Parigi, 16 luglio 1942, durante l’occupazione tedesca della Francia. Sarah Starzynsky, una bambina ebrea di dieci anni, sta giocando con il fratellino Michel quando, all’improvviso, sente bussare con energia alla porta; lì per lì pensa che sia il padre, salito dal suo nascondiglio in cantina.
Cos'è la realtà? La realtà è tutto quel che riesco a raccontare: tutto quel che posso osservare: tutto quel che conosco e posso nominare. È tutto quello che mi colpisce; quello che riesco a guardare; quello che arrivo a capire. Il segreto della realtà è che non è niente affatto condivisa. Perché la realtà dipende dalla mia conoscenza, e dalla mia sensibilità. La realtà è uno sguardo che cambia. E il principio della realtà è, semplicemente, essere intesa. Conosceva questo segreto un poeta francese, di sangue polacco e cultura ebraica; si chiamava Georges Perec e per tre giorni di seguito, nell'ottobre del 1974, decise di restare a guardare tutto quel che succedeva in place Saint-Sulpice, a Parigi, passando da una panchina a un tavolo di un caffé.
Gil, il protagonista di “Midnight in Paris”, è una Cenerentola al contrario. Nella favola, a mezzanotte, si ritornava alla vita agra; qui, invece, allo scoccare del nuovo giorno, succede il contrario, nasce la magia.Gil è un ordinario scrittore di sceneggiature, in vacanza a Parigi con la fidanzata californiana e i futuri suoceri, sostenitori del Tea-party, ricchissimi che lo considerano cheap, oltre che senza qualche rotella. Lui sta scrivendo un romanzo su un Negozio di Ricordi, capace di vendere i souvenir e, forse, anche il passato. In questo senso, il film può essere considerato un’opera meta-letteraria, visto che l’ assunto di esso è che ogni nostalgico può ritornare indietro alla propria età aurea.
Parigi è considerata la città dell’arte per antonomasia, dagli americani amanti del Vecchio Continente, e forse non soltanto da loro. Parigi per costoro è il tempio dell’arte tout court: poesia, letteratura, pittura, musica, cinema, danza e tutte le contaminazioni immaginabili tra le arti sono possibili in questo luogo cantato, evocato, ritratto e descritto con dovizia di particolari, nel tempo, dagli artisti stessi che vi hanno soggiornato. Chiedere loro perché Parigi è così magica, unica, il simbolo dell’estetica e della bellezza, del fascino romantico, retrò e al contempo innovativo delle epoche che si succedono è una domanda quasi superflua.
Eco non si smentisce mai e ci propone un romanzone poderoso, straripante di personaggi (realmente esistiti e fa piacere ritrovare letterati come Dumas e Nievo), dalla trama complessa e con un’unica figura inventata, il protagonista Simone Simonini, un abile e cinico falsario buongustaio, privo di scrupoli e capace di uccidere pur di salvaguardare sé stesso e le proprie menzogne. Simonini è un individuo sgradevolissimo e antipatico come pochi, bisogna osservare che da questo punto di vista, Eco non ha mezze misure. Per una presentazione generale del romanzo rinvio alla recensione di Monna Lisa http://www.lankelot.eu/letteratura/eco-umberto-il-cimitero-di-praga.html-0.
“Ho pensato spesso che la vita che mi è toccata ha avuto – in ogni tempo e in ogni luogo – un punto fermo e immutabile: la precarietà di un futuro sempre e comunque ignoto. In Francia, come negli altri Paesi in cui sono stato vagabondo, soldato, studente liceale o viaggiatore mio malgrado, non sapevo mai che cosa ne sarebbe stato di me e se, in seguito agli infiniti rivolgimenti di cui ero testimone e parte, mi sarei ritrovato in Turchia o in America, in Francia o in Persia; e anche a Parigi, nonostante un lavoro decisamente monotono, provavo sempre, ogni giorno, la stessa sensazione che avrei provato seguendo il corso di un ruscello che finiva puntualmente per insabbiarsi” [Gazdanov, “Strade di notte”, p. 167].
“Seppe riconoscere il genio di Jarry, del doganiere Rousseau, di Picasso, di De Chirico, di Derain. Mentre Paul Valéry poteva sembrare un attardato, al suo cospetto. Per Philippe Soupault, Apollinaire non era un capo ma un 'fusée-signal'. Era contagioso, non aveva bisogno di persuadere, di spiegarsi. Bastava sentirlo parlare per credere alle sue parole. Dubitava poco e chi lo seguiva migliorava i suoi versi. Quanti fantasisti o neoclassici non sarebbero mai nati senza di lui? Era triste ma non disperato. Aveva il senso della novità. Non si dichiarava, tuttavia, mai rivoluzionario, e chiamava 'sorpresa' lo 'scandalo'. Se qualcuno gli resisteva la sua risata diventava irresistibile. Voleva distruggere per ricreare” (Renzo Paris su Apollinaire, pp.
Maria Schneider muore a 59 anni a Parigi, vittima di un male che non perdona. La ricordiamo come attrice simbolo di un film massacrato dai censori, che lei non amava e che per anni è stato come un macigno sulle sue gracili spalle: "Ultimo tango a Parigi".
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Cominciando a parlare di poesia turca per Lankelot, si deve cominciare dal poeta Yahya Kemal (1884-1958). Basta infatti uno sguardo alla data di nascita per capire che egli visse la sua maturità artistica negli anni in cui profondi rivolgimenti avvenivano nel mondo “turco”: crollava un impero, avversato dall'interno e dall'esterno, e nasceva la forza identitaria che si sarebbe opposta al colonialismo europeo e che dalla carcassa dell'impero avrebbe fatto nascere la moderna Repubblica, così come, secondo la quarta delle Georgiche, nacquero le api dalle carcasse dei buoi.
"Non ci vedo nessuna fortuna nell'essere morti." (Derek Raymond)
Cesare de Seta guarda alla Storia in retrospettiva, sceglie il terreno infido di una stagione la cui eco ancora stenta a spegnersi, ma ripercorre i clamori della primavera 1968 da un'angolazione intimista, servendosi di uno scrivere dallo stile lirico, a tratti di un'ironia irriverente, che dà luogo ad un romanzo psicologico in terza persona, capace di restituire l'illusione di un'età bugiarda in tutte le sue infinite sfumature.
IN TEMPESTA IO MATURO (CRESCO, E MI PLACO)
“Irradiazioni” è il diario della seconda guerra di Ernst Jünger: il suo “contributo intellettuale” all'atrocità commessa dall'uomo a metà del secolo scorso. Nell'introduzione, l'artista tedesco spiega che si tratta di un “sestetto di diari nati negli anni della Seconda Guerra Mondiale. La presente raccolta comprende le quattro parti centrali, mentre la prima è già comparsa col titolo 'Giardini e strade', e l'ultima ha ancora bisogno di un periodo di ulteriore maturazione”. Uscirà come “Die Hütte im Weinberg”, qualche anno dopo.
Invisibile come la verità che si nasconde tra le pieghe dei significati. Invisibile come il desiderio che distorce la percezione della realtà, confondendo i ricordi. Invisibile come la coscienza che domanda e tormenta e rimesta tra i pensieri senza tregua. Invisibile come il tempo che si consuma, spingendoci tra le braccia della morte. Invisibile come lo scrittore che scompare nella distanza che passa tra l'io e il lui delle sue pagine.
Auster sceglie l'ermetismo di un titolo che sa offrirsi quale chiave di lettura polivalente, in grado di sintetizzare l'essenza stessa del suo ultimo libro: un eccellente romanzo in quattro parti che ne confermano talento e ingegno.
"Il Futurismo ha insegnato che può essere bello l'atto più insignificante, l'istinto più elementare e più povero di sovrastrutture intellettuali. L'eternità è una fisima di poeti troppo seri e pretenziosi: si goda l'effimero, annunciò Marinetti, intuendo per primo che l'oggetto quotidiano, l'immagine pubblicitaria, il prodotto commerciale finiranno nei musei. La Pop Art, Andy Warhol, le esplorazioni musicali di John Cage, gli happening hanno molti debiti verso di lui" (GUERRI, "Filippo Tommaso Marinetti", pp. 82-83)
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