Diciamolo subito, fosse stato scritto da una donna sarebbe stato diverso. Un bello strappo al piagnisteo – al dolorismo, come lo abbiamo definito altrove – di troppa letteratura femminile, una sana dimostrazione di coraggio, e di buon gusto perché no.
"Avevano spento anche la luna" è il romanzo d'esordio di Ruta Sepetys. La scrittrice è nata negli Stati Uniti ma ha origini lituane. Come capita a molti autori, di recente, anche la Sepetys deve aver deciso, un bel giorno, di mettersi a scavare nel passato della sua famiglia, probabilmente alla ricerca di quelle radici che, prima o poi, chiunque vuole recuperare e comprendere.
Questo “La notte dei petali bianchi”, esordio di Gianfranco Di Fiore, indie-rocker che si è occupato a lungo di cinema, è un romanzo che vuole fotografare certa provincia del Nord in questi anni a cavallo della crisi, crisi (cantava Bugo nel 2008 “Io lo leggo sui visi, dappertutto c'è crisi...”) ancora lontana dal risolversi, e che forse non si risolverà fino alla prossima. Narratore e protagonista della storia è Dante, 46enne guardia giurata che vive con la madre e gira di notte per lavoro tra fabbriche e capannoni e il bar della stazione di servizio, nel triangolo Brescia-Chiari-Rovato.
Dalla cronaca di un fantastico incontro tra un marziano ed un siciliano in una sperduta campagna dell'interno della Sicilia, Filippo Martorana prende spunto per imbastire la trama di un'operetta civile dal sapore quasi anacronistico; tanto che il volume potrebbe considerarsi il tentativo di narrativizzare uno spaccato saggistico sul tema, in verità abusatissimo, della sicilianità.
Da molti commentatori e ascoltatori, con ovvi e naturali distinguo, è stato decretato questo come l'anno, musicalmente parlando, de I Cani con il loro album d’esordio “Il Sorprendente Album D’Esordio Dei Cani” (anche se a dire la verità molti dei brani che lo compongono erano già conosciuti dagli internauti e non solo). Se ne è parlato tanto, pure troppo magari, e ascoltatori e critici si sono spaccati a metà (anche se ho notato come i critici propendano per un giudizio positivo): amore o odio, antipatia viscerale o sballo primordiale anche per una sola canzone.
Se mi fosse chiesto di indicare fra i libri letti negli ultimi anni quale possa descrivere al meglio la deriva sempre più totalitaria intrapresa dagli Stati Uniti post-11 settembre citerei senza alcun dubbio “Callisto” di Torsten Krol, uscito nel 2007 e pubblicato nello stesso anno da Isbn.
Cantava l'eterno ragazzo di Trieste: “È nato un poeta che ama le belle creature della terra perché egli deve ridare puro il loro torbido pensiero, come acqua succhiata dal sole”; cantava così, quel ragazzo triestino, cent'anni fa, e cantava bene. Cantava la sua terra e il suo popolo, cantava la sua storia, cantava la sua essenza. Cantava come nessuno prima di lui. E io dico che Toni Bruna, proprio come Slataper, ha sentito la voce della sua terra: delle foglie, delle pietre, dell'acqua di Trieste. Ha sentito la voce della sua terra e ha scritto musica per quella voce: e così la sua musica è diventata come un richiamo.
Non credo che questo dittico d'esordio del teologo-operaio (come si autodefinisce) Emanuele Tonon sia stato scritto con l'intento di inchiodare i cattolici ingenui e teologicamente meno avvertiti, né tantomeno di fornire un supplementare appiglio agli sfegatati negatori del divino, gli indifferenti, gli atei convinti. Piuttosto nasce come esigenza di ricerca personale, folgorante restituzione in forma letteraria; declinazione narrativa di una ricerca teologica ancora in pieno fermento. Consumata dall'evidenza (ineluttabile per lo scrittore) di un Dio cieco e sordo rispetto alla sua creazione: che non torna, rimane assente.
Non furono pochi gli editori che nel 2009, sulla scia dello sconcerto per le violenze che repressero la così detta Onda Verde, provarono a pescare dal mazzo il loro cavallo vincente "iraniano". In genere puntarono tutti su scrittrici. La Rizzoli, nell'aprile di quell'anno, aveva già sugli scaffali la sua iraniana, Laleh Khadivi, trovata negli States dove era emigrata da bambina. Il suo L'età degli orfani (9.50 euro, pp.308), scivolò via dalla scena editoriale senza lasciare una traccia profonda o una ristampa. Cerchiamo di capire perchè.
1974. Opera prima di Stanislao Nievo, scrittore e giornalista e avventuriero, “Il prato in fondo al mare” finì per appassionare pubblico e critica. Complice l'argomento – l'oscura vicenda della fine del grande antenato dell'artista, Ippolito Nievo – complice la scrittura frenetica, diaristica e febbrile dell'erede, complici le stravaganti e grottesche incursioni nella parapsicologia che vanno a puntinare di delirio la narrazione, ricerca d'una impossibile verità a un secolo pieno di distanza dai fatti, in parecchi finirono per apprezzare Stanislao più ancora di Ippolito.
"Siderale – Racconti di confine” è il primo libro non autoprodotto di Claudio Collu, classe ’73, nato a Roma ma cresciuto a San Sperate in Sardegna, pubblicato dalla piccola casa editrice sarda Aipsa Edizioni nel 2010. È un volume di quasi 200 pagine composto da racconti, alcuni della durata anche di una sola pagina, e da alcune poesie poste in chiusura. “Siderale” è un raccolta di racconti che spaziano da quelli di ambientazione fantascientifica a quelli di spunto horror ambientati in varie epoche storiche fino ai giorni nostri, toccando luoghi e tematiche care alla letteratura western fino ad affreschi che arrivano fino alla lontana preistoria e anche al periodo del crollo dell’Impero Romano.
“Siamo stranieri; in questo paese ci chiamano ladri, traditori, vigliacchi, ci portarono su ammucchiati nei vagoni bestiame, tenuti a bada con i fucili. Un giorno hanno detto che eravamo liberi, non si capiva di cosa: di lavorare e patire come prima, da prigionieri […]. Siamo sperduti, parliamo, facciamo dei gesti senza conoscere delle parole, delle cifre di salvezza. Non sappiamo che quando si lavora e non si lavora, quando si mangia e si dorme. […] è sempre inverno. Questa guerra e questo assedio del cuore. […] Ogni sera è uguale, lo sconforto del giorno che verrà dopo, e non si può avere una speranza, fabbricarsela” [p. 9; p. 15; p.17; p. 24].
Dice che uno dei dolori più grandi, forse il più grande in assoluto, che possa toccare di vivere a un essere umano sia quello di perdere un figlio. Un dolore così grande che seppur faticosamente somatizzato nel corso degli anni non smette mai di far soffrire e sono sufficienti una foto, un momento di debolezza, un evento simile accaduto a qualcun altro per tornare con la mente a quel terribile momento e per sognare, forse, il giorno del possibile ricongiungimento con quella parte di se stessi prematuramente scomparsa.
Ecco il romanzo di un'esordiente. L'autrice, Shubnum Khan, è nata in Sudafrica nel 1985 ed ha origini indiane. Il titolo originale del libro, pubblicato da Penguin Books nel 2010, è un molto più appropriato "Onion Tears". D'altro canto le cipolle sono un elemento fondamentale della storia, proprio come le lacrime.
Un giovane storico francese, Laurent Binet, ha scritto uno stupendo libro, a metà strada tra il saggio storico e il romanzo autobiografico. L’opera, uscita in Patria l’anno scorso per le Edizioni Grasset & Fasquel di Parigi, è valsa all’A. il Prix Gouncourt du premier roman 2010. Ora Einaudi lo fa conoscere al pubblico italiano col medesimo titolo originario.
Commenti recenti
2 min 45 sec fa
3 min 28 sec fa
1 ora 42 min fa
2 ore 50 min fa
2 ore 53 min fa
3 ore 22 min fa
4 ore 11 min fa
4 ore 44 min fa
14 ore 17 min fa
14 ore 27 min fa