"Intanto, poco per volta, lentamente, stavo cambiando pelle, e gradualmente diventai un giovanotto in tutto e per tutto. Una fotografia scattata a quel tempo mostra un ossuto, alto contadinotto in scadenti abiti di scolaretto, dagli occhi smorti e dalle rustiche membra immature. Solamente la testa mostrava un po' di sicurezza e di precocità. Con una specie di stupore mi vedevo smettere le maniere proprie dell'adolescenza e attendevo, con oscuro presentimento di gioia, il tempo dell'Università[...]" (Hesse, "Peter Camenzind", cap. II)
Opera prima del 24enne regista newyorchese (ma d’origine italo-brasiliana) Antonio Campos, Afterschool è un film datato 2008 e uscito con colpevole ritardo in Italia, nel febbraio 2010, e ancor più colpevolmente passato come una meteora (una sola settimana di programmazione all’Intrastevere di Roma, figuriamoci nel resto della penisola, nonostante il passaggio a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”) nelle sale.
Sarà forse perché l'estate è la stagione che con le sue bordate di caldo torrido mi riconcilia col mio corpo, sarà forse perché non vedo il mare da tempo immemore, sarà forse perchè al mare ho trascorso giorni di indimenticabile serenità familiare, sarà forse perchè il mare mi ha salvato la vita, sarà forse perché durante le lunghe ore di autostrada la radio era sempre accesa su cassette di musica anni '60 italiana e anglosassone con canzoni da cantare senza nemmeno conoscerne le parole, sarà forse perché le strade deserte di una città in pieno agosto conducono ad una strana malinconia che mi fa continuamente pensare al passato, che mi rende più disposto a concedermi delle pause di svago, condite da semplicità senza troppi fronzoli intellettuali indispensabi
Esordio letterario di Ugo Mattone, alias Ugo Pirro (1920-2008), scrittore e sceneggiatore cinematografico, padre di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e di “La classe operaia va in Paradiso”, “Le soldatesse” (Feltrinelli, 1956; Bompiani, 1962; Sellerio, 2000) è un romanzo nato dalla sua esperienza di soldato al fronte, in Grecia. È una delle testimonianze letterarie più intense, crude e toccanti relative alla nostra scellerata occupazione d'una nazione libera, povera e culturalmente gemella, sin dagli albori della civiltà.
“All’improvviso e per sempre” è una lunga lettera. Unica voce narrante quella di Daniel Vento, uomo poco più che cinquantenne. Egli desidera raccontarsi, con totale sincerità, ad un interlocutore di cui si scopre l’identità solo al termine del libro. A lui Daniel scrive e descrive, passo dopo passo, ogni evento della sua esistenza.
Esordio letterario della scrittrice e femminista italo-svizzera Silvia Ricci Lempen, “Un homme tragique” (1991, Prix Michel-Dentan 1992) appare oggi in prima edizione italiana col titolo “Una famiglia perfetta” (Iacobelli, 2010). L'artista – racconta Silvia Rorato nella prefazione – nata a Roma nel 1951, è stata educata in ambiente francofono. Vive nella Svizzera romanda dal 1975, e si serve del francese come lingua di studio e di lavoro.
“Là dov'è la vigna di uve nere, non ci sono strade. È per questo che non si odono voci né cigolii di carri, né picchiettii di zoccoli di bestie. Il mare è troppo lontano perché il rumore che la tempesta fa quando sbatte contro la costa arricciandola di bianco possa salire fin lassù. Se il vento è favorevole, ne arriva un ansimare fioco e tramortito come di persona soffocata da un bavaglio; un ansimare che, per non essere percorso da altre varianti di suono, diventa un'aggiunta di silenzio” (De Stefani, “La vigna di uve nere”, X, p. 99).
Matteo Filippelli è nato nel 1993 a Bologna, dove vive e studia. Questo è il suo primo libro. E' una biografia speciale, il racconto lucido e maturo della sua vita e della malattia che lo accompagna fin dall'età più tenera: la distrofia muscolare. Matteo è un ragazzo che ha una sensibilità e un'intelligenza innate ed acute, dimostra fervida fantasia ed immaginazione che gli consentono di vedere in ogni aspetto e forma di vita, anche naturali, un segno di un Qualcosa di più grande che accompagna la nostra esistenza, di un significato che va oltre le cose e gli avvenimenti e al quale vita e avvenimenti e persone rimandano ogni giorno.
Primo romanzo di Mauro Garofalo, giornalista e scrittore capitolino classe 1974, alle spalle un fortunato libro-intervista con Morgan (“In pArte Morgan”, Eleuthera 2009), “Iolavorointivu” (Alacran) è una vita agra catodica e ribelle, dominata da una impressionante capacità di assimilazione del lessico ultrainglese dell'informatica, del marketing e della comunicazione, capace d'essere a un tempo libro satirico di denuncia delle condizioni dei cittadini lavoratori nelle aziende contemporanee, a un tempo libro drammatico di sintesi e trasfigurazione del
COMPRO ORO. PAGO IN CONTANTI. Di solito gialla in campo blu, la scritta dalla grafica un po’ distratta, sui cartelli pubblicitari o le insegne di negozi che abbiamo visto moltiplicarsi negli ultimi anni, porta il pensiero a vicende di guerra, monte di pietà, bisogni primari e, soprattutto, necessità di denaro subito. Ancora, porta alla mente un legame strappato, un oggetto caro tradito per forza di necessità, e di fame.
Fervore di Buenos Aires (opera prima di Borges) fu pubblicato per la prima volta nel 1923. La raccolta che leggiamo oggi è diversa dalla prima edizione. Le poesie di questo volume, che resta il migliore del grande poeta argentino, sono state sottoposte a revisioni e riscritture. L’edizione italiana pubblicata recentemente da Adelphi (pagine 198, euro 14) presenta per la prima volta un’appendice di diciassette poesie inedite e due prose.
Grazie alla curatela di Tomaso Scarano abbiamo l’opportunità di rileggere Fervore di Buenos Aires, uno dei punti cardinali della poesia mondiale.
“Sono dovunque le anime a Roma. Come i vivi, vagano tutto il giorno. Come i vivi, non sanno più chi sono”. E vagano per piazza Venezia, i morti, intrecciando il loro destino a noi che siamo rimasti. Allora Roma è una città piena di fantasmi, perduti e confusi, incapaci di ritrovare la strada: vivi, a dispetto della loro morte, ma non sempre a proprio agio con gli altri. Sembra quasi di ritrovarsi, ambientazione a parte, nell'opera prima del giovanissimo Parise, Il ragazzo morto e le comete (1950).
"In alto gli angeli arrotolano il cielo e lo portano via".
Le parole si ridefiniscono nell’immagine e la copertina introduce alla silloge nella solitudine poetica e realistica di un paesaggio dove la roccaforte diventa paradigma della propria interiorità. La luminosità che emana dal verde apre una possibile speranza allo sguardo sull’esistenza che pur sempre si stringe nella esistenzialità dolorosa di Cesare Pavese, autore amato fin dalla gioventù dall’autore Gianni Sassaroli.
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