Siamo in Vallarsa in pieno autunno e il maestro Giacomo ha deciso di farsi una bella passeggiata fino al Passo Buole. La stagione accende di colori la vallata e nei boschi attorno a Obra risuonano i richiami degli uccelli, la natura si svela in tutta la sua armonia e pace.
Giovannino Zender, il protagonista di questo romanzo, si trova a un punto di svolta, uno di quegli snodi fondamentali che impongono delle scelte nella vita. Siamo in pieno fascismo, negli anni Trenta, è già partita la guerra d’Africa e Giovannino, un jobrero che tanti anni prima era emigrato con la famiglia, ritorna in Vallarsa con il suo carico di esperienza e i suoi traumi di guerra. Giovannino non vuole avere un passato, non vuole ricordare, perché la sua memoria è infestata dagli incubi e dai fantasmi dei suoi compagni morti sotto le bombe.
“Un raggio di sole sbuca dal primo mattino. E va a indorare le taglienti vette delle Dolomitine. Pone in risalto i diedri, i pinnacoli, i canaloni, frammentandoli in ombre e sfavillanti riflessi di nevai. Un fascio di luce che si fa strada nel velo opaco dell’umidità per immortalare quel miracolo della natura” (p. 109).
“Tu invece sei convinto di avere tutte le fascine al querto?” "Avere le fascine al querto, ossia avere la mente a posto, essere lucidi. E proprio di questo dubita il povero signor Dolfo – diminutivo di Rodolfo –che si ritrova vittima di una specie d’incantesimo dopo aver sbattuto la testa sul fo de la stria (faggio della strega) lungo il sentiero di guerra, tra i monti della Vallarsa.
"Tra le montagne, nel silenzio della natura, può capitare di sentire una strana voce, a volte un po’impertinente, ma saggia: è lo spirito del bosco, che si può manifestare ovunque ci sia un albero, ma si rivela in particolare tra i monti della Vallarsa, lì dove si è combattuto durante la prima guerra mondiale e tanti ragazzi sono morti.
“Ho smesso di cercare di dimostrare di essere qualche cosa di diverso da quello che sono. E è stato l’inizio del vero silenzio. Della vera pace interiore”.
Vallarsa, anni Trenta. Prati e boschi color smeraldo, le Piccole Dolomiti incappucciate dalla neve. Giovannino sta tornando a casa, sta tornando nel paesino di Obra. Dopo quasi quarant'anni di lontananza, ha voglia di rivedere la sua terra. È emigrato già in adolescenza, per necessità. È stato in Ungheria – dove s'è sposato, una prima volta. Poi ha combattuto in Guerra, è riuscito a portare a casa la pelle ma non ha dimenticato proprio niente, vent'anni dopo. Soprattutto, non ha dimenticato com'era la natura intorno al suo paese.
Fortunato Broz bivacca, guardando le stelle, dimentico delle cose della vita, dimentico delle preoccupazioni terrene. E mentre medita, prende a parlare con una voce. Quella voce è lo spirito del bosco. Non tutti sanno ascoltarla, eppure a tutti parla: soprattutto dai giorni in cui, da quelle parti, austriaci e italiani si prendevano a fucilate, e soffrivano e sanguinavano per difendere o conquistare quel confine. Fortunato ascolta quella voce.
Undicesimo libro di un outsider, montanaro dal cuore onesto, buono (buono davvero), tenero e semplice, uomo che parla alla montagna, come un mistico, l'atipico Mario Martinelli, “Dalla vita di un jobrero” (giugno 2008) è il suo primo memoir. È la storia d'uno stile di vita montanaro e spartano (meglio: monastico), dopo vent'anni di vita cittadina caotica e sregolata. È la storia di uno che decide, dopo aver letto Mauro Corona, che non c'è niente di meglio da fare che eliminare il superfluo dalla propria vita. È la storia di uno che quando dà la parola la mantiene, da vero jobrero.
Ho scoperto – complice la distanza dalla Vallarsa – Mario Martinelli solo grazie al “Montanaro” di Fiorenza Aste, seducente e piacevole libro-intervista tutto dedicato a questo narratore classe 1962, personaggio solare e vitale, nato per restituire la sua terra e la sua montagna nelle pagine dei suoi libri.
È la storia di un uomo che un giorno ha deciso di tornare nel suo paese e tra le sue montagne, in Vallarsa, per ritrovare sé stesso, e guarire dal male. È la storia di uno scrittore che voleva dare voce a una vallata che ha avuto poca letteratura, se non per via della Grande Guerra. E quella poca non è mai stata adeguatamente pubblicizzata. È la storia di uno che ha ritrovato il grande segreto della lentezza, e quello più grande ancora del silenzio. È la storia di uno che tiene viva la memoria del sacrificio dei nostri soldati conservando le loro piccole cose, ritrovate qua e là per i monti. È la storia di un incontro tra due scrittori; noi conoscevamo la prima, Fiorenza Aste, elegante letterata di Rovereto.
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