza” di Huxley e abbiamo imparato che il potere si regge su tre pilastri: paura, nemico, nazione. L'unico dei tre ad avere senso e futuro è il terzo.
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