Che scrittore avrebbe potuto essere Pier Antonio Quarantotti Gambini [1910-1965] se non fosse stato ferito e sconvolto dalla sorte della sua madrepatria, l'Istria? Sarebbe stato, probabilmente, un onesto scrittore sentimentale, sedotto dai disordini emotivi dell'infanzia e dell'adolescenza, non estraneo a qualche capitombolo morbosetto, capace di giocare con tutte le luci e le ombre del mare, e della vita delle città e delle cittadine di mare. Sarebbe stato un narratore giuliano forse non sempre all'altezza della tradizione del primo Novecento triestino: e tuttavia chissà cosa avrebbe potuto sprigionare.
“Misericordia, chi era? Dove, dov'era stata fino allora, cioè per cinque mesi, costei? Deglutii con molto indescrivibile sforzo. Lieve, sul palco, la dea snodava le membra secondo una concordanza ineguagliabile di misure e di ritmo. Le braccia lunghe opulente, dolci nell'andare; le gambe altissime, strette alle ginocchia, magre esili alle caviglie quanto pingui enormi all'inguine, colossali. Doveva costei tra l'altro essere molto giovane, considerato che il suo corpo appariva, pur nei movimenti, dotato di una straordinaria compattezza e di una straordinaria armonia: appunto solidissimo...” [p. 22].
Apprezzato da Pier Paolo Pasolini e da Giorgio Bassani, il romanzo “Zebio Còtal” del misconosciuto scrittore e poeta modenese Guido Cavani (1897-1967) apparve nella “Biblioteca di Letteratura” Feltrinelli nel 1961. Pochi anni prima era stato stampato in proprio dall'autore, post scarto vallecchiano, in duecento copie. Cinquant'anni più tardi, Cavani è rimasto un artista molto laterale. Il suo destino, sin qua, è stato quello d'essere periodicamente riscoperto; infine, il suo “Zebio Còtal” ha avuto l'onore e l'onere di rappresentare la seconda, paradigmatica uscita della collana “Novecento Italiano” di ISBN Edizioni, nel 2009.
L'arte d'essere precario nei primi anni Sessanta: per precisa e consapevole scelta esistenziale, nel tempo e nella società in cui, per buona parte dei nostri compatrioti, era ancora possibile suicidarsi professionalmente con garbo, e con un certo stile. Sbagliando tutto, ma con qualche garanzia di restare in piedi. Beati loro. Il supplente (Isbn, 264 pp., € 15) di Angelo Fiore, dimenticato e rimosso artista siciliano, è la trasfigurazione estetica delle esperienze d'uno scrittore laureato in Letteratura Inglese, che per campare – proprio come il suo antieroe, in questo romanzo – lavorava come impiegato ministeriale, ma poi un bel giorno aveva deciso di accettare una nomina da supplente in uno sperduto paesino dell'isola.
“Forse in questo ero diverso dai miei coetanei: ché provavo scarso desiderio di conoscere molta gente, di passare l'estate nei luoghi consacrati dalla fama come propizi a ogni genere di fortuna per i giovani. Non era per timidezza né per orgoglio che io volevo esser solo; la rustica solitudine della campagna era il bene più grande che avevamo provato nella nostra famiglia. Nessuno di noi avrebbe voluto rinunciarvi; e io specialmente non potevo paragonare nessun luogo al querceto della strada, alle clementi montagne che circondano il mio paese, alla varietà di colori che letificano i colli. Partii per il mio paese a metà del luglio [...]” (Bigiaretti, “Esterina”, capitolo quinto, p. 41).
“Là dov'è la vigna di uve nere, non ci sono strade. È per questo che non si odono voci né cigolii di carri, né picchiettii di zoccoli di bestie. Il mare è troppo lontano perché il rumore che la tempesta fa quando sbatte contro la costa arricciandola di bianco possa salire fin lassù. Se il vento è favorevole, ne arriva un ansimare fioco e tramortito come di persona soffocata da un bavaglio; un ansimare che, per non essere percorso da altre varianti di suono, diventa un'aggiunta di silenzio” (De Stefani, “La vigna di uve nere”, X, p. 99).
A quasi ottant'anni dalla prima edizione (1923) torna a disposizione del pubblico italiano la bacchelliana favola mondana e filosofica “Lo sa il tonno”, corredata da un'onesta postfazione di Maurizio Cucchi e da una buona nota biobibliografica, nella magnifica collana “Novecento Italiano” di ISBN. “Novecento Italiano” è una di quelle collane che da sole giustificano l'esistenza di una casa editrice, una di quelle che andrebbero considerate paradigma dai disorientanti stantuffi delle pubblicazioni di genere, o delle novità a qualsiasi costo, o delle pubblicazioni causa anniversario o ricorrenza.
Raccolta di dodici racconti, originariamente apparsi per Mondadori nel 1950, ambientati tendenzialmente tra la Nofi (Nocera Inferiore) e i vicoli di Napoli tanto cari all'artista, “Gesù fate luce” è un quaderno di prose caratterizzato da una scrittura carica, spumeggiante e ludica, innervata da uno spirito popolano e popolare irriducibile, facile preda di adattamenti teatrali per sketch o piccoli sceneggiati fondati sulla segreta (manco troppo, non sempre) essenza di Napoli, e sull'incredibile capacità campana di sopportare e rovesciare la miseria, le sofferenze e le sfortune. A distanza di sessant'anni, lo stile di Rea è decisamente e incredibilmente fresco, vivace e solare.
Seducente rappresaglia all'oltranzismo xenofilo, la collana Novecento Italiano (ISBN Edizioni, Milano) diretta dal professor Guido Davico Bonino, si propone di restituire alla loro sacrosanta centralità opere letterarie del secolo scorso, dimenticate o trascurate dagli editori e dalle ultime generazioni di lettori e scrittori italiani.
“Come si fa a essere così poco seri, alla tua età?” “La mia età? È un'età come un'altra” (Eppure preferirei averne un'altra. Per esempio venti anni. E una volta li avevo! Ma non lo sapevo. Al fronte ho avuto sempre per compagni d'arme ragazzi dai diciotto ai ventidue anni, e mi pareva una grande ingiustizia. Vagheggiavo un mondo che fosse come un gran tribunale, e sopra la testa del Presidente stesse scritto: 'L'età è uguale per tutti'. E che fosse vero, questa volta. Ma Annie Vivanti un giorno m'ha insegnato un segreto: 'Mettetevi davanti allo specchio, guardatevi, e dite forte: 'Pensare che ho dieci anni meno che tra dieci anni!'”) (Bontempelli, “La vita intensa”, pp. 12-13)
Cinque racconti di Oreste Del Buono, pieni di sentimento, vitalità e intelligenza, espressione d'una sensibilità letteraria capace di dialoghi di grande credibilità e di monologhi interiori di vero fascino; cinque racconti d'amori perduti, spezzati, incompresi, interrotti, clandestini per gioco, comunque mai adulti. Cinque racconti ragazzini, d'un narratore adulto che sembra sospeso nell'antica linea d'ombra, e non sembra aver voglia di oltrepassarla mai.
Storia d'un italiano prigioniero di guerra in un campo inglese in India; della disfatta del nostro esercito e del nostro popolo, e della dolorosa battaglia per la difesa dell'identità, della memoria e dell'essenza di ogni individuo; storia della contrapposizione viva tra chi allora riconosceva la patria nel fascismo, e chi invece nel suo rovescio logico, ossia la repubblica parlamentare; storia d'una vicenda oscura dei nostri soldati, altrimenti estranea alla letteratura.
Commenti recenti
3 ore 58 min fa
4 ore 49 min fa
4 ore 53 min fa
5 ore 2 min fa
5 ore 12 min fa
5 ore 13 min fa
7 ore 3 min fa
9 ore 19 min fa
9 ore 29 min fa
9 ore 36 min fa