La bibliografia sulla P2 e sulla massoneria, deviata e non, è indubbiamente ampia, ricca di tomi approfonditi. Meno presente tra gli scaffali delle librerie semmai sono opere che, in attesa di ulteriori istant book che ci raccontino della P3, P4, Papa, Bisignani, Letta zio, sappiano offrirci una sintesi plausibile del malaffare e delle trame occulte connaturate alla nostra Italia gelatinosa.
Vi assicuro che vedere un titolo come “La trincea del premier e il piano B.” di Verderami sul Corriere della Sera, subito dopo aver finito di leggere l’ultima opera di Gianfranco Franchi, è stato un attimo spiazzante. Ma solo un attimo perché non ci vuole molto per capire come i due “piani B.” non abbiano proprio nulla in comune, non fosse altro che il “B” del premier è in realtà sempre il solito “piano A” per fare quello che ha sempre fatto, mentre il “B” virtuoso di Franchi rappresenta una guida “ludica, trasversale, solare e pop alla via di fuga”.
Luis Buñuel soleva dire che quando una trama l'annoiava, c'infilava un sogno. Ammissione che ben s'attaglia a buona parte del suo periodo messicano, improntato a una produzione alimentare in cui l'unico margine di libertà era l'inserimento random di un dettaglio stonato, di una zampata onirica. Fellini, da contro, aveva con i sogni un rapporto meno ideologico e belligerante. Ci si baloccava con gusto, li estraeva dalla tuba come un illusionista di provincia, e soprattutto amava pasticciare col cancellino da lavagna il famigerato confine tra realtà e fantasia.
Gli scrittori polemisti non esistono più?
Non è questo evidentemente il punto precipuo che interessa a Bruno Pischedda, autore della raccolta di saggi Scrittori polemisti
(Pasolini, Sciascia, Arbasino, Testori, Eco). Gli autori qui esaminati, concentrati in un tempo preciso del secolo scorso compreso tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta si differenziarono rispetto alla generazione precedente per la loro uscita dal paradigma gramsciano dell’intellettuale organico. Quand’anche “di sinistra” infatti, lo furono in modo problematico, mai sereno o compiuto, in nessun caso marxisti a pieno titolo e nemmeno neo-illuministi senza se e senza ma (a parte forse Arbasino).
Saranno grossomodo le cinque del mattino, ad Adana negli anni Sessanta, quando l'occhio filmico di Yılmaz Güney si apre in bianco e nero su un mezzo della nettezza urbana che, spruzzando acqua a destra e a sinistra, pulisce le strade. Imperturbabile quel camion netturbino passerà implacabile a scandire varie sequenze, immagine-messaggio. Il film esordisce immediatamente in regime di metafora: infatti un mezzo così moderno (per quegli anni, si intende) e avanzato, in un luogo così povero e affollato del sud turco, da cosa ripulisce le strade e i viali alberati della borghesia impiegatizia, a prima mattina?
“Una volta in scena come capisce se lo spettacolo funziona, se interessa il pubblico?
Secondo della trilogia autobiografica iniziata con “Infanzia” e terminata con “Vergogna”, “Gioventù” è un vero e proprio romanzo di formazione, in cui l'intera narrazione ruota attorno alla ricerca dell'identità.
In uno dei più bei racconti dei “Sillabari”, “Amicizia”, Parise descrive un uomo che sembra somigliare molto all'archetipo del cantastorie, del moderno narratore: “Sapeva fare una cosa sola nella vita, cioè osservare nei particolari (sempre mutevoli) gli altri nove e il tempo, sperando e studiando il modo, senza che nessuno se ne accorgesse, che tutte queste cose fossero in armonia tra loro” (p. 31). Ecco – questo è quanto intendeva fare lo stesso artista vicentino, ideando quel leggendario lavoro quotidiano di poesia in prosa che sono “I sillabari”.
Questa nuova, elegante e minimale plaquette Via del Vento ospita la trascrizione di un inedito intervento-conferenza di Dario Bellezza tutto dedicato al suo amico e mentore Pier Paolo Pasolini: nella nota al testo, Roberto Mosena riferisce che la provenienza è un'audiocassetta registrata il 10 marzo 1983 in via Statilia, a Roma. Quel giorno, Bellezza, Pecora e la Spaziani commemoravano l'artista; l'edizione Via del Vento si concentra, con non poca saggezza, soltanto sulle parole del poeta Dario.
Per il recensore di turno non è certo agevole parlare di Franchi e della sua produzione. Il rischio che si corre, nel tentativo di condensare a beneficio del lettore i generi e le tematiche coi quali il nostro si è misurato, è quello di apparire giocoforza riduttivi, ammettendo in sintonia con Patrizia Garofalo, quando ne recensisce la silloge poetica “L'inadempienza” (Edizioni Il Foglio, 2008), “la dolorosa coscienza dell'insufficienza della parola”. Insufficienza, aggiungerei, nel rendere giustizia ai molti interessi coltivati e alle tante iniziative poste in essere dall'autore romano. Potremmo pertanto, in maniera ondivaga, muovere da un suo verso: “insofferente gigante di carta e fantasia”, che credo gli vesta addosso comodamente.
Nel 1975 Giorgio Manganelli si apprestava a prendere un aereo che lo avrebbe portato, quale inviato de “Il Mondo”, in un Paese che 14 anni prima aveva lasciato un forte segno nelle vite di Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, entrambi autori di originali memorie di viaggio impresse su carta.
Raccontare Roma attraverso la periferia: con tutto il sentimento e tutta la sensibilità di chi nella periferia (dalla periferia) ha imparato e vivere e conoscere l’Eterna. “I vecchi esultano la sera”, raccolta di otto racconti del poeta, scrittore e giornalista romano Fernando Acitelli, classe 1957, è un’interpretazione romantica, gentile e massimalista della vita dei figli del popolo della capitale, concentrata in primis sugli anni Cinquanta e Sessanta ma non estranea a immersioni nel presente (e inevitabili e sacrosanti omaggi agli illustri antecedenti: in primis, Pier Paolo Pasolini, protagonista di “Un pomeriggio del ‘55”).
Pasolini a Beirut: "Porcile".
Commenti recenti
0 sec fa
45 min 55 sec fa
52 min 2 sec fa
56 min 3 sec fa
1 ora 27 min fa
2 ore 18 min fa
3 ore 12 min fa
3 ore 39 min fa
3 ore 40 min fa
4 ore 25 min fa