“Morire sarà una grande meravigliosa avventura”, scriveva Barrie in “Peter Pan”; forse perché, come cantava un poeta romano, giovanissimo, negli anni Settanta, “Ferirsi non è possibile / morire meno che mai / e poi mai” (“Pezzi di vetro”, 1975).
“Avevamo ammucchiato mezzo metro di roba morbida, fra cui: due polverose valigie di pelle, una polverosa discreta quantità di carta e cartone, della tela che era appartenuta al catino polveroso di una tenda da campeggio (che si chiama catino lo so perché l’ho letto su una pubblicità), alcuni polverosi vestiti usati, due cuscini di un divano ormai dilaniato dalla polvere e dai ragni, alcuni polverosi sacchi di tela verde, il cui contenuto è rimasto ignoto. Ho pensato a Tex, alle notti accanto al fuoco da campo, al cielo stellato. Ho pensato che mancava un’armonica, anche se non sapevo suonarla.” (p. 20).
Prendi la rabbia e la passione rock di “Despero” di Morozzi, ibridale con un pizzico di sacrosanta sensibilità sociale e con una storia d'amore adolescenziale, ingiusta, bugiarda e sfortunata; shakera il tutto con l'incontro di un piccolo Jim Morrison con un produttore diverso da Paul Rothchild, proprio come succedeva nel film di Stone, e t'avvicini a un romanzo d'esordio che sembrerebbe giovanile e prevedibile. È qui che interviene il fattore Rotino.
Adesso è facile parlare bene di Silvia Avallone, fresco successo in narrativa con Acciaio (Rizzoli) - quinto nella classifica dei libri più venduti in Italia e in odore di candidature allo Strega - ma credo di averne diritto, per aver scritto di lei in tempi non sospetti, forse tra i primi, quando il fenomeno editoriale non era ancora esploso.
Un anno fa, studiando “Matto per le bambine” (Stampa Alternativa, 2001), sono partito in cerca di notizie su Lewis Carroll, nel web anglosassone. Ho scoperto qualcosa di incredibile: in mezzo mondo, ma non in Italia, era uscita una biografia che aveva travolto tutti gli studi precedenti sul papà di “Alice”, determinando la distruzione del vecchio “Carroll Myth”. Si trattava di questa “In the Shadow of the Dreamchild.
L’esordio cinematografico di Pupi Avati, datato 1968, lo vide cimentarsi in una sorta di horror grottesco dal titolo già ampiamente emblematico: Balsamus, l’uomo di Satana. L’opera contiene, senza ombra di dubbio, molte tracce del suo cinema successivo, soprattutto quello dei Settanta, periodo in cui gotico, fiabesco, grottesco e orrorifico si mescolarono sovente senza soluzione di continuità nei suoi lungometraggi. Si evidenziarono, comunque, una riconoscibile cifra autoriale e un’estetica ben delineata, oltre ché la scelta di una connotazione geografica ben precisa.
Storia di x, trentotto anni, alias Nicolò Maineri, trentaquattro anni. Nelle prime battute sta in aereo, a fianco del suo amico giudice. Il giudice è uno che ha bisogno di un'iniezione di morfina ogni otto ore. Nicolò sente mancanza di sua figlia, Ginevra, cresciuta e allevata dalla mamma. Manca poco a Caracas. A Caracas c'è un altro che ha cambiato nome, adesso è Ricardo. Prima era un brigatista rosso, e prima ancora un antico compagno – in tutti i sensi – di Nicolò. Adesso è uno da giustiziare. Come tutto il passato di quella generazione, che si sente fallita e si vuole autodistruggere. Ma non ne ha il coraggio, a ben guardare.
Opera prima di Malinda Lo, scrittrice e giornalista sino-americana, “Ash” è una Cenerella postmoderna, in salsa fantasy-saffica. È letteratura giovanile e giovanilista, caratterizzata da una buona vivacità espressiva e intervallata dalla narrazione di storie nella storia: nient'altro che le care vecchie favolette allegoriche di tradizione ultraclassica, raccontate con semplicità, femminilità e dolcezza. L'inversione del paradigma – l'alterazione del paradigma di Cenerentola – sta nel rovesciamento della centralità della figura maschile, del principe pretendente; qui piuttosto c'è un corteggiatore ossesso e sconfitto, e una outsider di lusso che conquista per sempre l'amore della protagonista. Cosa vi ricorda?
1888. Nell'oscura rivista studentesca «Science Schools Journals» della Scuola Normale di Scienze di South Kensington vengono pubblicati tre frammenti di un romanzo di fantascienza: “The Chronic Argonauts”, ossia “Gli Argonauti di Cronos”. Sette anni più tardi, quell'oscura rivista inizia a diventare leggendaria: ha pubblicato i frammenti prodromici alla creazione de “La macchina del tempo”. Autore, il futuro professor H.G. Wells.
Dan Fante, scrittore italo-americano classe 1942, è un figlio d'arte con piena dignità artistica, e discreta personalità autoriale. L'ombra del padre, John Fante, è quella scomoda e magnifica del genio. L'opera prima di Dan, “Angeli a pezzi” (“Chump Change”, 1998; IT, Marcos Y Marcos, 1999; 2010), è la difficile, tumultosa e sofferta trasfigurazione della sofferenza del figlio per la malattia e la morte del padre; coincide con un suo ritorno alla scrittura, e con l'agognata prima giornata di lucidità dopo anni di sbronze e di blackout figli dell'alcol, e della depressione.
Il soliloquio dell’uomo che parla con sé stesso, pensando di farlo con Dio, è forse, tra tutti i possibili, quello che sgorga più travagliato e solitario. Dall’Apocalisse, pietra tombale della parola di Dio nella storia, l’interlocutore dalla bocca sigillata si ostina al più sterminato silenzio. Emanuele Tonon, teologo, frate, aiutante in biblioteca, portiere di notte, corriere espresso e operaio in fabbrica, nato trentasette anni fa a Napoli e trasferitosi a Cormòns (Gorizia), prova prima a pregare, poi bestemmia e, esausto, rantola, a tratti. Il nemico è un romanzo scritto coi piedi penzoloni sul bordo dell’abisso e senza sconti.
Scritto tra 2003 e 2004, pubblicato soltanto nel 2008 da Tespi, il diaristico romanzo di formazione “Dio è distratto”, ambientato tendenzialmente tra Roma e Amsterdam, è un'opera prima caratterizzata da due aspetti fondamentali: il primo – assoluto – è la relazione dell'io narrante con la scrittura, l'adesione e l'appartenenza alla scrittura, l'ossessione sacrosanta per la letteratura, la smania di poter riconoscere in sé una personalità autoriale; il secondo è la determinazione nello scolpire limiti, aporie, difetti e guasti della vita capitolina contemporanea, nella prospettiva d'un giovane emigrato in città con grande entusiasmo e grande coraggio; e un pizzico di disperazione, comune a tutti quelli che hanno dovuto lasciare casa e lacerare le proprie radi
Storie di menti deviate, di vendetta, di violenza gratuita. Violenza malata, più che altro. Undici racconti accomunati più dal caso che da un rapporto reale (talvolta un immagine che conclude una storia si ritrova in quella successiva, talvolta il cane ritorna come figura più violata che feroce). I racconti, rigorosamente in prima persona, saltano da un’anima a un’altra – il cacciatore di taglie contemporaneo, il figlio psicotico di una coppia separata, il quasi ingenuo maniaco sessuale, il magnaccia e così via – aprendosi in brevi sipari dove la conclusione è generalmente la sorpresa che vuole stuzzicare il lettore più curioso. La linea della giovane Neo Edizioni parla chiaro: visione del mondo attraverso l’arte dell’eccesso.
Esordio di Renzo Rosso, “L'adescamento”
(Feltrinelli, 1959) è una raccolta di tre racconti scritta con eleganza, profondità e personalità; premiata con diverse traduzioni all'estero (Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Russia), e salutata da Carlo Emilio Gadda con parole come queste: “Breve viaggio nel cuore della Germania è un racconto molto fine, molto intelligente: e ben costruito (…). Il tono linguistico, serio e senza orpelli ma non monotono”.
Ventitre anni, giovane professore fresco di nomina, settentrionale. Una scuola sottoterra, dentro un precipizio, i pilastri come punte d'iceberg. Una scuola di paese, d'un paese che sembra vergognarsi che la scuola esista. Forse non è un caso che quella scuola sia sprofondata. E poi quella scuola è il viatico a una scuola peggiore, quella a cui il professore è stato assegnato, località San Francesco da Stimmate. Profondo sud – quello che le cronache si rifiutano di raccontare. Da quelle parti non c'è segnale per i telefonini, e nessuno tiene il telefono in casa: la scelta serve per evitare d'essere intercettati dagli sbirri. Da quelle parti manca il riscaldamento, spesso: perché le tubature vengono cambiate continuamente.
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