Ci sono un portoghese, un italiano e un inglese... È una barzelletta? No, se fosse una barzelletta ci sarebbero un tedesco, un italiano e un francese... O un tedesco, un francese, un italiano... Che è la stessa cosa. Già, cambiando l'ordine degli addendi...
Cosa e come scrivere dell’incredibile romanzo di Shirley Jackson “Abbiamo sempre vissuto nel castello” pubblicato negli Stati Uniti nel 1962 e portato in Italia da Adelphi nel 2009, sono state due domande che mi hanno disturbato parecchio in questi giorni al termine della sua rilettura.
Giovannino Zender, il protagonista di questo romanzo, si trova a un punto di svolta, uno di quegli snodi fondamentali che impongono delle scelte nella vita. Siamo in pieno fascismo, negli anni Trenta, è già partita la guerra d’Africa e Giovannino, un jobrero che tanti anni prima era emigrato con la famiglia, ritorna in Vallarsa con il suo carico di esperienza e i suoi traumi di guerra. Giovannino non vuole avere un passato, non vuole ricordare, perché la sua memoria è infestata dagli incubi e dai fantasmi dei suoi compagni morti sotto le bombe.
1960. “La ragazza di Bube” racconta l'Italia e gli italiani post 25 aprile; racconta il dramma di una coppia di giovani ostacolata dalla legge e dal destino, e rivela cosa significasse l'adesione al comunismo per certi giovani e meno giovani partigiani. È un libro horror-politico, nel 2010, un noir ingenuo e pericoloso, e non più un romanzo d'amore, morte e tradimento. Cinquant'anni sono passati, e lentamente in Italia abbiamo interiorizzato concetti pacifici come “non uccidere in nome dell'ideologia”, o “non uccidere cittadini disarmati”. È stata dura, siamo inciampati negli anni Settanta, ma forse è fatta; complice, chissà, la caduta del Muro di Berlino. È solo una congettura.
Ha un nuovo nome, ma il passato non lo dimentica e del passato non si dimentica. Sogna un futuro diverso, con la ragazza di cui si è innamorato, Michelle-Shell, “conchiglia”, in “un posto dove nessuno ha mai sentito il suo nome. Il suo vero nome, quello che tiene nascosto nell'oscurità. Quello che gli sembra un estraneo, ora. No, non un estraneo, un vecchio nemico. Uno che gli ha fottuto la vita, una volta, tanto tempo fa, per sempre” (p. 150).
Prima di accingermi a scrivere le note sul terzo libro di Murakami Ryū pubblicato in Italia, riflettevo sull’opportunità o meno di esprimere le mie personali considerazioni sulla scelta relativa alla traduzione del titolo originale e naturalmente sulla copertina. La risposta che mi sono data è che non riesco proprio ad esimermi quantomeno dal sottolineare l’impietosa scelta editoriale che si presenta, come al solito, una tipica operazione italiana. Il mio appunto va principalmente sul titolo certamente rispondente a logiche commerciali, ma mi pare che si finisca per svalutare il già esiguo riconoscimento a questo scrittore dall’ingegno prolifico e potente.
“Io giovane ragazzo della destra ho soggiogato completamente gli occhi altrui, io giovane della destra ho anche il diritto di infliggere qualsiasi crudeltà agli esseri più deboli, e ancora io giovane della destra sono il figlio di Sua Maestà l’Imperatore” (pag.60).
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