Sull’identità vicentina e altro – 2.
Sull'identità vicentina e altro - 1
“Per M. l'inattività di quelle ore libere era solo angoscia e anche dolore. Infatti per lui, uomo e non macchina, quelle due ore erano anch'esse il frutto di una convenzione, la convenzione della libertà, del tempo libero da occupare a piacimento. Senonché era proprio questa libertà, che lo angosciava. Egli non si rendeva ben conto del perché provava quei sentimenti, era però cosciente di provarli mentre le macchine d'ufficio non li provavano affatto. Eppure, riflettendo, non trovava alcuna differenza reale tra sé e quelle macchine, la loro vita era pressoché uguale: stessi orari, stesse pause, stesso riposo.
L'Italia del boom economico è qualcosa di cui la mia generazione ha sentito parlare. Tendenzialmente ne abbiamo sentito parlare con entusiasmo e con orgoglio: e siamo sempre rimasti increduli, e più passa il tempo più quelle storie s'ammantano d'un'aura leggendaria. Perché noi siamo diventati adulti nell'Italia della recessione, della distruzione metodica dei diritti dei lavoratori, del turbonepotismo e del turboclientelismo. Quando qualcuno ci racconta gli anni del boom economico ascoltiamo le sue storie a bocca aperta, come i bambini di fronte alle favole. “Ho comprato casa spendendo pochissimo!”, ti dice un genitore. E l'altro ti dice “Ho trovato lavoro vincendo un concorso: ed ero soltanto diplomato!”.
Il viaggio orientale in Parise e Troisio, due modi opposti di vedere il mondo e di interpretare la realtà, la realtà fascinosa e degradata dell’Oriente, una realtà però vista in tempi diversi, la Cina della rivoluzione culturale per il primo, la Cina degli anni fine Ottanta-inizio Novanta per il secondo. Negli anni Sessanta, al pari degli intellettuali della sua generazione, come Pasolini e Calvino, Goffredo Parise attraversa un periodo di profonda crisi identitaria.
“Perché la critica si sia tanto accanita contro questo romanzetto (fine di una ideale trilogia iniziata con Il prete bello, proseguita con Il fidanzamento) non so proprio. […] Non è certamente un capolavoro, questo lo so anch’io, ma visto nella trilogia ha un senso. […] Visto per la prima volta a distanza di quattordici anni dalle bozze di allora, è un ritratto, tra grottesco, lugubre e comico, della bigotteria italiana. Pare a me.[…] Molta poesia non c’é.
Nel 1953 quando scrive “Il prete bello”, Parise è un letterato che si trova a Milano per lavorare presso la casa editrice Garzanti. Sebbene sia contento della sua nuova attività, vive “ore di vuoto, di tristezza, di solitudine” nella grande città, specie la sera.
“Sono dovunque le anime a Roma. Come i vivi, vagano tutto il giorno. Come i vivi, non sanno più chi sono”. E vagano per piazza Venezia, i morti, intrecciando il loro destino a noi che siamo rimasti. Allora Roma è una città piena di fantasmi, perduti e confusi, incapaci di ritrovare la strada: vivi, a dispetto della loro morte, ma non sempre a proprio agio con gli altri. Sembra quasi di ritrovarsi, ambientazione a parte, nell'opera prima del giovanissimo Parise, Il ragazzo morto e le comete (1950).
“Una volta in scena come capisce se lo spettacolo funziona, se interessa il pubblico?
In uno dei più bei racconti dei “Sillabari”, “Amicizia”, Parise descrive un uomo che sembra somigliare molto all'archetipo del cantastorie, del moderno narratore: “Sapeva fare una cosa sola nella vita, cioè osservare nei particolari (sempre mutevoli) gli altri nove e il tempo, sperando e studiando il modo, senza che nessuno se ne accorgesse, che tutte queste cose fossero in armonia tra loro” (p. 31). Ecco – questo è quanto intendeva fare lo stesso artista vicentino, ideando quel leggendario lavoro quotidiano di poesia in prosa che sono “I sillabari”.
“Morire sarà una grande meravigliosa avventura”, scriveva Barrie in “Peter Pan”; forse perché, come cantava un poeta romano, giovanissimo, negli anni Settanta, “Ferirsi non è possibile / morire meno che mai / e poi mai” (“Pezzi di vetro”, 1975).
“Non credere nel silenzio, viaggiatore, non bisogna aver fede nel silenzio; è una truffa, una trappola, qui non c'è il silenzio e perché mai dovrebbe esserci? Provati a pensare, che moltitudine. Una moltitudine? Tu dimentichi troppo spesso. Tu hai fede nel silenzio. Perché una moltitudine dovrebbe restare in silenzio? È assurdo! Perchè? Rispondi! Dorme. Ed io non ho più parole” (Parise, “I movimenti remoti”, p. 73).
Ci sono due modi per presentare un libro doloroso e documentato come questo. Primo modo. “Guerre politiche” è l'ultimo frammento di Parise ragazzo, reporter adulto che prende e va a raccontare le guerre, in prima linea. Tornato, smette di sentirsi giovane. Era partito per amore del rischio, per inquietudine, per curiosità. Per informare i lettori della sorte di ragazzini di quindici, sedici anni, mandati al macello in guerra. Ma quando questo volume vede la luce, nel 1976, Parise non ha più voglia di viaggiare. Perché giovinezza è anche resistenza della mente e del cuore di fronte ai grandi dolori dell'umanità (p. 15). E non è una resistenza infinita.
Parise di “Verba volant” è un Bianciardi liberal-democratico: stessa verve, stessa indipendenza, stessa schiettezza, diverso orientamente politico. L'iniezione di libertà di pensiero è tuttavia proprio la stessa, e così la sensazione che s'ha di fronte uno che non ha mai obbedito agli ordini di un partito, e non conosce ideologia diversa da quella letteraria.
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